"Italia disarmata contro il bioterrorismo"
L'intervista. Claudio Cavazza, presidente della Sigma-Tau, lancia l'allarme: "Lo Stato non ha investito abbastanza nella produzione di vaccini, e ora siamo i più disarmati contro eventuali attacchi".
di Paolo Russo

ROMA- La notizia è trapelata dagli ambienti degli Esteri. La prima scoperta fatta dagli ispettori Onu in missione in Iraq non è un'arsenale di armi chimiche o nucleari ma l'acquisto di una partita di vaccini anti- antracite da parte del regime di Saddam Hussein. E siccome è improbabile che sia Saddam a temere attacchi batteriologici, è facile immaginare a chi e per quale poco pacifico scopo servirebbe quell'antitodo.

Un segnale che rilancia l'allarme del bio-terrorismo. Di fronte al quale l'Italia, una volta tra i Paesi leader proprio della ricerca dei medicinali immunizzanti, rischia di ritrovarsi con il fianco scoperto.

A segnalare il pericolo è Claudio Cavazza, Presidente della Sigma-Tau, una delle aziende farmaceutiche italiane leader, tra le prime 25 nel mondo per scoperte e sviluppo di farmaci, con un fatturato di 536 milioni di euro, dei quali ben il 18% investiti in R&S.

Un campo, quello dell'innovazione farmaceutica, nel quale le imprese made in Italy continuano a difendersi bene rispetto ai colossi multinazionali. Ma che secondo Cavazza sta segnando pericolosamente il passo a causa delle ripetute manovre restrittive che hanno colpito il settore, facendo mancare alla ricerca l'ossigeno dei finanziamenti. E la crisi si è fatta sentire duramente proprio nella ricerca dei vaccini, dove l'Italia segna oramai il passo.

Dottor Cavazza, se si tratta di difendersi dal bio-terrorismo cosa cambia se i vaccini sono scoperti e prodotti in Italia anzichè all'estero?
Prima di tutto il Paese dove si sperimenta un farmaco è solitamente anche il primo dove poi questo viene commercializzato. I medici che sperimentano direttamente un medicinale o un vaccino sono poi quelli che, per esperienza diretta, finiscono per conoscerne al meglio le proprietà. E queste conoscenze si diffondono assai più rapidamente dove si fa ricerca anzichè nei Paesi che si limitano ad acquistare i frutti dell'innovazione. E poi c'è un discorso di opportunità di sviluppo economico gettata al vento, che non mi sembra questione secondaria in un Paese dove di ricerca se ne fa pochina e dove la ripresa è sempre dietro l'angolo ma non arriva mai.

Ma il rischio di un attacco batteriologico è veramente così reale?
Se così non fosse il nostro Ministro della salute, Girolamo Sirchia, non si sarebbe impegnato ad organizzare una rete internazionale di centri di eccellenza per reagire tempestivamente a possibili attacchi con agenti inquinanti. Molti Stati  si stanno preparando attivamente perchè probabilmente ci difenderanno più i vaccini prodotti nei laboratori farmaceutici dei missili. Ma per non trovarsi impreparati occorre avere un'industria in grado di fare ricerca e fornire tempestivamente farmaci adeguati.

E l'Italia in questo non sarebbe attrezzata?
Sicuramente non è riducendo ai minimi termini i profitti con tagli contini dei prezzi e accorciando la durata dei brevetti farmaceutici che si aiutano le imprese a investire risorse ingentissime in una ricerca, ad alto rischio di fallimento  qual'è quella dei nuovi farmaci. Continuando di questo passo rischiamo di diventare un mercato di mero consumo. E questo non facilita ne' la rapida commercializzazione dei medicinali innovativi ne' lo sviluppo economico del Paese.

Però negli anni passati in Italia c'è stato un boom dei fatturati farmaceutici che non ha portato grandi benefici alla ricerca, dove restiamo fanalino di coda...
A parte che negli ultimi anni gli investimenti in R&S farmaceutica sono aumentati. E però vero che l'Italia accusa un grave ritardo rispetto agli altri Paesi industrializzati. Ma per fare investimenti di centinaia di milioni di euro che daranno, forse, qualche frutto dopo 10-15 anni, occorre offrire certezze alle aziende. Da noi invece il quadro normativo cambia continuamente le regole del mercato e della concorrenza, come dimostrano gli ultimi interventi che intaccano il diritto costituzionale di proprietà e che, diretamente o indirettamente tagliano i listini. Eppure, nonostante questo, l'industria farmacutica operante in Italia investe in ricerca più di qualsiasi comparto industriale.

E le imprese italiane come si difendono?
Più che bene. Da una recente indagine condotta sulle nove principali aziende a capitale italiano è emerso che, nonostante un contesto sfavorevole, le spese in ricerca delle nostre società rappresentano il 60% dell'intero comparto. Un dato ancora più significativo se pensiamo che queste imprese nazionali rapperesentano in termini di fatturato solo il 17% del mercato, che è a forte componente multinazionale. Le aziende farmaceutiche italiane hanno investito in R&S mediamente tre volte tanto le somme destinate all'utile, quando in altri comparti il rapporto è invertito, con percentuali dirottate sugli utili a volte dieci volte superiori a quelle destinate alla ricerca. Anche in tempi di ristrettezze finanziarie credo che questo sforzo vada incentivato e non frustrato. Se non altro perchè fare un po' di cassa tagliando prezzi e brevetti significa  perdere opportunità di sviluppo che avrebbero effetti molto più benefici sui conti pubblici oltre che per la salute degli italiani.

(30 NOVEMBRE 2002; ORE 10:26)