Selezione di notizie riguardanti il mondo farmaceutico, a cura della Direzione Corporate Communication.
 
 
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02.02.2012
Con apnea del sonno maggiori rischi ictus silente

Da: RICERCA

Le persone che soffrono di apnee del sonno gravi possono avere un aumentato rischio di ictus e di piccole lesioni nel cervello. E` quanto si afferma in uno studio presentato alla conferenza internazionale `Stroke 2012` dell`American Stroke Association. ``Abbiamo trovato una frequenza sorprendentemente alta di apnea del sonno nei pazienti con ictus che ne sottolinea la rilevanza clinica come fattore di rischio``, ha detto Jessica Kepplinger, autrice principale dello studio e docente dell`Università di Tecnologia di Dresda in Germania. ``L`apnea notturna - ha continuato – è un disturbo ampiamente riconosciuto ma ancora trascurato. I pazienti che ne soffrono hanno più probabilità di avere un ictus silenzioso``. I ricercatori hanno scoperto che il 91 per cento (51 su 56) dei pazienti (media di età analizzata 67 anni), che avevano avuto un ictus durante l`apnea del sonno, avevano anche una maggiore probabilità di subire un ictus silente. Più di cinque episodi di apnea durante il sonno per notte è un numero da associare a un rischio maggiore di ictus silente. Più del 50 per cento dei pazienti con ictus silente avevano anche l`apnea del sonno. Anche se gli uomini avevano una maggiore probabilità di subire un ictus silente, la correlazione tra apnea notturna e ictus è rimasta la stessa anche dopo una rivalutazione dei dati dalla prospettiva delle differenze di genere. I ricercatori hanno suggerito che l`apnea del sonno dovrebbe essere trattata alla stregua di altri fattori di rischio vascolari come ipertensione.
 


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31.01.2012
Con notti insonni rischio sei volte maggiore diabete

Da: MEDICINA

In alcuni casi bastano tre notti insonni per essere soggetti a un rischio sei volte maggiore di  sviluppare diabete e problemi cardiaci. E` quanto emerge da una ricerca pubblicata sulla rivista "Nature Genetics", condotta dagli studiosi dell`Imperial College di Londra. Secondo gli scienziati, che hanno esaminato i comportamenti di 20mila persone, sarebbe colpa di una proteina difettosa, la Mt2, che interrompe il nostro ritmo giornaliero sonno-veglia, variando anche quello del rilascio dell`insulina. Ciò porterebbe a un controllo anomalo dello zucchero nel sangue e a un conseguente maggiore rischio di sviluppare il diabete di tipo due. "`Il controllo dello zucchero del sangue è uno dei molti processi regolati da orologio biologico del corpo- spiega il professor Philippe Froguel, dell`Imperial College di Londra - questo studio ci fa comprendere meglio come il gene che ha con sé un componente chiave per  questo orologio possa influenzare il rischio di diabete". I risultati a cui sono giunti gli studiosi potrebbero contribuire a spiegare  anche una  ricerca precedente, che ha mostrato come i  lavoratori dei turni di notte siano inclini a sviluppare diabete di tipo 2 e malattie cardiache.


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31.01.2012
In Italia sempre meno bimbi ma più sani

Da: MEDICINA

Sono sempre di meno, in generale in buona salute anche se in sovrappeso e con un`assistenza non omogenea sul territorio. E` il ritratto dei bambini italiani fornito dal `Libro Bianco 2011, La salute dei bambini`, realizzato da Società Italiana di Pediatria (Sip), Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane dell`Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Società Italiana Medici Manager, presentato a Roma. Secondo i numeri dal 1871 al 2009 la natalità si è quasi dimezzata (-74,25%) e attualmente si assesta a 9,5 bebè ogni mille abitanti contro, ad esempio, 12,8 della Francia: "L`Italia non è un Paese a misura di bambino - spiega Walter Ricciardi, direttore dell`Istituto di Igiene della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell`Università Cattolica di Roma - tutte le politiche del welfare non sono orientate ai bisogni dell`infanzia e non incentivano le giovani coppie a mettere su famiglia". A dimostrazione di questo ora nascono più bambini al nord, dove ci sono migliori misure di welfare: nel biennio 2008-2009 i valori più alti di natalità si registrano nella Pa di Bolzano (10,7 per mille), nella Pa di Trento (10,4) e, a pari merito, in Valle d`Aosta e Campania (10,3), mentre i valori più contenuti si riscontrano in Molise (7,6), Liguria (7,7) e Sardegna (8,1). Proprio la Liguria è la regione più vecchia, con il 14,6% di under 18, mentre i più giovani sono i campani (21,6%), gli abitanti della Pa di Bolzano, i siciliani e i pugliesi. Sul fronte della salute nel periodo 2003-2008 sia la mortalità infantile (entro i 12 mesi) sia quella neonatale (entro il primo mese) sono notevolmente diminuite, rispettivamente dell`8,7% e del 9,9%. Ci sono però forti differenze regionali, con quella infantile al minimo (1,6 casi per 1.000) per la Pa di Trento mentre il primato negativo (4,82 casi per 1.000) è della Calabria. Con la crescita iniziano i problemi con la bilancia: crescono le cattive abitudini alimentari, segnala il rapporto, soprattutto per le ragazzine.


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31.01.2012
Diabete: da ricerca Italia passo avanti contro quello giovani. Colpiti 500mila; molecola migliora trapianto cellule pancreas

Da: RICERCA

Arriva dalla Ricerca italiana un contributo significativo per la cura del diabete giovanile, ovvero il diabete di tipo I che colpisce circa 500mila under-14 nel mondo (circa 20mila in Italia) e, in fase ritardata più rara, a volte anche gli adulti. Una nuova molecola (Reparixin), frutto della Ricerca dell`azienda farmaceutica Dompé, ha infatti dimostrato di migliorare l`efficacia del trapianto di cellule (isole) pancreatiche, nuova frontiera per la cura di tale patologia. I risultati della sperimentazione clinica di fase II su pazienti della nuova molecola sono stati presenti a Innsbruck in occasione del Congresso internazionale Aidpit-Epita, appuntamento fondamentale della comunità scientifica per l`approfondimento sul trapianto di isole, secondo gli esperti uno dei più promettenti approcci terapeutici (ancora in fase sperimentale) per la cura del diabete giovanile di tipo I. Questa forma, la più diffusa tra le malattie croniche pediatriche, porta ad una rapida distruzione delle cellule pancreatiche che producono insulina a causa di un`anomala reazione del sistema immunitario, rendendo così necessaria per questi pazienti la somministrazione esterna dell`insulina per il controllo della glicemia.


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27.01.2012
Alzheimer, ideato test diagnosi con un prelievo di sangue

Da: RICERCA

Il morbo di Alzheimer si potrebbe diagnosticare un giorno con un semplice prelievo di sangue, in modo economico, rapido e non invasivo. Infatti uno studio pilota su 70 persone dimostra la validità di un test del sangue per fare diagnosi precocissima di Alzheimer. Il test è semplice: a dire se c`è o no la malattia sono i globuli bianchi estratti dal prelievo analizzati usando i raggi infrarossi. Lo studio è stato condotto da Pedro Carmona dell`istituto spagnolo di Struttura della Materia a Madrid e i promettenti risultati pubblicati sulla rivista Analytical & Bioanalytical Chemistry.    Attualmente l`Alzheimer si diagnostica in modo preciso solo con un test invasivo che consiste nell`esame del fluido cerebro-spinale che nei malati contiene i frammmenti proteici patologici beta-amiloidi. Gli esperti, però, ritengono che questi frammenti finiscano anche nei globuli bianchi che circolano nel sangue dei pazienti. Per verificarlo Carmona ha confrontato con la spettroscopia i globuli bianchi di 50 pazienti in fase diversa di malattia con quelli di 20 soggetti sani. Con un prelievo di sangue Carmona ha estratto i globuli bianchi e ha visto con la spettroscopia come reagiscono ai raggi infrarossi. E` emerso che i globuli dei pazienti, anche all`esordio di malattia, riflettono ed assorbono i raggi infrarossi in modo diverso e riconoscibile rispetto ai globuli dei soggetti sani. Da questo esame si potrebbe far dunque diagnosi precoce di malattia con un prelievo di sangue.

 


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27.01.2012
Brachiterapia efficace contro il cancro alla prostata

Da: ONCOLOGIA

La brachiterapia è solitamente considerata come una strategia meno efficace nei confronti dei pazienti daffetti da cancro ad alto rischio di mortalita`, ma un nuovo studio condotto da un team di oncologi del Kimmel Cancer Center di Jefferson sembra suggerire il contrario. Un`analisi basata su una popolazione di quasi 13mila pazienti ha rivelato che gli uomini sottoposti alla sola brachiterapia o a questo trattamento in combinazione con la radioterapia esterna (EBRT) hanno ridotto significativamente i tassi di mortalità. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sull`International Journal of Radiation Oncology, Biology, Physics. La brachiterapia consiste nel posizionamento delle sorgenti di radiazioni direttamente sul sito di un tumore e, di prassi, è utilizzata per il trattamento di tumori della prostata a basso e a medio rischio. Tuttavia il trattamento brachiterapico per pazienti ad alto rischio è meno comune e controverso, soprattutto a causa di studi che parevano aver messo in evidenza che questo tipo di interventi fosse associato a livelli molto bassi di guarigione. Ora, a detta di molti esperti, queste prime ricerche vengono considerate come l`effetto di una cattiva tecnica brachiterapica, mentre l`attuale progresso delle tecnologie ad essa connessa viene ora considerato come uno strumento efficace contro l`alto rischio di cancro alla prostata. "Lo studio contraddice le politiche tradizionali di utilizzo delle tecniche brachiterapiche, suggerendo invece che ci può essere un miglioramento della sopravvivenza al cancro alla prostata per pazienti ad alto rischio", ha detto Timothy Showalter, docente presso il Dipartimento di Radiation Oncology del Thomas Jefferson University Hospital e coautore della ricerca. "Anche se studi come questo non possono certo ritenersi come una prova della superiorita` della brachiterapia, il nostro rapporto - a proseguito - suggerisce comunque che essa non è meno efficace dell EBRT e che dovrebbe essere considerata, perlomeno per alcuni uomini ad alto rischio di cancro alla prostata, come un intervento preferenziale". I ricercatori americani hanno identificato 12.745 pazienti dal database `Surveillance, Epidemiology and End Results` diagnosticati nel periodo 1988-2002 con un alto grado di tumore alla prostata e trattati con brachiterapia (7,1 per cento), solo con EBRT (73,5 per cento) o con brachiterapia più EBRT (19,1 per cento). Il team ha utilizzato modelli multivariati per esaminare le caratteristiche del paziente e del tumore, associandole alle probabilità di trattamento diversificate per modalità di radiazioni sullo specifico cancro alla prostata. Il trattamento con la sola brachiterapia o in combinazione EBRT, si è rivelato associato a una significativa riduzione nel cancro alla prostata. "Oggi, per la maggior parte di queste patologie, la brachiterapia non viene utilizzata e nemmeno consigliata", ha detto Shen. "Questi dati dimostrano invece che le strategie di intervento dovrebbero essere urgentemente riviste", ha concluso.


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26.01.2012
Parkinson, scoperta proteina che aggrava i sintomi

Da: RICERCA

Identificata una proteina che aggrava i sintomi del morbo di Parkinson. Una scoperta che potrebbe un giorno condurre a nuovi trattamenti per le persone che soffrono di questa devastante malattia neurodegenerativa. Pubblicata online Neuron, la ricerca promossa dall`Università della California di San Francisco e dal Gladstone Institute descrive come una proteina chiamata RGS4 che normalmente aiuta a regolare l`attività dei neuroni nello striato, la parte del cervello che controlla i movimenti nei modelli sperimentali del morbo di Parkinson, contribuisca a innescare problemi sul controllo motorio. Il risultato è il deterioramento dei movimenti e della coordinazione motoria, i sintomi distintivi del Parkinson che attualmente colpiscono più di 10 milioni di persone. Gli scienziati sanno da tempo che un calo di dopamina, sostanza chimica importante nel cervello, è associato al Parkinson. E per decenni i pazienti hanno assunto un farmaco chiamato `levodopa` per aumentare i livelli di dopamina nel cervello. Purtroppo, però, l`efficacia del farmaco comincia ad attenuarsi con il progredire della malattia. Così gli scienziati hanno iniziato a cercare altre strategie terapeutiche. Adesso la scoperta del ruolo di RGS4 getterà le basi per percorsi terapeutici indipendenti dalla dopamina. Il team ha scoperto che RGS4 è richiesto dalla dopamina per regolare i circuiti del cervello durante l`apprendimento. Ma quando i livelli di dopamina subiscono un calo drammatico, come nel Parkinson, RGS4 diventa iperattiva e distrugge questi circuiti, determinando così i sintomi del morbo. Pertanto, i ricercatori hanno testato se rimuovendo RGS4 si possano prevenire questi sintomi. Intervenendo su topi privi di RGS4 con una sostanza chimica che abbassa i livelli di dopamina per simulare gli effetti del Parkinson, gli studiosi hanno monitorato i livelli di abilità motoria degli animali comparati alle capacità di muoversi dei topi con Parkinson in cui l`RGS4 era rimasto intatto. Come previsto, questi ultimi hanno manifestato grossi problemi con il movimento. Mentre il Parkinson nei topi senza RGS4 lasciava la possibilità di effettuare movimenti fluidi e coordinati senza grosse difficoltà, anche a più bassi livelli di dopamina. "Per scoprire come la rimozione di RGS4 colpisca i circuiti cerebrali a livello molecolare - hanno spiegato gli studiosi - abbiamo acquisito una più profonda comprensione del ruolo della proteina e messo in luce un meccanismo finora sconosciuto che provoca i sintomi del Parkinson. Speriamo il nostro lavoro possa aprire la strada a una necessaria alternativa alla levodopa, ad esempio un farmaco che abbia la capacità di inattivare RGS4 nei pazienti".


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26.01.2012
Studio svela rapporto ipertensione-surrene

Da: RICERCA

Uno studio internazionale condotto da ricercatori dell`Università di Padova in collaborazione con il College de France di Parigi, altri importanti Centri europei, e pubblicato sulla prestigiosa rivista "Hypertension", la più autorevole voce in materia di pressione arteriosa, chiarisce i meccanismi della più comune forma di ipertensione arteriosa da causa endocrina: la ricerca ha messo in evidenza, in un terzo circa di pazienti affetti da tumori del surrene, con una maggiore frequenza tra le donne e i pazienti con gradi maggiori di iperaldosteronismo, mutazioni in quegli "interruttori" che nella membrana cellulare sono preposti alla regolazione del sodio e del potassio. "Si tratta di una serie di mutazioni - spiega il professor Gian Paolo Rossi, direttore del dottorato internazionale in Ipertensione Arteriosa e della Clinica medica 4 dell`Università di Padova - che comportano la perdita di selettività del "filtro" del canale attraverso il quale il potassio esce dalla cellula (KCNJ5). Il "filtro" così funziona male, e anziché far solo uscire potassio, lascia anche entrare sodio". L`alterazione di questi meccanismi comporta l`ingresso del calcio nelle cellule del tumore e quindi aumenta cronicamente la produzione di aldosterone, un ormone che aumenta la pressione arteriosa e, in presenza di un introito alimentare elevato di sale, danneggia cuore, reni e arterie. Questo studio, condotto per Padova da un team di ricercatori coordinato dai professori Gian Paolo Rossi, Franco Mantero (direttore dell`Endocrinologia) e Francesco Fallo (Clinica medica 3), chiarisce un `puzzle` che da oltre 50 anni rimaneva irrisolto, e cioè perché questi tumori continuino a produrre aldosterone, mantenendo elevati i valori della pressione arteriosa, nonostante la mancanza di angiotensina II e la riduzione del potassio, che sono i principali stimoli alla produzione di aldosterone. "Si tratta di una ricerca di particolare importanza - sottolinea il prof. Rossi -, che potrebbe aprire nuove prospettive al trattamento farmacologico della più importante causa di ipertensione, oggi guaribile solo chirurgicamente".


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25.01.2012
Celiachia, una molecola alleata dei pazienti

Da: RICERCA

Sarebbe un decapeptide, cioè una molecola costituita da 10 aminoacidi, la possibile risposta contro la celiachia, l`intolleranza al glutine che colpisce un soggetto su 100 della popolazione generale. L`annuncio è dato dato in uno studio pubblicato on line dalla rivista Journal of Cereal Science, frutto della collaborazione tra un gruppo di esperti e di ricercatori: Marco Silano, Direttore del Reparto Alimentazione, Nutrizione e Salute del Dipartimento di Sanità Pubblica Veterinaria e Sicurezza Alimentare dell`Istituto Superiore di Sanità e i team di Luigi Cattivelli CRA-Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura presso i Centri di Ricerca di Foggia e di Fiorenzuola D`Arda (Piacenza) e di Luigi Maiuri, docente di Pediatria presso l`Università di Foggia e Direttore di Ricerca dell`Istituto Europeo per la Ricerca in Fibrosi Cistica (IERFC) presso l`Istituto Scientifico San Raffaele di Milano. Il decapeptide, naturalmente presente nella frazione proteica di alcuni cereali, potrebbe combattere la tossicità della gliadina, la proteina presente nelle farine di grano, segale e orzo, responsabile della celiachia. Tale decapeptide, denominato pRPQ, è in grado di prevenire la tossicità della gliadina in vari modelli in vitro di malattia, compresa la coltura di mucosa intestinale di pazienti celiaci che riproduce i meccanismi di tossicità del glutine in vivo. Si potrebbe quindi ipotizzarne, qualora studi in vivo sul paziente ne confermassero l`azione protettiva, l`uso in terapia per consentire ai soggetti celiaci un normale consumo di glutine e garantire un miglioramento della qualità di vita dei pazienti.


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23.01.2012
Ogni anno 13 mln nati prematuri, 40 mila in Italia

Da: MEDICINA

Il problema della nascita pretermine, cioè prima della 37/a settimana di gestazione, riguarda ogni anno nel mondo circa 13 milioni di bambini, di cui 500mila in Europa e 40mila in Italia, pari al 6,9% delle nascite che avvengono nel nostro Paese.  Ci sono diversi fattori che influiscono e possono portare ad un parto prematuro, spiegano gli esperti: Oltre alle cause e le patologie che possono colpire la madre, il feto o entrambi, in questi ultimi anni hanno senz`altro inciso le nascite tramite fecondazione assistita, che nel 30% dei casi avvengono pretermine, anche per il numero di parti gemellari pari al 50%. Ad incidere, poi, può anche essere una gravidanza male organizzata a livello assistenziale e le malattie sessualmente trasmesse. Il tasso dei prematuri che muoiono nel primo anno di vita è alto. Nel mondo ci sono quattro milioni di decessi correlati alla prematurità. In Italia la mortalità nel primo anno di vita è pari al 3,7%, di cui il 71,2% nel primo mese. Molti dei bambini nati prematuri che sopravvivono si trovano, inoltre, a dover vivere con disabilità più o meno gravi per il resto della vita. Oltre ai `grandi prematuri`, ricordano gli esperti, vi sono poi i cosiddetti `late preterm,` cioè i bambini nati nelle tre settimane precedenti il termine previsto. Questi hanno tassi di mortalità e disabilità molto più alti dei bambini nati a termine e sono molto numerosi.


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23.01.2012
Statine inibiscono la crescita del cancro al seno

Da: RICERCA

Le statine ipocolesterolemizzanti sembrano tenere a bada il tumore al seno in alcune pazienti. Almeno questo è quanto emerso da una ricerca della Columbia University pubblicata sulla rivista Cell. I risultati suggeriscono anche che le mutazioni in un singolo gene possono essere usate per identificare i tumori a maggiore probabilità di risposta positiva alla terapia con statine. ``Potremmo identificare sottogruppi di pazienti i cui tumori possono rispondere alle statine``, ha spiegato l`autore dello studio Carol Prives della Columbia University. ``Naturalmente non possiamo trarre delle conclusioni definitive fino a quando non ne sapremo di più``, ha precisato. Si tratta di uno studio clinico sulle statine nel carcinoma mammario basato sullo stato di mutazione del soppressore del tumore, p53. L`oncosoppressore p53 agisce nel regolare molti aspetti della proliferazione cellulare, in genere mettendo un freno alla crescita incontrollata. Più della metà di tutti i tumori umani sono portatori di mutazioni nel gene p53. Molte di queste mutazioni non si limitano semplicemente a disturbare la normale funzione del p53, ma anche a dotare p53 di nuove funzioni che promuovono, invece di inibire, la formazione del cancro. ``I topi senza p53 sviluppano il cancro e muoiono - ha spiegato Prives - ma quelli portatori di forme mutanti tumorali derivate del gene p53 si ammalano in maniera più aggressiva. Come queste forme mutanti di p53 agiscano in realtà è una delle grandi domande della ricerca sul cancro``. La squadra di Prives promuove i suoi esperimenti proprio per risolvere questo mistero. E studiando cellule tumorali coltivate in un sistema artificiale che assomiglia alla struttura tridimensionale del seno umano, i ricercatori hanno scoperto che le cellule che trasportano p53 mutante crescono in modo disordinato e invasivo, caratteristica dei tumori al seno. Basandosi su quanto appurato da ulteriori studi che avevano tracciato le modifiche strutturali della via metabolica del mevalonato, importante per la sintesi del colesterolo e presa a bersaglio dalle statine per abbassarlo. Prives e il team hanno trattato le cellule p53 mutanti con le statine, e le cellule hanno bloccato il comportamento disorganizzato e la crescita invasiva. Dall`analisi dei tessuti tumorali mammari prelevati dalle pazienti è stato, inoltre, scoperto che le mutazioni di p53 e l`elevata attività dei geni della via del mevalonato tendono a svilupparsi insieme nei tumori umani.


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20.01.2012
Il 67% degli italiani soffre di dolore cronico

Da: MEDICINA

Il 67,3% degli italiani soffre di dolore cronico, eppure solo il 5,8% si cura nel modo giusto, e cioè andando dal `terapista del dolore`. Sono alcuni dei dati significativi presentati dall`Associazione `Vivere senza dolore`, raccolti durante la campagna itinerante Cu.p.i.do. Secondo questa indagine, come ha spiegato Marta Gentile, presidente dell`Associazione, la sofferenza fisica colpisce oltre 6 cittadini su 10 ma meno della metà segue un trattamento che però si rivela inefficace nell`83% dei casi. La fotografia che emerge dalla campagna è preoccupante ma al tempo stesso mette in luce un problema: serve più informazione sulla Legge 38 che dal Marzo 2010 tutela il diritto di chi soffre di dolore cronico, a un`assistenza qualificata. In base alle informazioni raccolte da Cupido (il tour promosso con il patrocinio del Ministero della Salute e un grant di Mundipharma, ha toccato 14 città), le persone 7 volte su 10 hanno difficoltà ad individuare i centri di cura specializzati e non conoscono la Legge 38. Solo nella metà dei casi si rivolgono a un clinico - di solito il medico di famiglia (57,9%), raramente il terapista del dolore (5,8%) - e reputano non adeguati i farmaci prescritti, rappresentati per il 38,5% dai FANS e soltanto per il 3,1% dagli oppioidi forti. Analizzando in dettaglio i risultati (hanno risposto 1.830 cittadini), si evince che l`origine della sofferenza è di natura non oncologica per il 93,4% del campione e, nel 45,2% dei casi, è dovuta all`artrosi; benché la sua intensità sia di grado moderato-severo, gli antinfiammatori non steroidei sono i farmaci analgesici più impiegati ma alleviano i sintomi solo al 16,9% degli intervistati. Si conferma, infine, il pesante impatto del dolore sulla vita quotidiana, che risulta compromessa per quasi 9 pazienti su 10. "E` emerso - spiega Marta Gentili, Presidente dell`Associazione vivere senza dolore - un mondo di dolore sommerso rispetto ai dati che avevamo fino a oggi e che parlano di un 20% di persone affette da dolore cronico, mentre noi registriamo il 67,3%. L`indagine ha evidenziato che occorrono un`idonea formazione dei clinici e una maggiore informazione dei pazienti. Il nostro auspicio è che il Ministero e la Commissione dolore proseguano l`ottimo lavoro svolto finora a tutela di chi soffre". Sulla stessa linea di pensiero Guido Fanelli, Coordinatore della Commissione Ministeriale sulla terapia del dolore e le cure palliative. "La Legge 38 - ha detto durante la conferenza stampa - `obbliga` il medico a prendersi cura del dolore, qualunque ne sia la causa. Un approccio così innovativo va inevitabilmente a scardinare abitudini ormai consolidate e richiede quel cambiamento culturale che solo un`adeguata formazione può favorire". E a questo proposito c`è una novità importante: "il Ministero della Salute ha predisposto con il MIUR - ha detto Fanelli - un documento tecnico sui percorsi formativi degli addetti ai lavori, approvato a dicembre dal Consiglio Superiore di Sanità. Con le varie sigle della medicina generale, abbiamo inoltre stabilito di prevedere un unico iter didattico sulla terapia del dolore e le cure palliative, per garantire ai medici di famiglia una preparazione uniforme". L`auspicio univoco degli specialisti presenti riguarda l`appropriatezza delle prescrizioni: meno fans e più oppioidi. "Proprio per vigilare sulla qualità dell`assistenza erogata - ha aggiunto Fanelli - abbiamo istituito il Cruscotto, un software che monitora le prestazioni ospedaliere e la tipologia delle prescrizioni". Sempre nell`ambito dell`informazione ai cittadini, una giornata del tour, ha visto il coinvolgimento del Policlinico Tor Vergata di Roma, sede di un rinomato centro di terapia del dolore (Hub). Ebbene è emerso che il 93,5% dei pazienti che si recava in quell`ospedale, non sapeva dell`esistenza dell`Hub. Un dato che ha fatto riflettere e ha fornito lo stimolo per una nuova iniziativa dell`attivissima Marta Gentili. Come anticipato oggi, l`Associazione vivere senza dolore, organizzerà, dal 15 febbraio al 30 giugno 2012, una nuova campagna itinerante denominata HUB2HUB, coinvolgendo circa 15 importanti centri di terapia del dolore in tutta Italia.



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20.01.2012
Uomini più a rischio cancro fegato per ormoni

Da: RICERCA

Gli uomini sono quattro volte più a rischio di sviluppare cancro al fegato rispetto alle donne. Anche se questa differenza di genere è nota da lungo tempo, i meccanismi molecolari con cui gli estrogeni prevengono e gli androgeni promuovono il cancro del fegato rimangono poco chiari. Ora, una nuova ricerca pubblicata su Cell dal laboratorio di Klaus Kaestner, docente di Genetica presso la Scuola Perelman di Medicina presso l`Università della Pennsylvania, ha scoperto che la differenza dipende da come le proteine si legano gli ormoni sessuali. In particolare un gruppo di proteine regolatrici della trascrizione chiamato Foxa. Normalmente, quando ai topi è somministrata una sostanza cancerogena del fegato, i maschi sviluppano molti tumori mentre le femmine pochi. Sorprendentemente, l`incidenza del cancro al fegato legata al genere era completamente invertita nei topi geneticamente modificati dal team per la mancanza dei geni Foxa dopo l`induzione del tumore.


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13.01.2012
Camera, ok alla mozione sull’etichettatura del cibo per celiaci

Da: SANITÀ

Sì dell`Aula della Camera alla mozione unitaria sulle misure per l`etichettatura degli alimenti destinati ai celiaci. In base al testo approvato il governo è impegnato, tra l`altro: "ad esprimere parere negativo all`abolizione della normativa europea relativa alla composizione e all`etichettatura dei prodotti alimentari adatti alle persone intolleranti al glutine; a promuovere, in sede comunitaria e nell`ambito delle rispettive competenze, tutte le iniziative necessarie al fine di tutelare una categoria di cittadini sensibili, come i celiaci, dai rischi alla salute connessi all`abrogazione del regolamento Ue n.41/2009.



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13.01.2012
Sclerosi multipla, l’Aism boccia i finanziamenti alla ricerca sul metodo Zamboni

Da: MEDICINA

“Il comitato scientifico ha ritenuto che finanziare uno studio clinico randomizzato in un gran numero di soggetti sarebbe al momento prematuro, almeno sino a quando non si abbia una forte evidenza di un`associazione causale tra CCSVI e sclerosi multipla, o non siano disponibili dati convincenti, provenienti da studi di fase 2, riguardo un effetto benefico del trattamento di venoplastica”. Questo quanto si legge nel comunicato con cui l’Aism ha annunciato che non finanzierà il progetto Brave Dreams, la sperimentazione clinica guidata da Paolo Zamboni dell’Università di Ferrara che avrebbe dovuto testare la sicurezza di un intervento di flebografia con angioplastica venosa su pazienti affetti da sclerosi multipla. Non si usano mezzi termini nel comunicato con cui il Comitato scientifico della FISM si è espresso con un parere negativo sul finanziamento del progetto di ricerca: “Non c’è evidenza scientifica sul nesso causale tra CCSVI e SM tale da giustificare uno studio interventistico; non è giustificato condurre una sperimentazione clinica su un gran numero di persone senza aver condotto preliminarmente, come da prassi scientifica, sperimentazioni con un numero più limitato di soggetti; non è giustificato sottoporre un gran numero di persone ai possibili rischi di esposizione alle radiazioni di procedure invasive come la flebografia o al rischio di altri eventi avversi legati al trattamento di venoplastica”. Il parere negativo arriva al termine di un iter "accelerato", partito appena sei mesi fa, alla consegna di tutta la documentazione da parte dell`Azienda Ospedaliera di Ferrara. Una presa di posizione che ha fatto insorgere le associazioni di pazienti, che aspettavano l’inizio del progetto Brave Dreams proprio per fugare ogni dubbio. Lo studio randomizzato avrebbe dovuto testare l’efficacia e la sicurezza dell’intervento che secondo Zamboni e il suo team potrebbe risolvere i problemi dei pazienti affetti da insufficienza cerebrospinale venosa (CCSVI) e sclerosi multipla. “Ci sono voluti due anni per elaborare il progetto di ricerca – ha commentato aspramente l’associazione di pazienti Associazione CCSVI nella SM Onlus, in una nota apparsa sul sito – l’AISM ha concorso al suo gruppo di studio e alla stesura del suo protocollo, promesso ripetutamente il proprio sostegno economico, promosso campagne di marketing mirate al suo finanziamento, raccolto soldi da malati e donatori in occasione dei vari eventi di raccolta fondi susseguitesi in questo lungo periodo. Per poi concludere con una valutazione negativa che lascia delusi e carichi di rabbia i malati che nel sostegno di AISM ancora credevano”. Uno studio preliminare sull`efficacia del trattamento mediante angioplastica dilatativa era stato effettuato più di due anni fa su 65 pazienti, operati a Ferrara. “Ma il numero sembrava a tutti statisticamente poco significativo, tanto che da più parti si chiedevano conferme scientifiche reali, che si sarebbero potute ottenere solo dopo la verifica degli stessi esiti su un numero elevato di pazienti”, hanno specificato dalla Onlus. “Se non si finanziano studi interventistici, come sarà mai possibile dimostrare il nesso causale tra CCSVI e SM? Inoltre, non era lo studio preliminare sui 65 di oltre due anni fa una sperimentazione, ‘come da prassi scientifica,  con un numero più limitato di soggetti’?”. Domande alle quali per ora non c’è risposta. Numerosi sono i neurologi che non credono che la CCSVI possa essere causa della sclerosi e che non sono convinti della sicurezza o del reale beneficio offerto dal trattamento. Ma sono molti anche i chirurghi vascolari che nelle cliniche private già offrono l’intervento a pagamento, spesso con buoni risultati. Sembra dunque che per valutare questa procedura, che spacca in due il mondo accademico bisognerà contare solo sui finanziamenti approvati a dicembre dalla regione Emilia Romagna.



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13.01.2012
Scoperta nuova tecnica per la ripresa della mobilità dopo ictus

Da: RICERCA

Una tecnica nuova - basata sulla stimolazione non invasiva del cervello - per riprendere l`uso degli arti dopo un`ischemia cerebrale. A metterla a punto una ricerca italiana coordinata dall`Università di Bologna e pubblicata sulla rivista `Neurology`.    La tecnica, ribattezzata Tms-stimolazione magnetica transcranica, è stata elaborata da gruppo di ricercatori Italiani coordinato da Alessio Avenanti, neuroscienziato del Dipartimento di Psicologia dell`Università di Bologna e, spiega lo stesso ricercatore, "é stata applicata per inibire la corteccia motoria dell`emisfero sano che, in seguito all`ictus, prende il sopravvento sulla corteccia motoria dell`emisfero leso e può interferire con il suo funzionamento". Usata in combinazione con le classiche tecniche di riabilitazione motoria, la Tms, si legge in una nota dell`Alma Mater, "é in grado di creare uno stato transitorio in cui la corteccia motoria lesa, liberata dall`interferenza della corteccia motoria sana, diventa più attiva e plastica, cioé più `aperta` alle esperienze e a ri-apprendere i movimenti, beneficiando maggiormente delle tecniche di riabilitazione motoria". I ricercatori hanno sperimentato la nuova tecnica riabilitativa su 30 pazienti cronici con ictus e disturbi motori, per due settimane, ed hanno monitorato gli effetti del trattamento per tre mesi: i risultati - pubblicati su `Neurology` - hanno mostrato un netto e stabile miglioramento nella forza e nella destrezza dell`arto malato per tutti i tre mesi di monitoraggio. Oltre ad Alessio Avenanti hanno preso parte alla ricerca Elisabetta Ladavas del Dipartimento di Psicologia dell` Università di Bologna e Michela Coccia, Leandro Provinciali e Maria Gabriella Ceravolo del Dipartimento di Medicina clinica e sperimentale dell`Università Politecnica delle Marche. Lo studio si è svolto nella Clinica di Neuroriabilitazione degli Ospedali Riuniti di Ancona Torrette dal 2007 al 2011. Si attendono ora sperimentazioni su larga scala.
 



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12.01.2012
Scoperta mutazione gene della leucemia linfatica

Da: RICERCA

Sono state scoperte le mutazioni del gene SF3B1 che stanno all`origine della leucemia linfatica cronica. I risultati dello studio, che consentiranno una diagnosi più accurata e rapida nel campo dei tumori del sangue, sono stati pubblicati sul numero di dicembre di Blood, rivista della American Society of Hematology, nell`articolo "Mutations of the SF3B1 splicing factor in chronic lymphocytic leukemia: association with progression and fludarabine-refractoriness". E che gli effetti delle ricerca in campo medico potrebbero essere immediati è dimostrato dal fatto che la TrovaGene Inc, azienda californiana di San Diego che sviluppa e commercializza prodotti diagnostici molecolari in-vitro orientati all`analisi dei tumori, ha acquisito l`esclusiva delle mutazioni del gene SF3B1 nella convinzione che queste mutazioni possano divenire in breve tempo una componente chiave in campo diagnostico per i pazienti colpiti da leucemia linfatica cronica. La ricerca ha visto in prima fila  il Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell`Università del Piemonte Orientale coordinato dal professor Gianluca Gaidano, la divisione di Ematologia dell`Azienda Ospedaliero-Universitaria "Maggiore della Carità" di Novara con il dottor Davide Rossi, l`Università La Sapienza di Roma con il professor Roberto Foà. "La leucemia linfatica cronica - spiega Gaidano - è il tipo di leucemia più frequente tra gli adulti, pertanto la scoperta delle mutazioni del gene SF3B1 riguarda un numero di pazienti assai elevato in tutto il mondo. Le mutazioni di SF3B1 sono state scoperte con una nuovissima tecnologia che permette di sequenziare, e quindi esplorare e conoscere, tutto il genoma delle cellule leucemiche". "Da un punto di vista applicativo - aggiunge Gaidano -la presenza o assenza di mutazioni di SF3B1 può contribuire a farci capire subito, fin dalla diagnosi, se un determinato paziente risponderà oppure sarà refrattario alla terapia standard per questa leucemia, con evidenti benefici in campo terapeutico in quanto si potrà anticipare la scelta di una terapia veramente personalizzata per le esigenze di ogni singolo paziente. In futuro, l`obiettivo della ricerca sul gene SF3B1 sarà lo sviluppo di ulteriori elementi diagnostici e l`utilizzo dello stesso gene come target terapeutico per questo tipo di leucemia"


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12.01.2012
Diabete, al via campagna di sensibilizzazione, novanta anni fa la prima puntura di insulina

Da: INIZIATIVE

L`11 gennaio del 1922, esattamente  novanta anni fa, il premio Nobel Fredrick Banting riescì  a estrarre dal pancreas del maiale l`insulina, che fu usata per la prima volta per curare il diabete di Leonard, un bambino di 11 anni. Questi i primi passi nella lotta contro il diabete, un tempo considerata una malattia incurabile. "Oggi, dopo 90 anni, la lotta prosegue. Oltre alla ricerca di nuove soluzioni terapeutiche, fondamentale per vincere questa sfida è la collaborazione tra scienza, istituzioni e società, soprattutto perché oggi il diabete è diventato una epidemia globale", dice Umberto Valentini, Presidente di Diabete Italia, l`organizzazione che nel nostro Paese rappresenta le società scientifiche, le organizzazioni professionali e le associazioni di persone con diabete. In sinergia con l`International Diabetes Federation (IDF) e il Ministero della Salute, l`associazione promuove una campagna di sensibilizzazione che nel corso del 2012 si propone di fare luce su una malattia  che colpisce in Italia oltre 3 milioni e mezzo di persone (pari al il 5,8% della popolazione) e, secondo una recente indagine condotta dall`Osservatorio Arno, è presente nel  16,9% degli italiani con più di 65 anni.  Il messaggio scelto è "Chi ha il diabete non corre da solo": oltre a sensibilizzare sull`importanza sociale della malattia si vuole soprattutto comunicare che la persona con diabete oggi può aspirare a vivere una vita attiva e nella "corsa" per  sconfiggere la malattia può contare sul sostegno della famiglia, della società, della medicina e della ricerca.


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11.01.2012
Cancro al pancreas, la causa in un particolare complesso proteico

Da: ONCOLOGIA

Molte scoperte negli ultimi anni sono state possibili solo grazie a importanti avanzamenti tecnologici. Ultima in ordine di tempo quella frutto di una ricerca dell’Università di Stanford: variazioni in un complesso proteico, conosciuto perché responsabile dell’espressione del Dna, giocherebbero un ruolo centrale nello sviluppo del cancro al pancreas, uno tra i tumori più terribili, che spesso non viene riconosciuto in tempo e per questo ha una sopravvivenza media piuttosto bassa. Lo studio. I ricercatori hanno scoperto che almeno una delle subunità proteiche che formano il complesso SWI/SNF (acronimo per SWItch/Sucrose NonFermentable, un composto formato da numerose proteine, prodotto dei due geni SWI e SNF) risultava cancellata, mutata o spostata in un terzo degli adenocarcinomi considerati dal team di ricerca. Il ruolo di questo complesso proteico non era stato mai scoperto proprio perché queste variazioni risultano sparse sulle sue cinque complesse subunità. In altre parole, se un paziente presentava una mutazione su un pezzetto del complesso, un altro poteva presentarla su un’altra subunità. Ognuna di queste variazioni, presa singolarmente, risultava essere rara. Per arrivare a questa scoperta, che potrebbe avere importanti applicazioni nella lotta al tumore, gli scienziati hanno usato una tecnica innovativa chiamata array comparative genomic hybridization (CGH), capace di individuare le differenze tra le cellule epiteliali sane e quelle cancerogene. La tecnica si basa sulla capacità di ogni sequenza di Dna di trovare e legarsi alla sequenza formata dai nucleotidi complementari. Controllando a quali sequenze si legasse il Dna di ogni subunità, i ricercatori sono stati capaci di controllare se ci fossero parti ripetute, cancellate o modificate in regioni specifiche del genoma. I tessuti cancerosi analizzati sono stati 70. Ognuna delle diverse alterazioni era presente in percentuali che potevano variare dal 5 al 10 per cento. Ma complessivamente più di un terzo dei tessuti controllati presentava almeno un esempio di sequenze cancellate, spostate o cambiate in una delle cinque subunità. Le applicazioni. I ricercatori però, hanno anche osservato che se si ristabiliva la corretta espressione di questi pezzetti mancanti o difettosi, in laboratorio si poteva rallentare la crescita del tumore e farne entrare le cellule in stato di senescenza, in modo dunque che queste non si riproducessero più in maniera incontrollata. “Abbiamo imparato come alterare questo particolare complesso proteico possa modificare la progressione della malattia”, ha spiegato Jonathan Pollack, docente di Patologia alla scuola di medicina di Stanford. “L’effetto più grande si ha cambiando l’espressione dei geni associati a queste proteine”, ha spiegato. Ad oggi infatti gli scienziati stanno cercando di definire nello specifico quali siano i geni importanti per la crescita del cancro al pancreas, cercando di scoprire quali siano quelli che portano alla sovraespressione delle subunità del complesso SWI/SNF


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09.01.2012
Vaccini, trovato composto che previene 35% infezioni herpes

Da: FARMACI

Fa progressi la ricerca sul vaccino contro l`herpes, patologia causata da un virus che finora è sfuggita all`obiettivo di essere debellata. Un gruppo di ricerca del Saint Louis University Center, di St. Luois ha realizzato un vaccino che previene nel 35% dei casi le infezioni da herpes 1 (che causa vescicole sulle labbra o vicino le narici) ma non è efficace contro l`herpes 2 (infezione che provoca ulcere genitali). Il risultato dello studio condotto su 8.323 donne tra i 18 ei 30 anni ha segnato comunque una tappa importante nella lotta a questo virus ed è stato pubblicato sul prestigioso New England Journal of Medicine. Gli autori non sono riusciti a spiegare la differenza di efficacia del vaccino tra i due ceppi di herpes. "Sono necessari ulteriori progressi - afferma Robert Belshe, autore dello stusio - prima che un vaccino contro l`herpes venga approvato per uso generale".


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09.01.2012
Stop filler permanenti contenenti acrilati

Da: MEDICINA

La Società Internazionale di Dermatologia Plastica e Rigenerativa (Isplad e l`Associazione Dermatologi Ospedalieri Italiani (l`Adoi) considerando il forte aumento di reazioni avverse, ritengono opportuno che in Italia venga proibito l`uso di  filler  permanenti contenenti acrilati e metacrilati, come già succede da anni per il silicone liquido iniettabile. "Già da tempo abbiamo denunciato la pericolosità dei filler permanenti e dei metacrilati - dice Antonino Di Pietro, Presidente Fondatore Isplad. - Ogni giorno osserviamo visi deturpati ripieni di sostanze usate per spianare le rughe che non si possono più riassorbire. I metacrilati sono sostanze che la pelle e i tessuti non sono in grado di metabolizzare e digerire per cui si comportano da corpi estranei dando luogo nel tempo a crisi di rigetto : il viso, le labbra si gonfiano, si creano dei noduli pieni di pus , si ulcerano e possono lasciare cicatrici. Quasi sempre al danno fisico si associano problemi psicologici - continua Patrizio Sedona, membro del Consiglio Direttivo Adoi - che compromettono seriamente la salute generale del paziente e non solo l`aspetto estetico".


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09.01.2012
Anche nei nostri occhi una riserva di staminali

Da: RICERCA

Nei nostri occhi brilla una nuova luce, preziosa forse per la cura di molte malattie: infatti è stata isolata giusto dietro l`occhio (nella retina) una fonte facilmente estraibile di cellule staminali neurali. La scoperta si deve al team di Sally Temple del Neural Stem Cell Institute di Rensselaer, New York, ed è stata resa nota sulla rivista Cell Stem Cell. Le staminali neurali multipotenti si trovano più precisamente nell`epitelio pigmentato retinico, che è uno strato di cellule deputato al mantenimento, al `nutrimento` e alla protezione della retina, una parte fondamentale dell`occhio perché è lì che le immagini `fotografate` dal nostro sguardo vengono trasformate in segnali nervosi che poi, viaggiando sui nervi ottici, giungono al cervello. La bellezza di questa scoperta è che queste staminali sono presenti nell`occhio di una persona a qualunque età, infatti il gruppo della Temple le ha facilmente estratte da cadaveri di età dai 21 ai 99 anni. E non è tutto, queste cellule possono essere facilmente reperibili anche su persone vive aspirando il liquido nello spazio subretinico, un`operazione di routine in chirurgia oculistica. Ulteriori studi serviranno a chiarire meglio le loro potenzialità rigenerative ma un giorno queste cellule potrebbero divenire la base per terapie cellulari contro la maculopatia o altre malattie dell`occhio.


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09.01.2012
Tumore prostata, inutili psa e esame annuale

Da: RICERCA

Nuovi dati emersi da un ampio studio Usa dimostrano che l`esame digitale rettale della prostata e la conta del livello del Psa (l`antigene), cui ogni anno si sottopongono gli uomini oltre i 50 anni sono nel complesso inutili, perché non salvano le vite. E` quanto emerge dalle analisi dei dati di 76.000 uomini tra i 55 e i 70 anni lungo un periodo di tempo di 10-13 anni pubblicato sull`ultimo numero del Journal of the National Cancer Institute. "I dati confermano che la maggioranza degli uomini non ha bisogno di eseguire ogni anno gli esami della prostata", ha spiegato Gerald Andriole della Washington University School of Medicine, perché, ha proseguito, "la grande maggioranza dei tumori che abbiamo trovato sono a crescita lenta e difficilmente sono mortali". I ricercatori hanno trovato un 12% in più di casi di tumore alla prostata tra gli uomini che si sottopongono annualmente agli esami (4.250) rispetto a quanti hanno effettuato l`esame solo quando c`erano ulteriori sintomi (3.815). Ma la mortalità non cambia significativamente tra un gruppo e l`altro: 158 nel primo gruppo e 145 nel secondo.


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22.12.2011
Parte progetto su nanotecnologie per diagnosi precoce

Da: ONCOLOGIA

Le nanotecnologie hanno il potenziale non solo di portare i farmaci esattamente dove devono fare effetto, ma anche di scovare i segni premonitori dei tumori con grande anticipo rispetto alle diagnosi tradizionali. Ne è convinto Paolo De Paoli, direttore scientifico del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano, che ha tracciato il futuro delle ricerche dell`Istituto in occasione della pubblicazione di un libro sui primi 25 anni di attività del Centro. "Noi abbiamo appena iniziato un progetto per utilizzare le nanotecnologie per trovare i biomarcatori dei tumori nel sangue - spiega l`esperto - questa ricerca è in fase iniziale, ma in 3-5 anni speriamo che possa dare buoni frutti così come quella sui biomarcatori dei tumori dell`ovaio da trovare utilizzando la proteomica". Oltre che sul futuro di diagnosi e terapie, la ricerca del centro si concentra anche sulla cosiddetta `delivery of care`: "Quest`area di studio cerca di concentrarsi non solo sul tumore ma anche sul paziente - spiega De Paoli - creando ad esempio terapie adeguate alle persone anziane, o ai giovani tra i 14 e i 24 anni. Un altro progetto molto importante riguarda i pazienti lungo-sopravviventi, perché ancora non sappiamo bene cosa succede loro dopo che sono guariti, a quali patologie vanno incontro o che problemi psicologici presentano". Il gruppo di ricercatori dell`istituto potrebbe accrescersi già alla fine del prossimo anno grazie al progetto Campus, che mira a portare in Friuli esperti e studiosi da tutto il mondo: "Siamo alla fine della fase progettuale, che è stata molto rallentata dalla birocrazia - spiega De Paoli - ma speriamo di riuscire ad accelerare i lavori".


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22.12.2011
Ormone paratiroideo fra le cause pressione alta

Da: RICERCA

Pressione arteriosa, quando è alta è colpa del paratormone. Un gruppo di ricercatori padovani ha scoperto il legame tra le paratoroidi e il corticosurrene. Gli studiosi hanno identificato il ruolo del paratormone, ovvero l`ormone paratiroideo, nella patogenesi dell`iperaldosteronismo primario, una delle cause più comuni di aumento della pressione arteriosa. La ricerca, coordinata dal professor Gian Paolo Rossi e condotta dalla dottoressa Carmela Maniero, PhD student del Dottorato Internazionale in Ipertensione Arteriosa e Biologia Vascolare dell`Università di Padova, è stata recentemente pubblicata sul prestigioso "Journal of Hypertension" ed è stata condotta su un`ampia casistica di pazienti. Lo studio ha evidenziato che i livelli circolanti del paratormone sono aumentati nei pazienti con iperaldosteronismo primario e contribuiscono a causare e mantenere l`eccessiva produzione di aldosterone che caratterizza questa malattia. Non solo: la rimozione chirurgica del tumore secernente aldosterone è seguita dalla correzione dell`iperparatiroidismo. Ciò chiarisce un enigma che ha assillato gli ipertensiologi per oltre 5 decadi, e cioè perché nonostante l`assenza dell`angiotensina II, il principale stimolo fisiologico alla produzione di aldosterone, i pazienti con iperaldosteronismo primario continuino a produrre l`ormone in eccesso. Questo studio evidenzia per la prima volta un legame funzionale tra due ghiandole endocrine classicamente considerate totalmente indipendenti tra loro: le paratiroidi, che svolgono un ruolo chiave nel metabolismo fosfo-calcico, e il corticosurrene implicato nella regolazione della pressione arteriosa e del bilancio idrosalino. L`iperparatiroidismo identificato dai ricercatori padovani nei pazienti con iperaldosteronismo potrebbe anche spiegare la tendenza all`osteoporosi precoce in questi pazienti. Questa ricerca apre quindi prospettive nuove per il trattamento farmacologico dell`iperaldosteronismo primario, una delle cause più frequenti e spesso misconosciute d`ipertensione arteriosa


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21.12.2011
Oms, ischemie cardiache e ictus sono le prime cause di morte nel mondo

Da: MEDICINA

Se nei Paesi ricchi si muore soprattutto per ischemie cardiache e ictus, in quelli poveri si perde la vita soprattutto per infezioni respiratorie o la diarrea. In media nel mondo i principali 10 killer sono le ischemie cardiache (12,8% delle morti), ictus e altre patologie cerebrovascolari (10,8%), infezioni delle basse vie respiratorie (6,1%), malattie croniche polmonari ostruttive (5,8%), diarrea (4,3%), hiv (3,1%), tumore al polmone, trachea e bronchi (2,4%), tbc (2,4%), diabete mellito (2,2%) e incidenti stradali (2,1%). Dai dati dell`Oms, che si riferiscono al 2008, emerge che delle circa 57 milioni di persone perite, 7,3 sono morte per ischemie cardiache e 6,2 per ictus. Otto milioni i bambini sotto i 5 anni morti (di cui il 99% vive in paesi a basso e medio reddito). Tuttavia vi sono profonde differenze tra paesi a basso, medio e alto reddito. In quelli ricchi infatti oltre i 2/3 della popolazione supera i 70 anni e muore di malattie croniche, come patologie cardiovascolari, polmonari croniche ostruttive, tumori, diabete e demenze. In quelli a medio reddito quasi la metà degli abitanti raggiunge i 70 anni e i principali killer sono gli stessi di quelli ricchi, ma con un maggiore impatto di tbc, hiv e incidenti stradali. Negli Stati a basso reddito invece meno di una persona su 5 arriva a 70 anni, e oltre 1/3 di tutte le morti avviene in bimbi sotto i 15 anni. A uccidere sono soprattutto infezioni polmonari, malattie diarroiche, hiv, tubercolosi e malaria, oltre a complicazioni nella gravidanza e al parto. Analizzando più nel dettaglio i dati, si osserva che negli stati ad alto reddito la principale causa di morte sono appunto le ischemie cardiache (15,6%), seguite da ictus (8,7%), cancro al polmone, trachea e bronchi (5,9%), alzheimer e demenze (4,1%), infezioni delle basse vie respiratorie (3,8%), patologie polmonari ostruttive (3,5%), tumore del colonretto (3,3%), diabete mellito (2,6%), ipertensione (2,3%) e tumore al seno (1,9%). Quadro simile nei paesi a medio reddito, dove il primo killer rimangono le ischemie cardiache (13,7%), seguite da ictus (12,8%), malattie polmonari cronico-ostruttive (7,2%), infezioni respiratorie (5,4%), patologie diarroiche (4,4), hiv (2,7%), incidenti (2,4), tbc (2,4%), diabete (2,3%) e ipertensione (2,2%). Negli Stati a basso reddito invece a uccidere sono le infezioni delle basse vie respiratorie (11,3%), diarrea (8,2%), hiv (7,8%), ischemie cardiache (6,1%), malaria (5,2%), ictus (4,9%), tbc (4,3%), parto prematuro o basso peso alla nascita (2,9%) e infezioni neonatali (2,6%).


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21.12.2011
Scoperto come funziona la proteina che salva il cervello dall’ischemia

Da: RICERCA

Una proteina prodotta nel cervello, la fractalchina, è in grado di ridurre la morte dei neuroni `affamati` dal mancato afflusso di sangue e ossigeno per un`ischemia cerebrale: i suoi effetti protettivi si perpetuano addirittura fino a 50 giorni dal danno. Lo dimostra uno studio pubblicato su Journal of Neuroscience e firmato dai ricercatori dell`università Sapienza di Roma insieme ai colleghi dell`Istituto Mario Negri di Milano e del Karolinska Institutet di Stoccolma. L`esperimento che ha svelato il ruolo protettivo della fractalchina è stato condotto su topi e ratti, ai quali è stata somministrata la proteina immediatamente dopo aver indotto l`ischemia cerebrale. Per verificarne gli effetti, i ricercatori hanno sottoposto gli animali a una serie di test. In questo modo hanno potuto valutare la loro capacità di integrare le informazioni sensoriali con comandi motori specifici, oltre a `misurare` il volume di cervello interessato dal danno a breve termine e a 50 giorni dall`ischemia, e a identificare gli enzimi coinvolti nella morte dei neuroni. Allo stesso tempo sono state isolate nelle cavie alcune cellule microgliali, ossia le cellule preposte alla difesa immunitaria, per studiare come la fractalchina agisce sulle risposte caratteristiche di queste cellule, come la produzione di molecole infiammatorie e la capacità di `mangiare` cellule danneggiate, detriti cellulari o agenti potenzialmente tossici presenti nel cervello. I ricercatori hanno così dimostrato che l`effetto della fractalchina viene mediato da un recettore per l`adenosina, una molecola estremamente importante per la fisiologia della cellula e del cervello. I risultati di questo studio suggeriscono che in un futuro non troppo lontano si potrebbe usare la fractalchina come farmaco neuroprotettore in caso di ischemia cerebrale acuta, ma anche durante le operazioni al cervello.


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21.12.2011
Parkinson, attaccare la malattia salvando i mitocondri

Da: RICERCA

La malattia di Parkinson è un disturbo neurodegenerativo che porta alla perdita dei neuroni della cosiddetta substanzia nigra, formazione nervosa nella quale viene prodotta la dopamina. L’eziologia della perdita di queste cellule non è chiara, ma si sa che riguarda una funzionalità anormale dei mitocondri. Ma ristabilire il corretto funzionamento di questi centri di produzione di energia potrebbe proteggere dallo sviluppo del morbo, secondo uno studio effettuato su modello murino dai ricercatori dell’Università di Cambridge, appena pubblicato sulla rivista Journal of Experimental Medicine. La secrezione di dopamina facilita il movimento, dunque la perdita di gruppi cellulari attraverso i quali viene prodotto questo neurotrasmettitore innesca una riduzione della mobilità, rigidità, tremore. Ovvero i sintomi della malattia di Parkinson, che colpisce in Italia circa 150.000 persone, più altri 50.000 pazienti affetti dai cosiddetti parkinsonismi, altri quadri clinici che somigliano alla malattia. Le persone affette sono per lo più maschi e in quasi tutti i casi le patologie si sviluppano attorno ai 60 anni, ma l’età d’esordio del Parkinson si sta facendo sempre più bassa.
Questa perdita di neuroni dopaminergici, e quindi lo sviluppo della malattia, sembrano dipendere da un danno all’interno dei mitocondri, centri di produzione di energia dentro le cellule. Sfruttando il fatto che spesso alcuni virus ristabilizzano la funzione dei mitocondri per assicurare la sopravvivenza delle unità biologiche che infettano, il team di ricerca inglese ha provato ad infettare alcuni topi affetti da un morbo simile a quello di Parkinson con una proteina virale, chiamata beta 2.7. Questa proteina è infatti conosciuta per essere una di quelle che proteggono i mitocondri, ma i ricercatori sono in grado di farla diventare innocua per gli esseri viventi. Le cavie sottoposte a questa procedura, a prescindere che questa venisse applicata prima o dopo la comparsa di lesioni a livello cerebrale, ottenevano risultati migliori sui test di movimento o di comportamento. Inoltre, i loro cervelli contenevano un numero maggiore di neuroni dopaminergici. Chiaramente i ricercatori precisano di aver bisogno di altre conferme prima di essere sicuri che l’approccio possa funzionare anche sugli esseri umani. “Il nostro metodo potenzialmente potrebbe avere grandi ripercussioni sul trattamento del Parkinson”, scrivono nello studio. “Anche perché – precisano – l’agente appena scoperto potrebbe avere lo stesso effetto protettivo non solo sui neuroni dopaminergici presenti nella substanzia nigra, ma anche in tutti gli altri neuroni danneggiati anche solo parzialmente”.


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20.12.2011
Identificati geni formazione piastrine

Da: RICERCA

Assieme a 100 centri di ricerca di tutto il mondo, il Centro di Biomedicina dell`Accademia europea Eurac di Bolzano ha identificato i geni coinvolti nella formazione delle piastrine con uno studio su 70 mila individui, analizzando milioni di varianti geniche. Sono state identificate 68 regioni del genoma che regolano la formazione e la struttura delle piastrine: i più piccoli elementi cellulari che circolano nel sangue e svolgono un ruolo chiave nella coagulazione e nella guarigione delle ferite. Lo studio, il maggiore finora condotto su questo tema, è stato pubblicato sulla rivista scientifica Nature. La ricerca è stata condotta con l`analisi dell`intero genoma, con tecniche bioinformatiche e analisi biologiche, e ha preso il via da uno studio sulle varianti geniche implicate in numerose patologie associate a valori anomali delle piastrine.


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20.12.2011
Sclerosi multipla, in futuro diagnosi con prelievo sangue

Da: RICERCA

Un semplice esame del sangue per individuare i malati di sclerosi multipla (Sm). E` questo il futuro per una diagnosi precoce della malattia. Un team di ricercatori italiani dell`Istituto San Raffaele guidati da Cinthia Farina ha individuato, grazie alla medicina di genere, dei biomarcatori specifici della malattia. La ricerca è pubblicata su Journal of Autoimmunity. Nello studio sono stati valutati più di 20.000 geni nel sangue di pazienti con Sm e i profili sono stati paragonati a quelli di donatori sani, tenendo conto anche del sesso (maschile o femminile) del malato. Risultato: la malattia è caratterizzata da cambiamenti significativi sia nella quantità che nel tipo di geni che sono diversamente espressi nel sangue degli uomini e delle donne. Non solo, sono state identificate delle "firme molecolari" associate alla patologia diverse negli uomini e donne con Sm. Questi "codici a barre" distinti hanno tuttavia fornito informazioni sugli stessi processi biologici sottesi alla malattia. "E` un lavoro di medicina traslazionale molto innovativo - spiega Cinthia Farina responsabile del laboratorio di Immunobiologia delle Malattie Neurologiche presso l`Istituto di Neurologia Sperimentale INSpe del San Raffaele - poiché per la prima volta è stato usato nell`analisi di genomica funzionale un approccio di `medicina di genere`. Questo ci ha consentito di ottenere marcatori in grado di distinguere in maniera molto precisa i malati dalla popolazione sana. In altre parole, andando avanti nella ricerca sarà possibile, un domani, capire da un prelievo di sangue se una persona è affetta da SM oppure no".


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19.12.2011
Annuario Istat: patologie croniche in aumento negli anziani

Da: SANITÀ

Nel 2008 l`assistenza sanitaria territoriale conta circa 47.000 medici di base, otto ogni 10 mila abitanti e circa 7.700 pediatri, 9 ogni 10 mila bambini fino a 14 anni. Ammontano a circa 16 ogni 100 mila abitanti gli ambulatori e i laboratori pubblici e privati convenzionati, in lieve calo negli ultimi tre anni. Risultano in crescita nel corso degli anni, anche in ragione del progressivo invecchiamento della popolazione, i pazienti assistiti al proprio domicilio, da 414 mila nel 2006 a 494 mila nel 2008, l`81% dei quali è ultrasessantacinquenne. Questi alcuni dati dell`Annuario Istat 2011 presentato e disponibile sul sito dell`Istituto. In oltre ottocento pagine il volume offre un ritratto completo del Paese e moltissime chiavi di lettura sui principali fenomeni ambientali, demografici, sociali ed economici. I dati presentati nei 26 capitoli, con dettaglio regionale e generalmente riferiti al 2010, sono accompagnati da un confronto sintetico con i quattro anni precedenti. Sempre per il settore sanitario, la percezione dello stato di salute rappresenta un indicatore globale dello stato di salute della popolazione, molto utilizzato in ambito internazionale. Nel 2011, il 71,1% della popolazione valuta positivamente il proprio stato di salute: fra gli uomini la percentuale è più alta (75,1%) rispetto a quella femminile (67,2%). Quanto alle patologie croniche, il 38,4% delle persone dichiara di esserne affetto, ma la percentuale sale notevolmente, raggiungendo l`86,2%, fra gli ultrasettantacinquenni. Le malattie croniche più diffuse sono l`artrosi/artrite (17,1%), l`ipertensione (15,9%), le malattie allergiche (10,3%), l`osteoporosi (7,2%), la bronchite cronica e asma bronchiale (6,1%) e il diabete (4,9%). Nel nostro Paese il pasto veloce fuori casa fatica a prendere piede: infatti, ancora nel 2011 sei persone su dieci pranzano generalmente a casa. È fortemente diffusa anche l`abitudine di fare una colazione "adeguata" al mattino: l`82,9% delle donne e il 77% degli uomini abbina al caffè o al tè alimenti nutrienti come latte, biscotti, pane. L`abitudine al fumo è stabile negli ultimi anni e coinvolge il 22,3% della popolazione over 14. Anche nel 2011 a fumare sono soprattutto gli uomini (28,4%) rispetto alle donne (16,6%) ma la quota di persone dedita al tabagismo è nettamente più elevata fra i giovani 25-34enni (38,9%) e fra le signore di 45-54 anni (23,3%). 


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19.12.2011
Alzheimer, farmaco migliora memoria e protegge cervello

Da: FARMACI

La memoria svanisce al punto che anche le più semplici azioni diventano difficili da compiere. Nei malati di Alzheimer questo è l`effetto del progressivo declino cognitivo che colpisce il cervello. Un nuovo farmaco promette di arrestare questo processo migliorando la memoria e preservando il cervello dai danni apportati dalla malattia. Per il momento, questo farmaco, il cui nome è J147 è stato sperimentato sui topi ma, nello studio pubblicato su Plos One, i ricecatori del Salk Institute for Biological Studies, di San Diego, in California pensano che presto potrebbe essere presto sperimentato sull`uomo. Nei topolini da laboratorio, la somministrazione di J147 ha fatto migliorare la memoria e protetto dalla perdita delle connessioni sinaptiche. "Nessun farmaco in circolazione - affermano i ricercatori - assicura entrambi questi risultati". Per la sua capacità di proteggere il cervello, secondo gli studiosi, il farmaco J147, una volta testato, potrebbe essere impiegato anche nel trattamento di altre malattie neurodegenerative come il morbo di Parkinson, la malattia di Huntington, la sclerosi laterale amiotrofica (Sla) ma anche l`ictus.
 


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16.12.2011
Staminali, in Italia solo 33% cordoni utili, ne servono 60mila

Da: SANITÀ

Le cellule staminali del cordone ombelicale sono una valida terapia contro diverse patologie, come alcuni tipi di leucemia o il linfoma di Hodgkin. Il loro uso funziona come un vero e proprio trapianto, eppure in Italia viene conservato solo un terzo dei cordoni di cui ci sarebbe bisogno, e "il 95% dei nuovi campioni viene buttato via per mancanza di spazio". Lo riporta Assobiotec nella sua newsletter Biotech.com.     "Per l`Italia - spiegano gli esperti dell`associazione, che fa parte di Federchimica - è stata stimata una raccolta di almeno 60mila unità per poter provvedere alla sufficiente compatibilità della popolazione, mentre ad oggi sono state bancate solo 20mila unità. E le risorse limitate del Servizio sanitario nazionale, oltre che per gli evidenti problemi di logistica, non permetterebbero di ampliare in futuro la raccolta dei campioni". Nel nostro Paese, al contrario che in molte nazioni estere, non è possibile conservare le cellule del cordone per uso autologo, ovvero per un uso su sé stessi con una sorta di auto-trapianto. Le uniche eccezioni, con la conservazione in banche del cordone pubbliche, riguardano particolari patologie, ma solo se diagnosticate prima della nascita del bambino. Se la diagnosi avviene anche solo pochi mesi dopo il parto, invece, per la conservazione autologa (e quindi per la cura di determinate patologie) è ormai troppo tardi. Eppure, aggiunge Assobiotec, "le statistiche europee di trapianti di staminali da cordone ombelicale dimostrano che su 585 trapianti effettuati nel solo 2009 in Europa, già 42 riguardano lo stesso ambiente famigliare del donatore, a cui si sommano ulteriori 15 trapianti autologhi". "E` inaccettabile che l`attuale situazione normativa - spiega Alessandro Sidoli, presidente di Assobiotec - precluda ai genitori la conservazione autologa del cordone a scopo precauzionale. Questo costringe di fatto migliaia di famiglia a conservare all`estero i cordoni, quando l`Italia, se la legge lo consentisse, sarebbe perfettamente in grado di rispondere al loro fabbisogno. E` per questo che Assobiotec chiede con forza al ministro della Salute Renato Balduzzi di colmare l`attuale vuoto normativo".



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16.12.2011
Alzheimer, nuovo strumento per diagnosi oggettive

Da: RICERCA

Un team di ricercatori guidati Jyrki Lotjonen del VTT Technical Research Centre of Finland ha messo a punto un nuovo strumento di supporto decisionale per la diagnosi oggettiva della Malattia di Alzheimer. La ricerca e` stata effettuata nell`ambito del progetto europeo PredictAD, finanziato dal VII Programma Quadro. Lo strumento sviluppato dai ricercatori finlandesi mette a confronto i dati di un paziente a quelli di altre persone presenti nei database di ospedali, cliniche e centri di ricerca, fornendo cosi` un indice immediato circa il livello di gravita` della malattia. Il progetto ha dimostrato che lo strumento migliora l`accuratezza della diagnosi e la fiducia dei medici circa la loro decisione, favorendo una diagnosi piu` precoce. La demenza e` stata recentemente identificata come una priorita` sanitaria sia in Europa che negli Stati Uniti. La Malattia di Alzheimer e` la causa piu` comune di demenza, da sola essa comporta spese pari a circa l`1 per cento del prodotto interno lordo (PIL) di tutto il mondo e si stima che il numero di persone colpite dalla malattia raddoppiera` nei prossimi 20 anni. La diagnosi precoce gioca quindi un ruolo chiave nella soluzione del problema. Le attuali linee guida per la diagnostica della malattia sottolineano il ruolo di diversi biomarcatori, tra cui le misure della risonanza magnetica (MRI), della tomografia ad emissione di positroni (PET), i biomarcatori tratti dal liquido cerebrospinale (CSF) e biomarcatori genetici, oltre all`evidenziazione clinica della compromissione della memoria. Nessuna singola misura fornisce pero` sufficienti informazioni per la diagnostica. Questo fa si` che la decisione sia fondata in gran parte su ragioni soggettive e richiede approfondite competenze cliniche. Sfruttando i dati presenti negli archivi degli ospedali, PredictAD ha progettato un approccio totalmente nuovo per la misurazione oggettiva dello stato del paziente, fondato sulla diagnostica sistematica da modelli matematici. Questo sistema di supporto decisionale, sviluppato in stretta collaborazione con i medici, mette a confronto le misurazioni del paziente con misurazioni di altre persone presenti in banche dati di grandi dimensioni, offrendo un indice e una rappresentazione grafica che riflette lo stato del paziente. L`indice e` un barometro della malattia, la rappresentazione grafica fornisce invece al medico a colpo d`occhio tutte le informazioni sullo stato del paziente rispetto a centinaia di altre persone, alcune con la malattia e altri sani.



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06.12.2011
In Italia sopravvivenza ai tumori maggiore nell`Ue

Da: ONCOLOGIA

In Italia per la maggior parte delle neoplasie vi è un aumento della sopravvivenza maggiore che nel resto d`Europa: a 5 anni è vivo l`83% di chi è colpito da neoplasia al seno (contro l`80%), il 58% di chi è colpito da tumore del colon-retto (rispetto al 54%), il 79% di chi è colpito da neoplasia alla prostata (contro il 74%) e il 13% di chi è colpito da tumore al polmone (contro il 10%). E` quanto evidenzia il volume "I numeri del cancro in Italia nel 2011-Ecco come la malattia colpisce nel nostro Paese", realizzato da Aiom (Associazione Italiana Oncologi medici) e Airtum (Associazione Italiana Registri Tumori) e che sarà presentato a Roma alla presenza del ministro della Salute, Ferruccio Fazio. In Italia si stima che nel 2011 le diagnosi di nuovi casi di tumore maligno (escludendo i tumori epiteliali della cute) ammonteranno a 360.000, di cui circa 200.000 (56%) tra gli uomini e circa 160.000 (44%) tra le donne. I "big killer" si confermano le neoplasie al polmone, al seno, alla prostata e al colon retto, che risulta essere la neoplasia più frequente.


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06.12.2011
Alzheimer, la cura in due coloranti tratti dai licheni

Da: RICERCA

Da sempre i pigmenti naturali sono usati per colorare tessuti o cibi. Ma da oggi un particolare colorante, isolato dai licheni che crescono nelle Isole Canarie, potrebbe essere usato anche per curare malattie neurodegenerative come Alzheimer, Parkinson o Corea di Huntington. Come? Eliminando i più piccoli aggregati proteici che causano i sintomi di queste patologie. La scoperta è stata risultato di una ricerca del Max Delbrück Center for Molecular Medicine (MDC) e della Universitätsmedizin di Berlino, pubblicata su Nature Chemical Biology. Il pigmento chiamato orceina, di un intenso rosso scuro, e una sostanza ad esso collegata (di colore blu) chiamata semplicemente O4 si legano infatti ai piccoli aggregati amiloidi considerati tossici. I medici sanno infatti che alcuni aggregati di proteine betamiloidi possono essere la causa delle disfunzioni neuronali e dei problemi di memoria alla base della malattia di Alzheimer, ma non hanno ancora capito perfettamente la biologia della patologia. Si ritiene che sia un errore nel ripiegamento proteico – ovvero nel processo con il quale la molecola assume la propria struttura tridimensionale – la causa principale di questa malattia, così come del morbo di Parkinson o della corea di Huntington. Analizzando il cervello dei pazienti affetti da tali patologie, infatti, si nota proprio un accumulo di grandi placche extra o intracellulari di proteine. Secondo i ricercatori tedeschi, però, non sarebbero le grandi placche a causare le malattie neurodegenerative, ma le aggregazioni più piccole di proteine, precursori delle placche stesse. I due coloranti studiati si legherebbero proprio a questi composti più minuti, promuovendone la conversione in placche più grandi, che secondo i ricercatori potrebbero essere dunque più sicure per i neuroni. Precedentemente, gli stessi ricercatori che hanno lavorato a questo studio avevano dimostrato che un’altra sostanza – la EGCG (Epigallocatechin-3-gallate), un composto naturale che si trova nel tè verde – rendeva sicure alcune proteine tossiche. Nella ricerca pubblicata su Nature Chemical Biology, gli scienziati hanno invece dimostrato che i due coloranti rosso e blu riescono ad eliminare gli aggregati molecolari tossici più piccoli. Ma come funzionano i due pigmenti? Invece di rimodellare le placche proteiche, correggendo il loro ripiegamento, essi accelerano la formazione di aggregati molecolari più grandi. “È un nuovo meccanismo, che nessuno aveva mai osservato prima”, ha spiegato Erich Wanker, docente della MDC. “Fino ad oggi avevamo tentato disperatamente di evitare la formazione dei piccolo aggregati tossici, con particolare difficoltà. Ma oggi, se la nostra ipotesi è corretta e la causa della malattia sono gli aggregati più piccoli e non le placche più grandi, allora potremo usare O4 per curare queste terribili malattie neurodegenerative”. Per questo oggi i ricercatori hanno avviato dei trial clinici per testare le proprietà dei coloranti. Per ora non sono ancora sicuri che l’accelerazione nella formazione di placche più grandi possa effettivamente ridurre i sintomi dell’Alzheimer negli esseri umani, ma gli scienziati sono comunque fiduciosi che i pigmenti appena scoperti possano aiutare nello sviluppo di un approccio terapeutico efficace contro la malattia. “Speriamo, soprattutto, che questa ricerca possa stimolarne altre che vanno sempre nella stessa direzione. Solo così potremo finalmente sviluppare farmaci che funzionino”, ha concluso Wanker.

 


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01.12.2011
Arriva nuovo antimalarico frutto ricerca italiana prodotto da Sigma-Tau e Mmv

Da: FARMACI

E` disponibile sul mercato la nuova terapia combinata  per combattere la malaria frutto della ricerca italiana dell`azienda Sigma-Tau e della fondazione no profit Medicines for malaria venture (Mmv). Il nuovo farmaco ha infatti ottenuto l`approvazione da parte dell`Agenzia europea dei farmaci (Ema). Sigma-Tau è la prima azienda ad avere ottenuto dall`Ema l`autorizzazione alla commercializzazione con procedura centralizzata nei 27 paesi dell`Unione Europea per il primo antimalarico `Made in Italy`. Si tratta di una nuova terapia combinata composta dai principi Didroartemisinina e Piperachina. Si è dimostrata altamente efficace nel trattamento della malaria non complicata negli adulti e nei bambini, ed ha una facile somministrazione (una dose al giorno per tre giorni). Gli studi hanno dimostrato che il nuovo farmaco determina un`alta percentuale di guarigione, superiore al 95%, ed una significativa riduzione dei tassi di reinfezione. Il farmaco rappresenta una novità importante soprattutto per i bambini che vivono in aree ad alto rischio e che spesso, dopo la guarigione, sono soggetti ad un nuovo episodio di malaria potenzialmente mortale.


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01.12.2011
Individuati i geni per la formazione delle piastrine

Da: FARMACI

Identificate le 68 regioni del Dna che regolano la formazione e la struttura delle cellule del sangue. La ricerca, pubblicata sull`ultimo numero di Nature, è il frutto di una collaborazione senza precedenti più di 100 istituti di ricerca di tutto il mondo, tra cui ben nove gruppi italiani, e ha analizzato le variazioni genetiche di quasi 70.000 persone per comprendere meglio le patologie associate a valori anomali delle piastrine. La ricerca, la maggiore mai condotta su questo tema, ha visto un`ampia partecipazione italiana tra cui l`Istituto di ricerca genetica e biomedica di Cagliari (Irgb-Cnr), l`Istituto di genetica e biofisica di Napoli (Igb-Cnr), e l`Istituto scientifico San Raffaele di Milano, "è partita da uno studio puramente genetico sulle varianti geniche implicate in numerose e gravi patologie associate a valori anomali delle piastrine", ha spiegato Serena Sanna, ricercatrice dell`Irgb-Cnr. "L`obiettivo era capire quali geni controllassero la produzione delle piastrine, comprenderne i meccanismi biologici e capire se e come svolgano un ruolo anche nelle malattie trombotiche ed emorragiche". Nello studio sono state analizzate le informazioni genetiche di circa 70 mila individui europei e asiatici, e una volta identificate le regioni genomiche potenzialmente coinvolte nella regolazione delle piastrine, sono state studiate con tecniche bioinformatiche. "Ci siamo occupati dell`analisi statistica delle milioni di varianti individuate", ha spiegato Eleonora Porcu matematica dell`Irgb-Cnr. "Si tratta di una ricerca molto importante, un punto di partenza che speriamo in futuro possa portare a delle cure efficaci". Le analisi si sono concentrate in particolare sulle popolazioni dei cosiddetti isolati genetici, gruppi di persone che per motivi storici e geografici conservano una certa omogeneità genetica, come quelli dell`Ogliastra in Sardegna o del Parco genetico del Cilento e Vallo di Diano. Alcune delle varianti dei geni identificati sono responsabili di malattie ereditarie e "le scoperte sui meccanismi implicati nel fondamentale aspetto della coagulazione", ha spiegato Daniela Toniolo, dirigente di ricerca Igm-Cnr e capo unità al San Raffaele, "sono potenzialmente trasferibili in ambito clinico, giacché i geni identificati rappresentano possibili bersagli per la diagnosi e il trattamento terapeutico di patologie emorragiche".


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01.12.2011
Legame tra glicemia alta e cancro al colon

Da: RICERCA

Elevati livelli di zucchero nel sangue nelle donne anziane risultano associati ad un aumento del rischio di ammalarsi di tumore al colon-retto, secondo uno studio condotto dai ricercatori dell`Albert Einstein College of Medicine della Yeshiva University negli States. I risultati raccolti attraverso l`osservazione di circa 5mila donne in post-menopausa, sono stati pubblicati sul British Journal of Cancer. Analizzando la presenza di zucchero nel sangue delle pazienti per 12 anni, i ricercatori hanno scoperto che elevati livelli di glucosio appaiono associati ad un aumentato rischio di tumore del colon retto: le donne con livelli piu` alti di glucosio nel sangue avevano avuto quasi il doppio delle probabilita` di sviluppare il cancro al colon. Nessuna associazione e` stata trovata, invece, tra i livelli di insulina e l`insorgere della malattia. Un`indagine che aiuta anche a comprendere meglio il rapporto tra obesita` e tumore: l`obesita` e` infatti solitamente accompagnata da elevati livelli ematici di insulina e glucosio, ed e` un noto fattore di rischio per il cancro del colon-retto. I ricercatori hanno a lungo sospettato che l`obesita` influenzasse l`insorgere della patologia ma lo studio di Einstein suggerisce che l`impatto dell`obesita` sul questo tipo di tumore puo` essere dovuto proprio agli elevati livelli di glucosio. "La prossima sfida sara` trovare il meccanismo con cui cronicamente elevati livelli di glucosio nel sangue portano al cancro del colon-retto", ha detto Geoffrey Kabat, epidemiologo dell`Einstein e autore principale dello studio.


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28.11.2011
Angina patologia dimenticata, colpiti 2 mln italiani, in crescita angioplastiche

Da: MEDICINA

Due milioni di italiani soffrono di angina cronica e la patologia è aumentata in modo rilevante negli ultimi cinque anni, così come sono cresciute del 5,6 per cento, tra il 2007 e il 2010, le angioplastiche che `riaprono` le arterie occluse impedendo l`afflusso di sangue al cuore. In crescita del 13% anche le procedure di rivascolarizzazione con l`inserimento di stent medicati con rilascio graduale di farmaci. Per accendere i riflettori su questa patologia l`Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri (Amco) ha organizzato, fino a metà dicembre, un mese di iniziative in 100 ospedali italiani in cui si terranno i primi corsi di formazione dei medici specialistici (cardiologi ma anche diabetologi, internisti e medici di urgenza).    "L`aumento dell`aspettativa di vita, del numero di persone che sopravvivono ad infarto e degli scorretti stili di vita, dal fumo alla sedentarietà - afferma Massimo Uguccioni, vicepresidente per le attività culturali dell`ANMCO e direttore della Cardiologia dell`Ospedale Cto-A. Alesini di Roma - hanno fatto crescere il numero delle persone con angina cronica. In Italia, negli ultimi 5 anni, i pazienti con angina cronica sono aumentati e di pari passo è aumentato il numero delle procedure coronariche percutanee ma, nonostante tali interventi, circa il 20-30% dei pazienti continua ad avere angina ovvero soffre di dolore cardiaco in seguito a uno sforzo lieve o in altri momenti della vita quotidiana, come si deduce dai dati di prescrizione dei più comuni farmaci anti-anginosi". Da qui la necessità, aggiunge Uguccioni, "di ottimizzare la terapia farmacologica sia con le opzioni tradizionali come betabloccanti, nitrati, statine, antiaggreganti che con l`impiego di nuovi farmaci oggi disponibili". La percezione, tra i medici specialistici e di medicina generale, è che l`angina non esista più perché la cardiologia interventistica ne elimina i sintomi. Ma, secondo i dati dell`Anmco, nel 10% degli uomini e in gran parte (fino al 50%) delle donne con angina, pur in presenza di coronarie normali la qualità della vita è compromessa da ricorrenti episodi di dolore anginoso che può portare anche ad ospedalizzazione. "C`è un mondo sommerso di pazienti anginosi che continua a convivere con il dolore cardiaco - prosegue Uguccioni - che si manifesta nonostante le procedure interventistiche, nei quali spesso, per età o altre malattie non è possibile intervenire di nuovo. Questi pazienti non possono essere trascurati e i medici dovrebbero adottare, come sta accadendo da alcuni anni negli Stati Uniti, nuovi strumenti di valutazione della gravità della patologia che misurino efficacemente la qualità della vita, oltre che la persistenza di sintomi".



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28.11.2011
Alzheimer, per curarlo potrebbe tornare l’elettrostimolazione del cervello

Da: RICERCA

La stimolazione del cervello con impulsi elettrici per curare malattie è una pratica che forse può ricordare terribili scene di film o brani della letteratura. Eppure, secondo alcuni ricercatori del Toronto Western Hospital  in Canada, alcune lievi scariche elettriche dirette al cervello in maniera ripetuta potrebbero fermare lo sviluppo dell`Alzheimer e addirittura ridurre il declino cognitivo associato alla malattia. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Annals of Neurology. “Sappiamo che nell’Alzheimer il cervello si restringe, in particolare nell’ippocampo”, ha spiegato Andres Lozano, che ha lavorato allo studio. L’organo va infatti incontro a un progressivo danneggiamento: i neuroni si deteriorano, il cervello perde peso e volume. In particolare nella malattia il lobo temporale che contiene l`ippocampo mostra di consumare meno zucchero del normale, segno che la sua attività si rallenta e che la regione si spegne lentamente. Questa particolare zona del cervello è proprio quella che svolge un ruolo importante nella memoria a lungo termine e nell’orientamento spaziale. Poiché l’elettrostimolazione profonda del cervello aveva già mostrato di attenuare alcuni sintomi del morbo di Parkinson, come tremori e difficoltà a camminare, i ricercatori hanno tentato di applicare la stessa tecnica anche sui malati di Alzheimer. Lo studio, molto preliminare, è stato condotto su soli sei pazienti ma i risultati ottenuti sarebbero già considerati sorprendenti. Per dimostrare l’utilità di questa tecnica, gli scienziati hanno applicato alcuni elettrodi vicino alla fornice – un fascio di fibre nervose a forma di C che trasporta il segnale da e verso l’ippocampo – e hanno così potuto stimolare il cervello con piccolissimi impulsi elettrici, con una frequenza pari a 130 scariche al secondo. I risultati? Come già detto sembrano sorprendenti. Nei pazienti trattati con la stimolazione profonda per un anno, il consumo di zuccheri di questa regione è tornato normale. Il deterioramento dell`ippocampo, in due dei sei pazienti, è stato interrotto. O anche meglio, l`ippocampo ha cominciato a rigenerarsi, tornando a crescere dal 5 all`8 per cento. Sebbene il team non sia del tutto sicuro di come funzioni questo trattamento, alcuni recenti esperimenti condotti sui topi dimostrerebbero che la stimolazione elettrica può portare alla nascita di nuovi neuroni nel cervello e innescare la produzione di proteine che incoraggiano la formazione di nuove connessioni neuronali. Per questo i ricercatori hanno annunciato che presto comincerà un trial clinico che coinvolgerà 50 persone. E per chi gli chiede se la pratica non sia troppo radicale, i ricercatori hanno già la risposta pronta. “L’elettrostimolazione profonda del cervello è già stata usata in 90.000 casi di Parkinson in tutto il mondo”, ha spiegato Lozano. “L’Alzheimer è solo cinque volte più comune del Parkinson, dunque se questa tecnica è stata usata per curare una malattia può essere benissimo usata per curare anche l’altra”. Il trattamento terapeutico sembra effettivamente dare buoni risultati, ma la giustificazione che danno i medici per il suo utilizzo, a dirla tutta, lascia comunque qualche dubbio.



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24.11.2011
Parkinson, i malati sono 200 mila, uno su dieci ha meno di 40 anni

Da: MEDICINA

"In Italia non si parla abbastanza di Parkinson, ci sono ancora molti pregiudizi, addirittura ci sono dei pazienti che per lungo tempo cercano di nascondere la malattia anche ai familiari. Per questo abbiamo bisogno di fare informazione sulla patologia", questo il modo in cui Ubaldo Bonucelli, presidente della Lega italiana per la lotta contro la malattia di Parkinson (Limpe), presenta la III Giornata Nazionale della Malattia di Parkinson, che si celebrerà il prossimo 26 novembre in tutta Italia. La giornata è infatti promossa dalla Limpe, insieme all’Associazione italiana disordini del movimento (Dismov-Sin), proprio per combattere la scarsa informazione e sensibilizzare sull`importanza di una diagnosi precoce. La giornata - celebrata in tutta Italia anche nel 2010 - è nata per combattere la scarsa informazione sui progressi della ricerca ma anche sulla qualità di vita dei pazienti. La manifestazione vuole rappresentare un aiuto per i pazienti ed i familiari che devono vivere il quotidiano, sapendo di poter contare sui migliori specialisti e sulla ricerca, l`arma vincente per questa malattia. "I pazienti hanno bisogno nel loro quotidiano di non sentirsi soli e che si parli di questa malattia cronica, dalla quale non si può guarire ma che si può curare", ha spiegato Bonucelli. Fino ad oggi, infatti, la malattia è stata combattuta solo a livello dei sintomi, non nella sua progressione. Alcuni recenti studi con farmaci antiossidanti fanno però ritenere possibile che si possa trattare la malattia non solo contrastandone i sintomi ma anche rallentandone il decorso. Oggi la patologia colpisce circa il 3 per mille della popolazione generale, e circa l’1% di quella sopra i 65 anni. In Italia i malati di Parkinson sono circa 150.000, per lo più maschi (1,5 volte in più), con età d’esordio compresa fra i 59 e i 62 anni. Ma esistono altri 50.000 pazienti affetti dai cosiddetti parkinsonismi, altri quadri clinici che somigliano alla malattia. Come già detto in quasi tutti i casi le patologie si sviluppano attorno ai 60 anni, ma l’età d’esordio del Parkinson si sta facendo sempre più giovane (un paziente su 4 ha meno di 50 anni, il 10% ha meno di 40 anni), per il fatto che la scienza è oggi in grado di porre una diagnosi ai primi sintomi, quando la malattia è ancora in fase precocissima. Nonostante la sua diffusione, della malattia si parla poco ed è ancora causa di un forte stigma sociale. Ecco perché lo slogan dell’edizione 2011 è "La malattia di Parkinson non deve cambiare l`armonia della tua vita: affrontala subito!". Un messaggio questo diffuso anche da uno spot radio-televisivo, che vede una voce d’eccezione come testimonial: il cantante Andrea Bocelli. Durante la giornata, molte strutture sanitarie della penisola saranno aperte per offrire informazioni. In tutte le strutture che aderiranno all`iniziativa sarà possibile ottenere informazioni sulle nuove diagnosi e sullo stato della ricerca e parlare con i medici specialisti. La giornata rappresenta dunque un`opportunità per saperne di più. Ma l’occasione non si limita a questo. Lo scopo infatti è anche quello di fare un altro passo verso la diagnosi precoce, una cura migliore e una più serena gestione della vita. "La qualità di vita dei pazienti è l`obiettivo principale per cui stiamo lottando - ha concluso Bonucelli - e grazie alla ricerca oggi è possibile raggiungere questo obiettivo. In questo senso infatti abbiamo predisposto un importante progetto di ricerca che verrà sviluppato insieme a DISMOV-SIN, allo scopo di verificare l`efficacia di un protocollo riabilitativo sperimentale nella prevenzione delle cadute dei pazienti affetti da Parkinson. Per sostenere questa ricerca sul piano economico, verrà avviata una raccolta fondi che include una serie di iniziative che realizzeremo per tutto il corso del prossimo anno"

 


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24.11.2011
Nuove linee guida per artrite reumatoide

Da: MEDICINA

Tempestività d`intervento, personalizzazione dei farmaci prescritti, monitoraggio costante e ravvicinato del paziente, riduzione dell`uso improprio dei farmaci biologici che devono comunque essere garantiti a tutti i pazienti che possono realmente trarne beneficio. Sono questi i punti su cui la Società Italiana di Reumatologia ha aggiornato le Linee Guida nazionali sul trattamento con farmaci biologici dell`Artrite Reumatoide e dell`Artrite Psoriasica, presentate in occasione del Congresso Nazionale di Rimini. "L`avvento dei farmaci biologici ha avuto un grosso impatto sul trattamento delle malattie muscolo scheletriche infiammatorie, patologie ad elevato rischio di cronicità e invalidità - ha dichiarato Carlo Salvarani, Direttore U.O. di Reumatologia dell`Ospedale di Reggio Emilia - per quei pazienti che non rispondono alle terapie tradizionali". Le nuove Linee Guida Nazionali ed Internazionali hanno lo scopo di identificare quelle persone che, sottoponendosi a terapia biologica, possano realmente trarne un beneficio. Basate su evidenze scientifiche, definiscono, infatti, criteri precisi per ridurre al minimo la variabilità nella pratica clinica, supportando i reumatologi, nell`individuazione del miglior trattamento che tenga conto della specificità del singolo paziente, evitando ritardi nella scelta della terapia più adatta e ottimizzando l`utilizzo dei farmaci biologi con evidenti ripercussioni sulla spesa sanitaria.


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23.11.2011
Eventi avversi in sanità, in Italia meno errori che all`estero, tasso del 5,17% contro il 9,2%

Da: SANITÀ

Questi in anteprima i dati di uno studio inedito su 15 mila cartelle cliniche in diversi ospedali italiani. La ricerca, promossa e finanziata dal Ministero della Salute e realizzata dal Centro Gestione Rischio Clinico della Regione Toscana al Forum Risk Management in Sanità. Dati importanti, che dimostrano ancora una volta come la Sanità italiana abbia posto la propria attenzione al problema e abbia cercato di dare risposte concrete con un lavoro serio e mirato. Lo studio che sarà presentato integralmente il 25 novembre al Forum Risk Mangement  è il primo in Italia ed è stato effettuato analizzando 15.000 cartelle cliniche attraverso l`utilizzo di un modello standard già utilizzato a livello internazionale. Un dato però che non deve far abbassare la guardia è quello che riguarda la “prevenibilità degli eventi avversi” che in Italia è più alta in confronto a quella riscontrata in altri Paesi: 56,7% rispetto al 43,5%. Altro aspetto rilevante della ricerca sono le conseguenze degli “eventi avversi”, che nel 66% dei casi provocano un prolungamento della degenza ( ogni giorno di degenza ha un costo per il SSN di Euro 400) e nel 28% possono comportare una disabilità o il decesso del paziente.  “Alla luce di ciò - afferma il Presidente della Fondazione Sicurezza in Sanità, Vasco Giannotti – introducendo i lavori del VI Forum Risk management -non bisogna abbassare la guardia e occorre investire sempre di più nella prevenzione del rischio e nella sicurezza del paziente. Un investimento che non rappresenta una spesa per il Servizio Sanitario Nazionale, ma che produce risparmio anche da un punto di vista economico finanziario”. Per la prima volta abbiamo “dati certi” sui quali costruire un`agenda delle priorità". Considerazione condivisa anche dai numerosi esperti presenti alla VI Edizione del Forum Risk Management che sottolineano come da questo studio emerga l’esigenza di una nuova legge in materia che consenta ai medici di discutere i propri errori senza il timore delle conseguenze giudiziarie. Questo studio, che non è rivolto ad accertare responsabilità professionali, rappresenta un punto di partenza per lo sviluppo di una nuova cultura; la cultura della “Prevenzione del Rischio”.


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23.11.2011
Rischio overdose paracetamolo superando poco le dosi

Da: RICERCA

L`ingestione, ripetuta nel tempo, di una quantità di Paracetamolo anche di poco superiore alle dosi corrette può portare a effetti tossici anche fatali; si tratta di una subdola overdose protratta nel tempo e difficile da riconoscere ma con esiti pericolosi. E` quanto dimostra una ricerca di Kenneth Simpson dell`università di Edimburgo pubblicata sul British Journal of Clinical Pharmacology.    Il messaggio è dunque quello di evitare il fai-da-te e rispettare le dosi di farmaco anche quando il dolore che ci opprime, che sia di testa o di stomaco o muscolare, fa penare.    Simpson e il suo team hanno analizzato dati relativi a 663 pazienti ricoverati al Royal Infirmary di Edimburgo tra 1992 e 2008 con un`intossicazione epatica indotta da paracetamolo. E` emerso che oltre il 24% di loro (ovvero 161 pazienti) era "vittima" di un`overdose continuata nel tempo per aver assunto per un periodo prolungato dosi di paracetamolo di poco superiori a quelle corrette. L`intossicazione, che è subdola da monitorare (perché al prelievo di sangue il paracetamolo non risulta molto elevato proprio perché si tratta di un`intossicazione che si protrae nel tempo), può portare anche a danno epatico grave al punto da richiedere il trapianto.    Non indulgere, quindi, in un fai-da-te scriteriato pensando che "un poco di più" non fa nulla.


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23.11.2011
Fibromialgia, terapia psicologica lenisce dolore

Da: RICERCA

Un intervento psicologico riduce la disabilita` e la depressione negli adolescenti con fibromialgia. La terapia cognitivo-comportamentale e` un trattamento sicuro ed efficace per la fibromialgia giovanile. Si tratta della CBT, la terapia cognitivo-comportamentale che riduce la disabilita` funzionale e i sintomi depressivi negli adolescenti con fibromialgia giovanile. L`intervento psicologico si e` rivelato sicuro ed efficace. I risultati completi dello studio della Divisione di Medicina Comportamentale e Psicologia Clinica dell`Ospedale dei bambini di Cincinnati in Ohio sono stati pubblicati sulla rivista Arthritis & Rheumatism dell`American College of Rheumatology (ACR). La sindrome di fibromialgia colpisce dal 2 al 7 per cento dei bambini in eta` scolare. La malattia provoca dolore diffuso ai muscoli e alle ossa, affaticamento, disturbi del sonno e dell`umore. Partendo dalla premessa che i giovani pazienti con fibromialgia sono appesantiti oltre che dai sintomi della malattia, anche da una imponente disabilita` sociale ed emotiva. Gli studiosi hanno reclutato 114 adolescenti di eta` compresa tra gli 11 e i 18 anni con diagnosi di fibromialgia giovanile per uno studio condotto in quattro centri di reumatologia pediatrica tra il 2005 e il 2009. Alcuni pazienti sono stati sottoposti a terapia cognitivo-comportamentale e altri alla sola educazione terapeutica. I partecipanti sottoposti lla terapia cognitivo-comportamentale, hanno riportato una riduzione significativamente maggiore nella disabilità funzionale rispetto a quelli trattati esclusivamente con gli esercici contro la fibromalgia: un miglioramento del 37 per cento della disabilità contro il 12 per cento, in particolare riguardo all`abbattimento dei sintomi depressivi che avevano un riscontro positivo anche sul dolore.


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23.11.2011
Fibromialgia, terapia psicologica lenisce dolore

Da: RICERCA

Un intervento psicologico riduce la disabilita` e la depressione negli adolescenti con fibromialgia. La terapia cognitivo-comportamentale e` un trattamento sicuro ed efficace per la fibromialgia giovanile. Si tratta della CBT, la terapia cognitivo-comportamentale che riduce la disabilita` funzionale e i sintomi depressivi negli adolescenti con fibromialgia giovanile. L`intervento psicologico si e` rivelato sicuro ed efficace. I risultati completi dello studio della Divisione di Medicina Comportamentale e Psicologia Clinica dell`Ospedale dei bambini di Cincinnati in Ohio sono stati pubblicati sulla rivista Arthritis & Rheumatism dell`American College of Rheumatology (ACR). La sindrome di fibromialgia colpisce dal 2 al 7 per cento dei bambini in eta` scolare. La malattia provoca dolore diffuso ai muscoli e alle ossa, affaticamento, disturbi del sonno e dell`umore. Partendo dalla premessa che i giovani pazienti con fibromialgia sono appesantiti oltre che dai sintomi della malattia, anche da una imponente disabilita` sociale ed emotiva. Gli studiosi hanno reclutato 114 adolescenti di eta` compresa tra gli 11 e i 18 anni con diagnosi di fibromialgia giovanile per uno studio condotto in quattro centri di reumatologia pediatrica tra il 2005 e il 2009. Alcuni pazienti sono stati sottoposti a terapia cognitivo-comportamentale e altri alla sola educazione terapeutica. I partecipanti sottoposti lla terapia cognitivo-comportamentale, hanno riportato una riduzione significativamente maggiore nella disabilità funzionale rispetto a quelli trattati esclusivamente con gli esercici contro la fibromalgia: un miglioramento del 37 per cento della disabilità contro il 12 per cento, in particolare riguardo all`abbattimento dei sintomi depressivi che avevano un riscontro positivo anche sul dolore.


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22.11.2011
Radioterapie sempre più efficaci e hi-tech

Da: ONCOLOGIA

Anatomia e funzionalità `intima` del tumore per studiarlo meglio e colpirlo con più precisione. Sono le promesse, in parte già realizzate, dei nuovi apparecchi che uniscono la risonanza magnetica e la Pet per curare in modo più mirato i malati di tumore con la radioterapia. "Oggi - spiega il professor Renzo Corvò, presidente del congresso dell`associazione di radioterapia oncologica riunita a Genova - possiamo guardare dentro il tumore con maggiore precisione e individuare le aree più aggressive di altre che vanno neutralizzate". Ma non è solo con gli strumenti di ultima generazione che si combattono le neoplasie. Secondo la fotografia tracciata dai radioterapisti italiani l`ha meno di 10 anni di vita; quanto alla loro distribuzione regionale la situazione è in netto miglioramento anche se permangono differenze regionali: si va dai 70 centri della Lombardia ai 33 del Lazio, i 30 del Piemonte, i 24 della Sicilia, i 26 della Campania ai 6 della Calabria e i 7 della Sardegna.  Complessivamente lo scorso anno sono stati curati con la radioterapia 150 mila malati utilizzando più di 4 milioni di sedute operatorie. "Risultati di buon livello , in linea con altri paesi Ue - spiega il professor Vincenzo Valentini, presidente della società europea di radioterapia. La radioterapia rimane uno dei tre pilastri per la cura dei tumori insieme alla chirurgia e alla chemioterapia. Di fronte all`aumento costante dei costi delle nuove apparecchiature, sempre più sofisticate (3-4 milioni di euro), secondo l`Airo, si deve potenziare la rete di collaborazione tra i centri di radioterapia regionali per evitare migrazioni inutili evitando la rincorsa all`apparecchio hi-tech sotto casa


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22.11.2011
Individuato il meccanismo che causa l`insorgenza dell`artrosi

Da: RICERCA

Un gruppo di ricercatori americani, in gran parte appartenenti alle Università di Stanford e Harvard, con il contributo di un italiano, il professor Leonardo Punzi, direttore delle Reumatologia dell`Università di Padova, ha individuato il meccanismo più probabile che causa l`insorgenza dell`artrosi. L`importante scoperta, pubblicata recentemente su Nature Medicine, apre nuovi e impensabili scenari nella terapia di questa diffusissima malattia, che rappresenta la causa più frequente di disabilità nella popolazione. Lo studio ha dimostrato il ruolo centrale di un complesso di proteine presenti fisiologicamente nel nostro organismo, chiamato complemento, che sono coinvolte nella protezione da agenti batterici, immunitari e tumorali. Nel caso dell`artrosi, responsabile sarebbe un`eccessiva attivazione del complemento, che a sua volta scatenerebbe la produzione di numerose sostanze lesive per la cartilagine articolare. Questo meccanismo, osservato dapprima nei liquidi articolari di pazienti affetti da artrosi iniziale, è stato poi confermato negli animali. Gli animali che subiscono un danno articolare, anche traumatico, sviluppano le prime lesioni articolari in presenza di complemento normale o attivato. Se invece questo sistema è assente o bloccato da sostanze che lo inibiscono, allora l`artrosi non si sviluppa oppure rallenta la sua evoluzione. Gli aspetti più interessanti di questa scoperta riguardano la dimostrazione del ruolo determinante dell`infiammazione nell`artrosi e, soprattutto, l`accesso a nuove e più efficaci prospettive terapeutiche


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21.11.2011
Test Hpv più efficace del 50% rispetto a Pap test

Da: MEDICINA

In pochi anni il pap test potrebbe essere superato negli esami di screening primario per efficacia e costi ridotti, da un altro esame più sensibile del 50%, per l`individuazione dell`Hpv (papillomavirus). Si tratta dell`Hpv test, un`analisi che si svolge con la stessa modalità del pap test ma si basa su una tecnologia molecolare in grado di dire se nelle cellule dell`utero è presente il Dna del papillomavirus, in alcuni casi (5-10%), responsabile del tumore del collo dell`utero. "La rivoluzione sta nella tecnologia e nel processo - afferma Sergio Pecorelli, presidente dell`Aifa e ordinario di clinica ostetrica e ginecologica dell`università di Brescia intervenuto alla presentazione del test - . Sappiamo che un virus è la causa del tumore e possiamo andare a cercala. Se è presente, la donna è a rischio di ammalarsi di tumore al collo dell`utero. In questo caso è prevista una seconda indagine, il pap test, per verificare se il virus ha già modificato le cellule, in un processo che sfocia in una lesione neoplastica". Il test Hpv, inoltre, prevede un intervallo di tempo superiore rispetto al pap test prima di essere replicato, 5 anni rispetto a 3. Questo si potrebbe tradurre, "entro i prossimi 5-6 anni - sottolinea Gianni Amunni, direttore dell`Ispo di Firenze - in un risparmio di spese sanitarie". In Italia, nell`ambito di due studi di fattibilità, 100 mila donne sono state sottoposte al nuovo test ed è emerso che "é più sensibile del 50% rispetto al pap test - precisa Massimo Confortini, direttore del laboratorio di citologia analitica dell`Ispo di Firenze - questo significa che si anticipa il momento dell`eventuale diagnosi e quindi della cura". Il processo di sostituzione del pap test con il test Hpv nei programi di screening non sarà immediato perché la decisione spetta alle singole regioni. In Toscana, però, già dal 2012 sarà avviato un progetto di coesistenza delle due metodiche per arrivare alla sostituzione del pap test con il test Hpv.


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21.11.2011
Adolescenti, mortalità del 30% in più rispetto ai bambini

Da: ONCOLOGIA

Troppo grandi per i reparti di pediatria e troppo piccoli per le corsie ordinarie. Risultato: un tasso di mortalità più elevato a parità di condizioni cliniche rispetto ai pazienti più piccoli. Nasce il “progetto giovani” dell’Istituto nazionale tumori di Milano.
Sono 54 i reparti di oncologia pediatrica in Italia, eppure molti di essi non accettano adolescenti, o mettono dei limiti d`età. Il risultato è che i pazienti tra i 15 e 19 anni, pur soffrendo degli stessi tumori tipici dell`infanzia, si trovano in una sorta di “terra di nessuno”, venendo curati o nei reparti per adulti o non riuscendo ad arrivare nei centri di eccellenza di oncologia pediatrica. Il che porta ad una loro mortalità maggiore di circa il 30%, a parità di condizione clinica, rispetto ai bambini. La denuncia è di Andrea Ferrari, oncologo pediatra dell`Istituto dei Tumori (Int) di Milano e responsabile della Commissione Nazionale Adolescenti dell`Aieop (Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica), che ha promosso il convegno `Love, chemo & rock`n roll` per presentare il `Progetto giovani`. “Ogni anno in Italia si verificano circa 1000 nuovi casi di tumore negli adolescenti tra i 15 e i 19 anni – spiega Ferrari - Due terzi sono tipici dell`infanzia, come leucemie, linfomi, sarcomi dell`osso e delle parti molli, e un terzo dell`adulto, come il cancro al colon e al polmone. Tuttavia, per motivi amministrativi, i giovani pazienti spesso non vengono curati nelle oncologie pediatriche. Ma quelli che, pur presentando un tumore dell`infanzia, sono ricoverati nei reparti per adulti, hanno meno chances di farcela rispetto ai bambini, perchè curati nel reparto sbagliato, dove mancano cultura ed esperienza per quei tipi di tumore``. I numeri parlano chiaro del resto. Per la leucemia linfoblastica acuta, secondo i dati forniti dall`oncologo,  la sopravvivenza è dell`80% sotto i 14 anni, ma scende al 50% sotto i 15 anni; così come con il rabdomiosarcoma il tasso di sopravvivenza è dell`80% sotto i 10 anni e del 50% sotto i 15 anni, o ancora, il sarcoma di Ewing guarisce nel 65% dei casi in un bambino e nel 45-50% nell`adolescente curato nel reparto adulti. Quando poi gli adolescenti vengono trattati nei reparti di oncologia pediatria, si trovano in reparti pensati esclusivamente per bambini, dovendo condividere gli spazi comuni con vicini più “chiassosi” e difficoltà a concentrarsi e studiare. Una situazione che aumenta il loro disagio, e che li spinge a rimanere a letto depressi, senza parlare con nessuno. Ecco il perché dell`avvio di `Progetto giovani`, e dell`iniziativa dell`Int, con il sostegno dell`Associazione Bianca Garavaglia e della Fondazione Magica Cleme, che ha predisposto nuovi spazi dedicati ai giovani pazienti. “Abbiamo creato 3 ambienti – spiega Ferrari – dove i ragazzi possono uscire e incontrarsi. In una stanza potranno fare dei corsi e laboratori di fotografia, arte, workshop di moda con la stilista Gentucca Bini o di trucco, anche per imparare a coprire gli effetti della chemio. Poi ci sarà una palestra, e una stanza con pc dove studiare in tutta tranquillità”. Quello di Milano vuole essere un modello da proporre e diffondere anche alle altre oncologie pediatriche italiane. “Noi come Aieop vogliamo un`oncologia pediatrica senza limiti d`età – conclude Ferrari – dove chi ha un tumore tipico dell`infanzia possa essere curato senza guardare alla sua età anagrafica, anche fino a 25-30 anni. Bisogna migliorare lo stare in ospedale degli adolescenti, e colmare questa lacuna che ha fatto sì che ad oggi fossero curati peggio di bambini e adulti”. E far sì che, almeno in ambito medico, non siano più considerati né carne né pesce. 


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21.11.2011
Usa, la genetica in aiuto della fecondazione in vitro

Da: RICERCA

Uno studio pubblicato su Developmental Cell mostra come la recettività uterina sia regolata dai geni Msx1 e Msx2. E come tramite la manipolazione di questi sia possibile migliorare i tassi di riuscita della Fivet. Uno dei principali problemi per le coppie che si sottopongono a trattamenti di procreazione medicalmente assistita è il loro basso tasso di successo. Per la fecondazione in vitro con embryo transfer (Fivet), nella quale l’embrione fecondato viene trasferito direttamente nell’utero della donna, questa percentuale si attesta intorno al 30%. Ma secondo uno studio del Cincinnati Children’s Hospital Medical Center, pubblicato su Developmental Cell, questi risultati potrebbero essere migliorati aumentando – nel momento giusto – l’espressione nei tessuti dell’utero di due particolari geni (Msx1 e Msx2). Msx1 e Msx2 giocano un ruolo fondamentale nella formazione degli organi durante lo sviluppo del feto, ma sono anche essenziali per assicurare che l’utero sia pronto a ricevere l’impianto di embrioni fecondati. Una recettività uterina compromessa è, infatti, una delle principali cause di fallimento dei trattamenti di fertilizzazione in vitro. “I nostri risultati – ha spiegato Sudhansu K. Dey, direttore della Divisione di Scienze Riproduttive nell’istituto di Cincinnati – suggeriscono che presto potremmo essere in grado di sviluppare terapie genetiche per migliorare le percentuali di successo degli impianti. Ad esempio potremmo estendere la finestra di recettività dell’utero, garantendo agli embrioni un tempo maggiore per l’annidamento nell’utero”. Per dimostrare la funzione dei geni Msx nella riproduzione umana, i ricercatori hanno usato dei topi nei quali questi non erano correttamente espressi. Questi roditori mostravano fertilità compromessa a diversi livelli, a seconda che fosse represso solo uno o entrambi i geni. Le cavie alle quali era stato cancellato Msx1 generavano prole sottosviluppata o non ne generavano affatto, mentre l’eliminazione congiunta con Msx2 risultava in una infertilità completa, dovuta al fatto che gli embrioni non riuscivano ad annidarsi nell’utero. Ma che ruolo hanno questi geni nel caso umano? Analisi hanno dimostrato che l’espressione di Msx1 e Msx2 nei tessuti uterini cambia secondo le fasi del ciclo mestruale, facilitando – al momento giusto – l’impianto e l’embriogenesi.  Per questo il loro studio potrebbe essere utile per lo sviluppo di nuove strategie per migliorare gli esiti dei cicli di Fivet. Il presente studio suggerisce anche che questi geni favoriscano e mantengano la recettività uterina senza alterare i livelli ormonali o la sensibilità dell’organo agli ormoni. Per questo, secondo i ricercatori, gli stessi geni Msx potrebbero essere utili anche per lo sviluppo di contraccettivi non steroidei. Gli scienziati di Cincinnati stanno oggi lavorando per sviluppare tutte le possibili applicazioni. “Sebbene siano necessari ulteriori studi per applicare queste scoperte anche su modello umano – fanno sapere dal Children’s Hospital Medical Center – abbiamo fatto un passo avanti nella comprensione dei processi molecolari che sono alla base della fertilità femminile. E soprattutto abbiamo capito che questi possono essere cambiati secondo necessità”.


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18.11.2011
Alzheimer, diagnosi precoce con nuovo spray nasale

Da: RICERCA

I primi sintomi dell`Alzheimer potrebbero essere presto notati guardando attentamente nel naso dei pazienti. Attualmente non esiste nessun test diagnostico di base che riguardi questo tipo di patologia. Ma ora, gli scienziati della Università Tecnica di Darmstadt, in Germania, credono che il naso possa essere usato come una sorta di `finestra` su quello che accade nel cervello. I ricercatori hanno infatti sviluppato uno spray nasale che individua e rende riconoscibili le proteine dannose che sono associate a questa forma di demenza degenerativa. La mucosa nasale mostra segni che rivelano il danneggiamento a opera della proteina Tau, che uccide le cellule del cervello. "Nel naso dei pazienti si trovano depositi della proteina Tau", ha spiegato Boris Schmidt, a capo del gruppo di ricerca, che ha condotto test su 100 cadaveri di pazienti che avevano sofferto di Alzheimer. Dopo aver spruzzato lo spray, sostengono gli scienziati, il medico non avrà che da esaminare le cavità nasali del paziente, alla ricerca delle tracce della pericolosa proteina.


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18.11.2011
Identificato il ruolo di un gene associato alle modifiche del colesterolo

Da: RICERCA

Ricercatori dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, in collaborazione con colleghi delle Università di Genova, Milano e Parma sono risaliti alla individuazione di un gene ANGPTL3 la cui mutazione blocca la produzione di una proteina “an-giopoietin like protein 3” la cui funzione normale è quella di rallentare lo smaltimento del colesterolo-LDL dal sangue. In futuro farmaci capaci di bloccare il gene ANGPTL3 potrebbero essere in grado di ridurre in modo efficace i livelli di colesterolo nel sangue e proteggere le arterie dai suoi effetti dannosi. Lo studio finanziato dalla Regione Emilia Romagna – Azienda Policlinico di Modena nell’ambito del progetto DiALER, Diagnostica Avanzata in Lipidologia, Emilia Romagna, è pubblicato sulla rivista Circulation: Cardiovascular Genetics. I ricercatori coinvolti nello studio hanno identificato tre famiglie nelle quali alcuni individui, in perfetta buona salute, avevano livelli di colesterolo-LDL ridotti del 50-70% rispetto ai valori riscontrati in individui della nostra popolazione, comparabili per sesso ed età. Dopo avere esaminato una serie di possibili geni candidati, i ricercatori hanno identificato il gene coinvolto in questa singolare condizione. Si tratta di un gene denominato ANGPTL3 che determina la produzione nel fegato di una proteina (angiopietin-like protein 3) che è presente nel sangue. Nelle tre famiglie reclutate per lo studio, il gene ANGPTL3 è mutato con perdita di funzione e, pertanto, non è capace di produrre la proteina “angiopoietin-like protein 3”. “La funzione di questa proteina – precisa Patrizia Tarugi, ordinario di Patologia Generale, presso il Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Ateneo modenese, non è completamente chiarita, tuttavia sembra che agisca rallentando lo smaltimento del colesterolo-LDL dal sangue, favorendone l’accumulo. Se questa proteina non è prodotta dal fegato per-ché il gene ANGPTL3 è mutato, il colesterolo- LDL può essere più facilmente rimosso dalla circolazione e quindi il suo livello si riduce in modo consistente con evidente beneficio per la integrità delle arterie”. Questa osservazione è importante per due ragioni: definisce il ruolo di un nuovo gene che controlla i livelli di colesterolo-LDL nel sangue; prospetta un possibile bersaglio terapeutico. Infatti, secondo i ricercatori modenesi si può ipotizzare che farmaci capaci di bloccare il gene ANGPTL3 (riproducendo quanto osservato nelle famiglie con la mutazione di questo gene) siano in grado di ridurre in modo efficace i livelli di colesterolo- LDL nel sangue e, quindi, proteggere le arterie dai suoi effetti dannosi.
 


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17.11.2011
Piastrine contribuiscono alla sviluppo di metastasi

Da: ONCOLOGIA

È successo spesso, nella storia della farmacologia, che composti usati da sempre per un particolare scopo si siano rivelati utili anche per la cura di altre malattie. Basta pensare all’uso dell’aspirina per prevenire malattie cardiache, quando da sempre era stato usato come analgesico o antipiretico. Da oggi anche un antibiotico usato per la cura di infezioni intra-addominali e cutanee, la tigeciclina, potrebbe aver trovato un nuovo importante impiego: quello nella lotta al cancro. Il medicinale infatti sembrerebbe poter distruggere le cellule staminali della leucemia, tagliando loro energia. La scoperta, compiuta allo University Health Network di Toronto, è stata pubblicata in un articolo sulla rivista Cancer Cell. “Immaginate le cellule del corpo come una rete elettrica, con piloni che danno energia ovunque. Noi abbiamo scoperto che la tigeciclina può tagliare i fili corrispondenti ad alcuni piloni, ovvero alle cellule staminali leucemiche, lasciando perfettamente intatto il resto dell’impianto, ovvero quello che “dà luce” alle cellule sane”, ha spiegato Aaron Schimmer, docente allo University Health Network. Il team canadese ha infatti dimostrato che le cellule leucemiche hanno un bisogno particolare di energia e che è possibile spegnere selettivamente la loro fonte di sostentamento bloccando la sintesi proteica nei mitocondri. La ricerca degli scienziati consisteva proprio nell’identificare in farmaci già sul mercato la capacità di sconfiggere in questo modo le cellule tumorali e in particolare quelle staminali della leucemia. A questo scopo il team canadese ha testato centinaia di medicinali, usando un robot in grado di maneggiare provette con grande velocità. Questo testava i farmaci variandone le dosi, in modo da testare se e come taluni potessero aggredire le cellule del cancro. “È la tecnologia che ha reso questa scoperta possibile”, ha commentato Schimmer. “In tre giorni abbiamo testato tutti i medicinali. Per fare la stessa cosa a mano ci avremmo messo mesi”. Questo perché La mole di composti esaminata è stata molto grande: oltre 500 farmaci già in commercio. Ma il risultato è stato soddisfacente, visto che con dei medicinali già approvati si può accedere più rapidamente ai trial clinici. Il team è oggi impegnato a dare inizio ad un nuovo test clinico proprio con la tigeciclina come trattamento per la leucemia.



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17.11.2011
In via di sperimentazione un vaccino personalizzato per l’Alzheimer

Da: RICERCA

L`arma segreta contro l`Alzheimer potrebbe essere un vaccino. Anche se un rimedio di questo tipo non e` ancora disponibile, gli studi degli scienziati della Georgetown University (Washington, Usa) incoraggiano la ricerca nel settore. Se ne e` discusso al convegno annuale della Society of Neuroscience che si e` tenuto a Washington, durante il quale Scott Turner, autore principale della ricerca, ha presentato i risultati della sperimentazione sui topi di un anticorpo che elimina l`amiloide, proteina che accumulandosi nei neuroni causa la malattia. Secondo i ricercatori un eventuale vaccino dovrebbe essere somministrato precocemente, prima che compaiano i sintomi, valutando i livelli di proteina di ogni paziente. Il primo ostacolo da eliminare sarebbe, quindi, l`assenza di metodi diagnostici che scovino la malattia nelle sue fasi più precoci.



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16.11.2011
Per curare la leucemia potrebbero bastare gli antibiotici

Da: MEDICINA

È successo spesso, nella storia della farmacologia, che composti usati da sempre per un particolare scopo si siano rivelati utili anche per la cura di altre malattie. Basta pensare all’uso dell’aspirina per prevenire malattie cardiache, quando da sempre era stato usato come analgesico o antipiretico. Da oggi anche un antibiotico usato per la cura di infezioni intra-addominali e cutanee, la tigeciclina, potrebbe aver trovato un nuovo importante impiego: quello nella lotta al cancro. Il medicinale infatti sembrerebbe poter distruggere le cellule staminali della leucemia, tagliando loro energia. La scoperta, compiuta allo University Health Network di Toronto, è stata pubblicata in un articolo sulla rivista Cancer Cell. “Immaginate le cellule del corpo come una rete elettrica, con piloni che danno energia ovunque. Noi abbiamo scoperto che la tigeciclina può tagliare i fili corrispondenti ad alcuni piloni, ovvero alle cellule staminali leucemiche, lasciando perfettamente intatto il resto dell’impianto, ovvero quello che “dà luce” alle cellule sane”, ha spiegato Aaron Schimmer, docente allo University Health Network. Il team canadese ha infatti dimostrato che le cellule leucemiche hanno un bisogno particolare di energia e che è possibile spegnere selettivamente la loro fonte di sostentamento bloccando la sintesi proteica nei mitocondri. La ricerca degli scienziati consisteva proprio nell’identificare in farmaci già sul mercato la capacità di sconfiggere in questo modo le cellule tumorali e in particolare quelle staminali della leucemia. A questo scopo il team canadese ha testato centinaia di medicinali, usando un robot in grado di maneggiare provette con grande velocità. Questo testava i farmaci variandone le dosi, in modo da testare se e come taluni potessero aggredire le cellule del cancro. “È la tecnologia che ha reso questa scoperta possibile”, ha commentato Schimmer. “In tre giorni abbiamo testato tutti i medicinali. Per fare la stessa cosa a mano ci avremmo messo mesi”. Questo perché La mole di composti esaminata è stata molto grande: oltre 500 farmaci già in commercio. Ma il risultato è stato soddisfacente, visto che con dei medicinali già approvati si può accedere più rapidamente ai trial clinici. Il team è oggi impegnato a dare inizio ad un nuovo test clinico proprio con la tigeciclina come trattamento per la leucemia.


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16.11.2011
Sangue `artificiale`, fatta prima trasfusione su volontario

Da: RICERCA

Il sogno per tutti i medici che lottano con pazienti tra la vita e la morte che necessitano di una trasfusione urgente è una riserva infinita di sangue artificiale, per non dover più fare i conti con carenze di donazioni. Oggi siamo più vicini a questa meta. Infatti, una piccola quantità di sangue artificiale creato in laboratorio a partire da staminali è stata trasfusa con successo a un volontario. A mettere a segno questo traguardo senza precedenti un team di ricercatori dell`Università Pierre e Marie Curie di Parigi, diretto da Luc Douay che ha pubblicato i risultati sulla rivista Blood. Secondo quanto riferito sul magazine britannico New Scientist, il sangue artificiale - per la precisione i globuli rossi (uno dei componenti del sangue più richiesti in ospedale) - è stato creato a partire da staminali del midollo osseo di un volontario, moltiplicate in provetta e trasformate in globuli. Questi sono stati poi trasfusi al volontario stesso. I tentativi di creare il sangue artificiale (o sintetico al 100%, cioé fatto di particelle non cellulari, oppure creato in laboratorio a partire da staminali), sono ormai molti. Scienziati statunitensi della Università di Santa Barbara, ad esempio, hanno già creato in laboratorio `cellule` che `mimano` i globuli rossi, producendo così un sostituto sintetico del sangue umano capace di trasportare ossigeno, farmaci e coloranti per realizzare analisi radiografiche. Inoltre, è del maggio scorso la notizia di una giovane australiana salvata da morte certa (era testimone di Geova e quindi non poteva ricevere trasfusioni) grazie alla trasfusione di una sostanza chiamata HBOC-201 prodotta in Usa, che trasporta l`ossigeno nel sangue in modo simile all`emoglobina ed è basata su una molecola derivata dal sangue bovino. Ed il direttore della Advanced Cell Technology a Worcester, Massachusetts, Robert Lanza, ha creato globuli rossi a partire da cellule adulte di pelle di volontari prima trasformate in staminali e poi in globuli rossi.    L`idea alla base di tutte queste ricerche è di portata enorme. Avere a disposizione sangue artificiale non significa solo ovviare alla cronica penuria di donatori, ma anche avere sangue di gruppo universale (0 negativo) che vada bene per tutti e per di più totalmente scevro da ogni rischio di malattia e facile da conservare, per cui utilizzabile anche nei paesi con carenti strutture sanitarie.    Un ulteriore passo avanti si è dunque fatto grazie al team di ricercatori francesi che ha effettuato la prima trasfusione di sangue artificiale. I francesi hanno prodotto sangue in laboratorio su misura di paziente: prima hanno estratto le staminali dal midollo osseo di un soggetto, poi le hanno espanse in provetta e trasformate in globuli rossi.


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15.11.2011
Diagnosi precoce in nuove linee guida reumatologia

Da: MEDICINA

Diagnosi precoce, appropriatezza terapeutica e monitoraggio continuo per migliorare la qualità di vita del paziente e ridurre i costi socio-sanitari. Sono i punti cardine delle nuove linee guida per le malattie reumatiche, che saranno presentate al congresso della Società italiana di reumatologia (Sir) in programma a Rimini dal 23 novembre. "L`elaborazione di queste linee guida - spiega Giovanni Minisola, presidente Sir e direttore di reumatologia al San Camillo di Roma - ha tenuto conto della necessità di una diagnosi precoce, della tempestività e della personalizzazione prescrittiva, del controllo periodico e ravvicinato del paziente, dell`appropriatezza terapeutica e del rapporto costo-efficacia delle risorse farmacologiche. Non rappresentano solo una sicurezza in più per i pazienti, ma vanno considerate quale investimento sociale in grado di abbattere gli elevati costi delle malattie croniche e invalidanti". In Italia sono oltre 5 milioni le persone che ne soffrono, e di queste circa 734 mila sono colpite da forme croniche come l`artrite reumatoide. Tra perdite di produttività per il malato, care giver e cure informali, si stima un costo annuo medio per paziente di 8.000 euro. "Aspetti tanto più rilevanti - dicono gli specialisti Sir - se si pensa che le malattie reumatiche, in particolare l`artrite reumatoide che da sola comporta 13 milioni di giornate di assenza dal lavoro all`anno, colpiscono soprattutto persone giovani, nel pieno della vita lavorativa e sociale, soprattutto le donne". "Si tratta di numeri impressionanti - conclude Minisola - soprattutto se si considerano i tanti passi avanti fatti dalla ricerca scientifica. Oggi possiamo intervenire non solo sui sintomi ma anche sui meccanismi immunitari e infiammatori della malattia al fine di bloccarne l`evoluzione.


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15.11.2011
Lesioni Dna bloccano cure, ma aprono a farmaci mirati

Da: ONCOLOGIA

Ci sono farmaci che non funzionano contro certi tumori perché il Dna ha delle `lesioni`. Ma conoscendo queste lesioni, si possono scegliere terapie mirate in modo da bloccare la malattia. E` uno dei passi avanti nella lotta contro i tumori che arriva da una scoperta dei ricercatori dell`Ospedale Niguarda di Milano insieme agli esperti dell`Ospedale di Candiolo (Torino), in una ricerca finanziata dall`Associazione italiana ricerca cancro (Airc). Lo studio è stato portato avanti da Livio Trusolino e Andrea Bertotti, con il contributo di Alberto Bardelli (Candiolo) e di Salvatore Siena e Marcello Gambacorta (Niguarda). Il loro progetto, spiegano, "prende spunto dal fatto che solo una frazione dei pazienti con tumori del colon retto ha un beneficio se curato con gli anticorpi monoclonali. Significa che in molti malati esistono altre lesioni molecolari che producono resistenza alla terapia e che, se inibite, potrebbero rallentare la crescita del tumore". Fino ad oggi era conosciuta una sola `lesione genetica` di questo tipo, quella del gene Kras. Se è presente la lesione, i medici sanno in anticipo che le terapie non funzioneranno. I ricercatori hanno allora cercato nuove lesioni genetiche capaci di ostacolare le terapie, "nella speranza che a differenza di Kras siano farmacologicamente aggredibili". Per farlo, hanno prelevato 85 campioni di tumore da altrettanti pazienti, e li hanno trapiantati nei topi. Qui hanno potuto analizzare il Dna, e hanno scoperto che "in una frazione significativa abbiamo inaspettatamente trovato elevate quantità dell`oncogene Her2. In particolare questa anomalia genetica è stata riscontrata nel 36% dei casi resistenti agli anticorpi monoclonali". I pazienti con questo particolare `profilo genetico`, quindi, non possono beneficiare del trattamento con certi anticorpi monoclonali. "Ma quella che in prima battuta potrebbe sembrare una restrizione nella cura - concludono gli esperti - è stata l`impulso per una nuova possibilità terapeutica: la somministrazione di farmaci inibitori di Her2 e del gene Egfr provoca negli animali una evidente e duratura regressione del tumore". Ora per vedere se questa scoperta funziona anche nell`essere umano è stato avviato un trial clinico multicentrico su ammalati di tumore del colon-retto.


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15.11.2011
Scoperta molecola chiave contro `invasione` batteri

Da: RICERCA

C`é una molecola del nostro sistema immunitario che è fondamentale per difendere completamente il nostro organismo dai batteri. Ed è così efficace che potrebbe servire da base per elaborare nuove cure contro la sepsi, ovvero la pericolosissima invasione di patogeni nel sangue. La scoperta è contenuta in uno studio appena pubblicato su Cell, ed è nata dalla collaborazione fra l`Università di Milano-Bicocca e l`Harvard Medical School di Boston. La molecola in questione si chiama CD14, e si trova sulla superficie delle cellule dell`immunità innata, ovvero le `forze dell`ordiné del nostro sistema immunitario. Nello studio, i ricercatori hanno messo in luce un nuovo meccanismo molecolare legato proprio a CD14 che porta alla produzione di particolari proteine (gli interferoni I) capaci di ostacolare l`infezione dei batteri.    "Questa scoperta - spiega Francesca Granucci, professore associato che dirige i laboratori di Immunologia cellulare e molecolare alla Bicocca - è importante perché apre nuove strade per bloccare risposte immunitarie incontrollate, come accade per alcune forme di sepsi". L`invasione di batteri nel circolo sanguigno, dicono gli esperti, è ancora oggi la principale causa di ricovero e morte nelle unità di terapia intensiva, con una mortalità che varia tra il 30 e il 50 per cento. Nei soli Stati Uniti si contano più di 750.000 casi all`anno e 250.000 mila morti. "E` possibile quindi pensare - conclude Granucci - di creare molecole specifiche in grado di bloccare il CD14, eliminando così la produzione di interferoni, che sono principale causa dello shock settico".


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14.11.2011
Un`ecografia scruta i nervi per vedere se sono sani

Da: MEDICINA

Una semplice ecografia scova le  malattie del sistema nervoso periferico (ovvero l`insieme dei  nervi che mettono in comunicazione il cervello con muscoli,  pelle etc) come la sindrome del tunnel carpale, migliorando e  velocizzando la diagnosi e consentendo di monitorare nel tempo  l`effetto delle cure. La dimostrazione arriva da uno studio condotto da Luca Padua  dell`Università Cattolica di Roma e da Carlo Martinoli  radiologo dell`ateneo di Genova, e pubblicato sulla rivista  European Journal of Neurology. Le malattie del sistema nervoso periferico sono molto  frequenti, anche nei giovani. Ad esempio della sindrome del  tunnel carpale - in pratica lo schiacciamento dei nervi del  polso - colpisce il 10% della popolazione adulta. Ad oggi la  pratica clinica usata per diagnosi e monitoraggio di questa e  altre malattie si avvale di un unico esame strumentale, spiega  Padua, l`elettromiografia, ovvero una valutazione elettrica dei  nervi: come fa l`elettricista usando il tester, il medico valuta  salute e integrità dei nervi misurando la loro capacità di  conduzione della corrente. Ma con queste malattie si può  incorrere in difficoltà ed errori diagnostici. "Noi abbiamo  dimostrato, in uno studio su 130 pazienti, che aggiungendo  all`elettromiografia una ecografia, nel 40% dei casi si  migliorano diagnosi e terapia assegnata al paziente", spiega  Padua. E` emerso che usare i due strumenti insieme determina un  grandissimo miglioramento per la definizione della malattia e  per decidere, la cura più adatta.


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14.11.2011
Contro Parkinson trapianto staminali in cervello

Da: RICERCA

Scienziati australiani hanno compiuto un importante passo avanti nel trattamento del morbo di  Parkinson, con il trapianto di cellule staminali embrionali nel  cervello per la produzione di dopamina, che previene la  malattia. Ricercatori dell`Istituto Florey di Neuroscienza e dell`Università di Melbourne, guidati dal neurofarmacologo  Lachlan Thompson, hanno trovato il modo di identificare le cellule terapeutiche da quelle pericolose, potenzialmente carcinogene. Il trapianto sarebbe un trattamento di lungo termine più  efficace dei farmaci correnti, ha detto Thompson alla radio Abc.  "Non è una cura, ma può essere uan terapia con molti benefici sulle terapie farmacologiche attuali, che sono efficaci  inizialmente, ma con il progredire della malattia perdono sempre  più efficacia fino a diventare inutili". "Abbiamo conseguito  recenti progressi identificando nuove molecole nelle cellule terapeutiche, che ci permettono di estrarle e di purificarle",  ha aggiunto.  L`idea del trapianto di cellule staminali parte da una  ricerca svedese degli anni 1980, che aveva scoperto come  sostituire i neuroni di dopamina danneggiati usando tessuto  fetale. Ma quando gli scienziati australiani hanno trovato il  modo di creare nuovi neuroni di dopamina da cellule staminali,  hanno osservato che solo il 30% subiva la trasformazione. Per il  resto rimanevano cellule staminali, che se trapiantate nel  cervello possono crescere in modo incontrollato e causare  tumori. L`equipe guidata da Thompson sta sviluppando una tecnologia  per isolare i nuovi neuroni di dopamina dal resto delle cellule  staminali. Vi è anche il potenziale di usare simili trapianti  di cellule staminali per aiutare i pazienti di ictus, di malattie cardiache e di leucemia, sostiene Thompson.


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11.11.2011
Diabete, eliminare l’insulinoresistenza è possibile

Da: RICERCA

A pochi giorni dalla giornata mondiale sul diabete arrivano buone notizie per i malati. La resistenza all’insulina, ormone centrale nella regolazione del metabolismo di carboidrati e grassi, è il marchio di fabbrica del diabete. Ma si può eliminare l’insulinoresistenza, ristabilendo il corretto assorbimento del glucosio all`interno delle cellule e sconfiggendo così il diabete? Secondo alcuni ricercatori dell’Università della California di San Diego e dell’Ecole Polytechnique Federale di Losanna è possibile, basta “spegnere” una particolare proteina regolatrice, chiamata NCoR. La scoperta è stata pubblicata sulla rivista Cell e potrebbe portare allo sviluppo di nuovi farmaci per la cura della malattia. “Esistono diversi fattori di trascrizione che stimolano i geni, attivandoli o spegnendoli tramite i coattivatori e i corepressori”, ha detto Jerrold M. Olefsky, docente all’Università della California di San Diego, tra gli autori dell’articolo. “Il processo di trascrizione, alla base della biologia molecolare, dipende dall’equilibrio di queste particolari proteine”. Per questo i ricercatori si sono concentrati sul corepressore NCoR, proteina che si trova in molti tipi di cellula e che è risultata avere un ruolo inaspettato riguardo la resistenza all’insulina. La molecola è uno dei maggiori corepressori di una particolare proteina che regola il metabolismo del glucosio e i depositi di acidi grassi, detta Peroxisome Proliferator-Activated Receptor gamma (PPAR-gamma). NCoR impedisce il processo biochimico che disattiva gli enzimi collegati a PPAR-gamma (chiamato fosforilazione), cosicché il recettore rimane attivo impedendo lo smaltimento dei grassi. Così i ricercatori hanno allevato dei topi con cellule adipose in cui NCoR non fosse presente. In questo modo hanno scoperto che anche quando era loro somministrata una dieta ad alto regime calorico, e dunque sarebbero dovuti risultare obesi e inclini a sviluppare la malattia diabetica, i roditori mostravano una tolleranza al glucosio migliore di quanto ci si aspettasse. Inoltre, le cavie dimostravano un miglioramento nella risposta all’insulina nel fegato, nei muscoli e nei tessuti grassi, nonché una riduzione nell’infiammazione cronica, altra caratteristica distintiva del diabete. “Quando NCoR veniva cancellata la sensibilità all’insulina aumentava sensibilmente rispetto ai topi obesi, che invece rimanevano insulinoresistenti”, ha spiegato Olefsky. “Questo miglioramento si è notato in tutte le cellule, non solo negli adipociti. Ciò dipende dal fatto che senza la proteina, PPAR-gamma rimane attiva.”

La scoperta di questa nuova caratteristica di NCoR lo rende un buon candidato per un farmaco specifico per il diabete mellito di tipo 2 e per altre malattie legate alla resistenza all’insulina. Fino ad oggi, sebbene il ruolo della proteina come corepressore fosse noto, non si pensava di poter sviluppare medicinali a partire da essa perché bloccarne l’espressione poteva causare effetti collaterali: “Negli adipociti NCoR reprime PPAR-gamma, ma in altre cellule, reprime altri fattori di trascrizione. Ma se riusciamo a creare un farmaco che agisce nello specifico solo su alcuni tessuti – ha continuato il docente – l’uso di questa proteina è un ottimo modo per migliorare la sensibilità all’insulina.” Una cosa che fino a poco fa non si pensava di poter fare, ma che oggi, secondo i ricercatori è possibile. “È fattibile – ha concluso Olefsky – visto che già siamo in grado di sintetizzare medicine che hanno come target specifico le cellule del tessuto adiposo o quelle del fegato. La combinazione di questa nuova scoperta e delle precedenti conoscenze, potrebbe essere la chiave per il successo”


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11.11.2011
Tra 10 anni pronti farmaci contro staminali tumorali

Da: RICERCA

Entro i prossimi 10 anni saranno realizzati molti farmaci molecolari che puntano a colpire le cellule staminali tumorali. Se queste vengono distrutte consentono al tumore `di diventare sterile e lentamente sparire`. L`avanzamento della nuova frontiera della ricerca scientifica sui tumori, focalizzata sulle staminali delle neoplasie è stato descritto in occasione della Giornata per la Ricerca sul Cancro, promossa dall`Airc che ha organizzato alcune giornate di studio nelle università italiane.    Durante un incontro, all`università Sapienza di Roma (gli altri eventi sono stati realizzati al Politecnico di Milano e alla Federico II di Napoli), si è fatto il punto sui farmaci molecolari per le cellule staminali tumorali, su cui la ricerca é partita da meno di un anno. "In Italia sono state isolate, per la prima volta, le cellule staminali del tumore alla mammella a maggio del 2011 - afferma Pier Paolo Di Fiore, dell`Istituto Europeo di Oncologia di Milano e membro del gruppo di ricerca che ha fatto la scoperta - . Ora la ricerca sta lavorando a 360 gradi su tutti i tumori. In dieci anni avremo già a disposizione molti farmaci che, però, andranno testati per efficacia e sicurezza". La strada è quella della medicina personalizzata che si fonda sulla conoscenza della malattia, del singolo paziente e dei polimorfismi del suo genoma che lo rendono diverso da ogni altro individuo, "il che comporta una reazione unica alla patologia - aggiunge Di Fiore - e ne determina il decorso".


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10.11.2011
Lancet, funziona vaccino preventivo cancro utero

Da: ONCOLOGIA

Si conferma la notevole efficacia del vaccino preventivo contro il cancro dell`utero, vaccino che agisce impedendo le infezioni da papillomavirus, principale causa di questo tumore femminile. Lo dimostra un`analisi pubblicata sulla rivista Lancet Oncology che rafforza i risultati precedenti sul vaccino `Cervarix`. Il vaccino, che agisce contro i papillomavirus di tipo 16 e 18, protegge dalle lesioni precancerose più gravi causate da questi virus (lesioni chiamate CIN3 +). La lesione CIN3 + rappresenta lo step immediatamente precedente lo sviluppo del carcinoma invasivo del collo dell`utero: dati che mostrano la protezione contro questo tipo di lesione sono considerati dunque l`evidenza più forte della efficacia preventiva del vaccino contro il cancro cervicale. I risultati del più grande trial clinico realizzato ad oggi (PATRICIA trial) dimostrano che Cervarix ha un`efficacia del 93% contro CIN3+ indipendentemente dal tipo di HPV associato alla lesione stessa.
 


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10.11.2011
La prima ipofisi artificiale

Da: RICERCA

E` stata `coltivata` in laboratorio e funziona regolarmente, la "fabbrica degli ormoni": la prima ipofisi artificiale è stata letteralmente costruita a partire da cellule staminali embrionali di topo. Il risultato, annunciato su Nature è stato ottenuto in Giappone dall`Istituto Riken per la Biologia dello sviluppo e apre la strada a future terapie per ripristinare la funzionalità dell`ipofisi. Questa ghiandola, situata alla base del cranio, spiegano gli esperti, secerne ormoni che controllano l`attività anche di altre ghiandole endocrine quali tiroide, surrene, ovaio e testicolo e ha un ruolo molto importante perché è regolata dagli ormoni prodotti da una parte del cervello chiamata ipotalamo, garantendo così il legame tra le attività del cervello e quelle del sistema per la produzione di ormoni. Il suo sviluppo in laboratorio, rilevano gli esperti, è stato un processo complesso che coinvolge l`accostamento di due tipi di tessuti diversi. Sotto la guida di Yoshiki Sasai, i ricercatori hanno messo punto una tecnica per stimolare le cellule staminali embrionali di topo a differenziarsi in questi due diversi tessuti adiacenti. Per ottenere il risultato le staminali sono state poste in una impalcatura a 3D all`interno di una coltura che ha ricreato le interazioni tipiche del tessuto `naturale` per produrre cinque tipi di cellule che secernono tutti gli ormoni dell`ipofisi. La ghiandola ottenuta in laboratorio è stata poi trapiantata nei topi con difetti all`ipofisi che dopo l`intervento hanno dimostrato di aver ristabilito i livelli di ormoni prodotti dalla ghiandola.


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10.11.2011
La cura all’Alzheimer passa per la lotta contro l’enzima JNK

Da: RICERCA

Potrebbe essere a base enzimatica la nuova strategia terapeutica per il trattamento dell’Alzheimer. La notizia arriva dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” di Milano grazie a uno studio, pubblicato sulla rivista Journal of Biological Chemistry. La ricerca mette in evidenza il ruolo chiave dell’enzima JNK, dimostrando il suo coinvolgimento nella generazione e nella progressione della terribile malattia che si stima colpisca in Italia tra le 800 mila e e le 900 mila persone. L’Alzheimer è la forma più comune di demenza neurodegenerativa: fra gli ottantenni, uno su tre ne è affetto e si calcola che nel mondo siano oltre 26 milioni le persone malate. La patologia è oggi la quinta causa di morte nella popolazione anziana ed è al terzo posto, dopo le cardiopatie e il cancro, nella classifica dei maggiori costi sanitari. Ecco perché al Mario Negri si lotta contro la patologia, da oggi con una consapevolezza in più: l’enzima JNK è fondamentale nello sviluppo dell’Alzheimer e dunque assume centralità nella lotta contro la malattia. JNK agisce infatti su due proteine alla base della neurodegenerazione cellulare. Una è la proteina amiloide responsabile della formazione delle specie neurotossiche, i frammenti di beta amiloide; l’altra è la proteina Tau responsabile dei grovigli neuro-fibrillari. “Partendo da questa scoperta - spiega Tiziana Borsello, ricercatrice del Dipartimento Neuroscienze del Mario Negri, che ha condotto lo studio - abbiamo messo a punto e somministrato il primo trattamento cronico con un peptide inibitore di JNK su un topo affetto da Alzheimer. L’inibitore specifico utilizzato, il D-JNKI1, si è dimostrato in grado di prevenire l’azione dell’enzima JNK su entrambi i markers. Il trattamento cronico con D-JNKI1, somministrato in una fase conclamata della malattia, è stato in grado di annullare completamente i deficit cognitivi (perdita di memoria) e le alterazioni elettrofisiologiche caratteristiche della malattia (mal funzionamento dei neuroni dell’ippocampo), senza effetti collaterali rilevanti”. Un risultato promettente dunque, che ha notevoli implicazioni cliniche e che apre nuove speranze per lo sviluppo di farmaci in grado di curare la malattia, che rappresenta una vera e propria emergenza sanitaria, destinata a crescere nei prossimi anni con l’incremento della vita media della popolazione. L’attuale mancanza di terapie e gli elevati costi socio-sanitari necessari per l’assistenza dei pazienti rendono prioritario lo sviluppo di efficaci strategie farmacologiche per combattere la malattia. I risultati ottenuti con questo studio aprono cosi nuove speranze nello sviluppo di nuove strategie farmacologiche per curarla.



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09.11.2011
Staminali: presto in Italia trial su cellule da placenta

Da: RICERCA

L`Italia potrebbe essere pioniere in Europa nelle sperimentazioni sulle staminali da placenta. La possibilità è emersa a Roma, durante un convegno al Senato su `Le prospettive della ricerca Celgene in Italia`. "Lo sviluppo di terapie basate su staminali ha bisogno del massimo consenso globale possibile - ha sottolineato Robert Hariri, amministratore delegato dell`azienda Usa Celgene, che ha già in corso sperimentazioni su queste cellule - e stiamo sviluppando terapie per malattie autoimmuni, sclerosi multipla e diverse altre patologie, tutte potrebbero interessare l`Italia". I primi trial potrebbero essere svolti presso il Policlinico Gemelli di Roma, nel nuovo laboratorio che dovrebbe essere pronto all`inizio del 2012, i cui esperti sono impegnati in colloqui con l`azienda americana per definire i protocolli. Un aiuto potrebbe venire anche dalla legge sulla sperimentazione in discussione in Parlamento: "la medicina rigenerativa si avvia a diventare una valida soluzione terapeutica per il futuro - ha spiegato il ministro della Salute, Ferruccio Fazio - serve però un`attenta attività di controllo e di monitoraggio delle sperimentazioni da parte dell`Aifa, secondo linee guida che stiamo mettendo a punto con l`Agenzia. La legge sulle sperimentazioni potrebbe essere d`aiuto per la semplificazione che porterà nei protocolli". La ricerca sulle staminali da placenta, che come ha ricordato durante il convegno monsignor Jacques Suaudeau, del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, non presentano i problemi dal punto di vista bioetico di quelle embrionali, sarà un esempio di collaborazione tra pubblico e privato: "dobbiamo superare il tabù della partecipazione dei privati alle sperimentazioni - ha affermato Antonio Tomassini, presidente della commissione Sanità - perché è un tabu che ci ha limitato, ed è invece l`unica possibilità di andare avanti".


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09.11.2011
Vaccini: vaiolo modificato efficace su metastasi seno e ovaie

Da: RICERCA

Un vaccino geneticamente modificato a partire dal vaccino classico del vaiolo riesce a tenere sotto controllo le metastasi del cancro al seno e alle ovaie secondo un trial clinico pubblicato sulla rivista Clinical Cancer Research. Si tratta del vaccino PANVAC, già testato contro altri tumori negli anni passati: il vaccino contiene i geni MUC-1 e CEA che sono due marcatori specifici del cancro. In pratica questi geni sono accesi solo nelle cellule malate (infatti grosse quantità di CEA nel sangue di pazienti già trattati chirurgicamente sono il segno di una recidiva) e quindi permettono al sistema immunitario umano di riconoscere il tumore e reagire contro di esso. In questo studio pilota il vaccino è stato provato su 26 pazienti con metastasi da cancro a ovaio e seno. Tutte le pazienti erano state già trattate precedentemente con tutte le terapie disponibili. E` emerso che il vaccino riesce a tenere a bada le metastasi  controllandone la progressione e in alcuni casi a stabilizzare la malattia. "Con questo vaccino possiamo generare una risposta immune che porta un risultato clinico per alcuni pazienti", afferma James Gulley del National Cancer Institute di Bethesda che ha guidato al sperimentazione pilota.


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