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Selezione di notizie riguardanti il mondo farmaceutico, a cura della Direzione Corporate Communication.
 
 
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20.09.2012
Cervello, trovato recettore chiave che regola apprendimento

Da: RICERCA

Un recettore chiave nel cervello regola la memoria e l`apprendimento. Lo ha scoperto uno studio dell`università di Hong Kong presentato al Congresso Generale della Twas, l`accademia delle scienze per i paesi in via di sviluppo, in corso a Tianjin in Cina, che potrebbe servire come base per lo sviluppo di nuovi farmaci contro l`Alzheimer. Quando viene attivato, il recettore EphA4 dà il via a una cascata di reazioni che culminano nella riorganizzazione dello `scheletro` cellulare dei neuroni, provocando un rimpicciolimento delle spine dendritiche, piccole protrusioni sui neuroni che aumentano la superficie disponibile per i contatti fra cellule nervose: "Inibendo questo recettore - spiega Nancy Ip, autrice dello studio - si arresta la catena di reazioni a valle, e le spine dendritiche si sviluppano normalmente. Per questo motivo abbiamo iniziato ad analizzare una serie di molecole estratte da piante con l’obiettivo di inibire l’attivazione di EphA4. La medicina cinese tradizionale ci è venuta in aiuto: abbiamo individuato diversi principi attivi che stiamo testando in questo periodo". Alcune molecole, spiega ancora Ip, nei testi sui topi si sono già dimostrate efficaci, tanto da autorizzare gli studi preclinici.


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19.09.2012
Scompensi cardiaci, a innescarli è la troponina

Da: FARMACI

 La troponina I, una proteina che si trova solo nel muscolo cardiaco, è uno strumento diagnostico importante come marker per l’infarto, visto che i suoi livelli nel sangue si alzano dopo circa 4-8 ore dall`attacco cardiaco per raggiungere il picco dopo uno o due giorni. Tuttavia, da oggi potrebbe essere ritenuta dalla comunità scientifica ancora più importante, visto che alcuni scienziati della Johns Hopkins School of Medicine hanno scoperto che oltre a funzionare da indicatore ha anche un ruolo attivo nello sviluppo di scompensi e insufficienza cardiaca. La scoperta è stata pubblicata su Circulation, e potrebbe portare a un nuovo strumento diagnostico e terapeutico, indispensabile per la cura di queste condizioni. La troponina agisce come un interruttore nella regolazione di rilassamento e contrazioni del cuore, nonché in risposta all’adrenalina come attivatore della risposta fight or flight - “combatti o fuggi” - che si innesca davanti a un pericolo o in situazioni di stress (una condizione caratterizzata ad esempio da sviluppo di tremore e sudorazione, o da aumento della frequenza cardiaca e dell’intensità del respiro). Ma secondo lo studio, quando questa non funziona bene sarebbe anche responsabile di una riduzione della capacità cardiaca di pompare il sangue in maniera efficiente. Per dimostrarlo gli scienziati hanno analizzato dei tessuti prelevati dal cuore di pazienti con patologie cardiache terminali e da persone decedute che avevano dato il consenso alla donazione di organi. Usando un metodo innovativo chiamato multiple-reaction monitoring (MRM), hanno così individuato nelle molecole di troponina prelevate dai campioni 14 punti critici, 14 siti lungo la proteina che potessero contenere ‘errori’ – come ad esempio legami con altre molecole che non sarebbero dovuti esistere – capaci di accendere o spegnere enzimi e in questo modo innescare problemi cardiaci. Sei di questi erano precedentemente sconosciuti, e secondo gli scienziati potrebbero essere usati sia come marker diagnostici che come bersagli di terapie capaci di ripristinare la funzione cardiaca corretta. “Prima di oggi non potevamo sapere quali pazienti che hanno subito un attacco cardiaco svilupperanno ulteriori scompensi, ipertrofie cardiache, attività insufficiente del cuore, e quali invece recupereranno una normale funzione muscolare”, ha commentato Anne Murphy, cardiologa al Johns Hopkins Children`s Center. “Monitorare questi siti nello specifico potrebbe essere un modo per aiutarci a predire e magari prevenire questo tipo di complicazione, su ogni paziente che ci si presenterà”.

 


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19.09.2012
Scoperta proteina del sangue che riduce danni ictus

Da: RICERCA

L`inibizione di una proteina endogena del sangue appartenente al sistema del complemento, chiamata Mannose Binding Lectin (MBL), riduce fortemente il danno cerebrale causato da ictus, consentendo di allungare utilmente il tempo di intervento fino a quasi 24 ore. Questo è l`importante risultato di uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica `Circulation`. La ricerca, coordinata da Maria Grazia De Simoni, Responsabile del Laboratorio infiammazione e malattie del sistema nervoso dell`Istituto Mario Negri di Milano, è frutto di un`intensa collaborazione che ha impegnato gruppi italiani ed internazionali con competenze complementari ed è stata resa possibile anche grazie ad un finanziamento di Fondazione Cariplo e Ministero della Salute. "Si possono identificare due aspetti importanti nel nostro studio - afferma De Simoni -. La nostra ricerca innanzi tutto svela un meccanismo completamente nuovo responsabile del danno cerebrale indotto da ictus, molto precoce e caratterizzato dalla deposizione della proteina MBL sui microvasi cerebrali ischemici. In secondo luogo dimostra che interferire con questo meccanismo bloccando MBL con diverse strategie farmacologiche consente di ridurre il danno cerebrale con una finestra terapeutica d`intervento di 18-24 ore". Utilizzando modelli animali sperimentali clinicamente rilevanti di ischemia cerebrale, i ricercatori hanno infatti ottenuto una forte riduzione del danno ischemico sia mediante la somministrazione di un anticorpo che blocca MBL - sviluppato dal gruppo di Gregory Stahl, dell`Harvard Institutes of Medicine di Boston, sia mediante la somministrazione di una nuova molecola ideata e sintetizzata dal gruppo di Anna Bernardi, del Dipartimento di Chimica dell`Università di Milano in collaborazione con quello di Javier Rojo del CSIC Siviglia, e caratterizzata nel laboratorio di Marco Gobbi dell`Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri. Nonostante i recenti progressi nella gestione dei pazienti ischemici (diagnosi precoce, trombolisi, creazione di stroke unit e riabilitazione), l`ictus continua ad avere una prognosi estremamente sfavorevole, rappresentando una delle principali cause di morte e la prima causa di disabilità grave nei paesi industrializzati. "Per questi motivi - aggiunge Maria Grazia De Simoni - è necessario identificare nuove terapie efficaci contro l`ictus che abbiano una finestra terapeutica più ampia, con lo scopo di aumentare la percentuale di pazienti che possa beneficiarne. La scoperta che inibire MBL in maniera specifica conferisce protezione anche quando si interviene molte ore dopo l`evento ischemico consentirà di sviluppare una nuova e promettente terapia per i pazienti colpiti da ictus".
 


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18.09.2012
Terapia genica, presto virus-navetta più sicuri

Da: MEDICINA


La terapia genica, in cui si `corregge` il Dna di un paziente affetto da patologie genetiche, nei prossimi anni vedrà una vera rivoluzione grazie soprattutto a nuovi `virus-navetta` più sicuri per l`introduzione dei geni `corretti`. Ne è convinto Luigi Notarangelo, docente dell`Harvard Medical School Children`s Hospital di Boston, che ha parlato del futuro di questa terapia durante una conferenza all`ospedale pediatrico Meyer di Firenze. "C`é stato un notevole sforzo negli ultimi anni per cercare nuovi modi di inserire il gene nella cellula in maniera più sicura, soprattutto con lo studio di virus -navette meno suscettibili di provocare tumori - spiega Notarangelo, che fa parte del Comitato Scientifico Internazionale del Meyer - siamo ancora in fase preclinica, ma i risultati di laboratori sono ottimi, e anche se è difficile dire quanto ci vorrà è probabile che in pochi anni verranno utilizzati, ampliando così le possibilità di intervento. Altri campi promettenti sono la possibilità di inserire il gene in un `porto sicuro` del Dna, una zona cioé che non provoca tumori, mentre più a lungo termine le cellule staminali `riprogrammate` già fanno vedere un grande potenziale". Nonostante di terapia genica si parli da decenni il primo farmaco che la utilizza potrebbe essere approvato in Europa solo quest`anno: "Non è sorprendente che ci sia voluto tutto questo tempo - spiega l`esperto - abbiamo fatto grandi passi in avanti ma imparando cose a nostre spese, dato che alcuni degli effetti negativi delle terapie si manifestano dopo anni. Ci sono molte sperimentazioni in corso: il mio gruppo studia due immunodeficienze, ma mi aspetto novità anche su malattie come talassemia, anemia e su alcune sindromi metaboliche".



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18.09.2012
Diabete, pubblicate le raccomandazioni per garantire la sicurezza delle iniezioni

Da: MEDICINA

Iniezioni di insulina e punture per controllare il glucosio in pazienti diabetici, quando effettuate in ospedale o in clinica presentano un rischio, talvolta sottovalutato: l’esposizione del personale medico al sangue può sempre essere pericolosa, perché può far entrare gli operatori in contatto con patogeni che si trovano nel sangue, tra cui anche Epatite e Hiv.  Ecco perché le ultime indicazioni per la pratica iniettiva per il diabete, pubblicate da WISE (Workshop on Injection Safety in Endocrinology) su Diabetes and Metabolism, contengono raccomandazioni particolari, proprio per assicurare la sicurezza dei pazienti, degli operatori professionali e di tutte le persone potenzialmente a contatto con taglienti utilizzati nel trattamento del diabete. Le indicazioni nascono a seguito della recente diffusione di una nuova Direttiva Europea che sancisce che ovunque vi sia un rischio di puntura accidentale, il paziente e tutti i lavoratori  devono essere protetti  con adeguate misure di sicurezza, incluso l’uso  di dispositivi medici dotati di meccanismi di sicurezza. Questa direttiva sulla prevenzione delle ferite accidentali deve essere recepita e trasformata in legge nazionale in tutti gli stati membri europei  entro l’ 11 maggio 2013. “L’attività quotidiana dei lavoratori in ambito ospedaliero (operatori sanitari e addetti)  li pone a rischio di serie infezioni con più di 30 agenti patogeni potenzialmente pericolosi, inclusi l’epatite B, l’epatite C e l’HIV, a causa di  ferite con aghi e taglienti contaminati”, ha commentato Kenneth Strauss, Global Medical Director di BD, Director of Safety in Medicine presso  l’European Medical Association e membro del WISE Consensus Group. “ Si stima che più di un milione di ferite da taglienti avvenga  ogni anno nell’Unione Europea, ma la maggior parte di tali ferite sono prevenibili  con un’adeguata formazione,  procedure operative più sicure e l’utilizzo di dispositivi medici dotati di meccanismi di sicurezza”. Le raccomandazioni  WISE rappresentano un piano per l’implementazione della Direttiva Europea nell’ambito della cura del diabete e includono una scala che rappresenta la forza delle raccomandazioni. Gli argomenti principali trattati sono: i rischi ai quali gli operatori sanitari che lavorano in ambito diabetologico sono esposti; l’imminente legislazione Europea; le ferite derivanti dai vari dispositivi; le implicazioni delle tecniche iniettive; l’educazione e la formazione per creare cultura della sicurezza; i costi – benefici dei dispositivi di sicurezza; la conoscenza e la responsabilità di uno smaltimento sicuro dei taglienti. Queste indicazioni nascono dai risultati di un’ampia indagine sulle punture accidentali che ha coinvolto  634 infermieri da 13 Paesi dell’Europa Occidentale e dalla Russia, e dal risultato del Workshop sulla Sicurezza Inettiva in Endocrinologia, Workshop on Injection Safety in Endocrinology (WISE) dell’Ottobre 2011, che ha raccolto un gruppo di 58 leaders che operano nel campo della sicurezza diabetologica  provenienti da 13 paesi. Il lavoro è basato sulla revisione e analisi paritaria di tutti gli studi e pubblicazioni che trattano l’argomento della sicurezza nell’ambito del diabete.

 



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18.09.2012
Diabete, pubblicate le raccomandazioni per garantire la sicurezza delle iniezioni

Da: MEDICINA

Iniezioni di insulina e punture per controllare il glucosio in pazienti diabetici, quando effettuate in ospedale o in clinica presentano un rischio, talvolta sottovalutato: l’esposizione del personale medico al sangue può sempre essere pericolosa, perché può far entrare gli operatori in contatto con patogeni che si trovano nel sangue, tra cui anche Epatite e Hiv.  Ecco perché le ultime indicazioni per la pratica iniettiva per il diabete, pubblicate da WISE (Workshop on Injection Safety in Endocrinology) su Diabetes and Metabolism, contengono raccomandazioni particolari, proprio per assicurare la sicurezza dei pazienti, degli operatori professionali e di tutte le persone potenzialmente a contatto con taglienti utilizzati nel trattamento del diabete. Le indicazioni nascono a seguito della recente diffusione di una nuova Direttiva Europea che sancisce che ovunque vi sia un rischio di puntura accidentale, il paziente e tutti i lavoratori  devono essere protetti  con adeguate misure di sicurezza, incluso l’uso  di dispositivi medici dotati di meccanismi di sicurezza. Questa direttiva sulla prevenzione delle ferite accidentali deve essere recepita e trasformata in legge nazionale in tutti gli stati membri europei  entro l’ 11 maggio 2013. “L’attività quotidiana dei lavoratori in ambito ospedaliero (operatori sanitari e addetti)  li pone a rischio di serie infezioni con più di 30 agenti patogeni potenzialmente pericolosi, inclusi l’epatite B, l’epatite C e l’HIV, a causa di  ferite con aghi e taglienti contaminati”, ha commentato Kenneth Strauss, Global Medical Director di BD, Director of Safety in Medicine presso  l’European Medical Association e membro del WISE Consensus Group. “ Si stima che più di un milione di ferite da taglienti avvenga  ogni anno nell’Unione Europea, ma la maggior parte di tali ferite sono prevenibili  con un’adeguata formazione,  procedure operative più sicure e l’utilizzo di dispositivi medici dotati di meccanismi di sicurezza”. Le raccomandazioni  WISE rappresentano un piano per l’implementazione della Direttiva Europea nell’ambito della cura del diabete e includono una scala che rappresenta la forza delle raccomandazioni. Gli argomenti principali trattati sono: i rischi ai quali gli operatori sanitari che lavorano in ambito diabetologico sono esposti; l’imminente legislazione Europea; le ferite derivanti dai vari dispositivi; le implicazioni delle tecniche iniettive; l’educazione e la formazione per creare cultura della sicurezza; i costi – benefici dei dispositivi di sicurezza; la conoscenza e la responsabilità di uno smaltimento sicuro dei taglienti. Queste indicazioni nascono dai risultati di un’ampia indagine sulle punture accidentali che ha coinvolto  634 infermieri da 13 Paesi dell’Europa Occidentale e dalla Russia, e dal risultato del Workshop sulla Sicurezza Inettiva in Endocrinologia, Workshop on Injection Safety in Endocrinology (WISE) dell’Ottobre 2011, che ha raccolto un gruppo di 58 leaders che operano nel campo della sicurezza diabetologica  provenienti da 13 paesi. Il lavoro è basato sulla revisione e analisi paritaria di tutti gli studi e pubblicazioni che trattano l’argomento della sicurezza nell’ambito del diabete.

 



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18.09.2012
Influenza, scovato l’anticorpo universale

Da: RICERCA

Un nuovo passo verso lo sviluppo di un vaccino antinfluenzale universale potrebbe essere stato fatto negli Stati Uniti: uno studio degli scienziati dello Scripps Research Institute e di Sea Lane Biotechnologies ha infatti riconosciuto un anticorpo che funziona sulla struttura con cui il virus dell’influenza si ‘aggrappa’ alle cellule: una porzione minuscola di esso, non variabile da ceppo a ceppo e per questo adatta come target universale. Fino ad oggi gli scienziati non pensavano fosse possibile sfruttare un sito tanto piccolo, ma osservando la struttura co-cristallina del particolare anticorpo, si sono oggi convinti delle enormi possibilità. Il lavoro è stato pubblicato su Nature. Da qualche tempo la ricerca sui vaccini per l’influenza, più che concentrarsi su quelli stagionali, ha guardato con speranza allo sviluppo di un vaccino universale: l’approccio negli ultimi anni, diversamente da quello dell’immunizzazione normale, si è dunque basato su quelle strutture del patogeno che non variano molto da ceppo a ceppo, che di solito si trovano alla base di una proteina chiamata emoagglutinina. Ma oggi qualcosa è cambiato, visto la preziosa scoperta di un anticorpo capace di riconoscere e sfruttare la struttura all’apice della proteina, legandosi ad essa e neutralizzando il virus in una maniera mai osservata prima. Per portare a termine questo risultato gli scienziati californiani sono partiti dallo studio di midollo osseo di pazienti che erano stati esposti a diversi ceppi di influenza: questo tessuto contenuto nelle ossa, infatti, funziona come una sorta di ‘archivio’ di tutti gli anticorpi mai prodotti da una persona, compresi quelli per i virus influenzali, dunque accedere ad esso vuol dire possedere un’intera libreria di dati su vari ceppi. Tra i miliardi di anticorpi così riconosciuti e studiati, gli scienziati di Sea Lane Biotechnologies hanno isolato quello che è oggetto di questa ricerca: si tratta di una molecola siglata C05, capace di legarsi a proteine di un grande ventaglio di diversi ceppi di influenza A, così proteggendo le cellule dall’infezione, sia in laboratorio che su modello murino. L’anticorpo, inoltre, funziona anche come agente terapeutico, salvando il 100% dei topi cui era somministrato entro tre giorni dall’infezione. Ma come agisce questa molecola? Test successivi l’hanno dimostrato: è praticamente il solo anticorpo che riconosce e blocca nello specifico il receptor binding site (Rbs), la parte del virus che serve a fissarsi alle cellule ospite e che rappresenta una zona importante dell’emoagglutinina, seppure molto piccola. Ed è proprio per quest’ultima caratteristica che lo sviluppo di un vaccino universale è così complicato: Rbs è talmente piccola che per fissarsi ad essa e neutralizzare il virus, un anticorpo deve aggrapparsi non solo al sito stesso, ma anche alla regione circostante, che varia moltissimo da ceppo a ceppo. Per questo ogni anticorpo agisce in genere solo su un tipo di virus. “Lavorare in maniera così precisa sul receptor binding site, con un anticorpo che interagisce soltanto con esso, è una cosa che fino a poco tempo fa era assolutamente impensabile”, ha spiegato Ian A. Wilson dello Scripps Research. “Ecco perché questo studio ci fornisce delle buone idee per ideare vaccini e terapie innovative”. Per osservare in che modo e dove di preciso l’anticorpo si connettesse all’emoagglutinina, gli scienziati hanno usato delle particolari tecniche di cristallografia a raggi X: è stato proprio con questo metodo che hanno scoperto che C05 evita le regioni ipervariabili e invece si lega con una singola proteina allungata allo stesso Rbs, funzionando ancora meglio quando riesce a usare due di questi filamenti per legare due Rbs su due emoagglutinine diverse. “Come se avesse bisogno di reticolare due proteine diverse per funzionare al meglio”, ha aggiunto il ricercatore. E il fatto che la funzione del receptor binding site sia così importante per il virus, fa sì che questa non vari molto da ceppo a ceppo, e che dunque C05 sia efficace contro un’ampia gamma di tipi di influenza A, quelle dei sottotipi H1, H2, H3 e H9. La scoperta potrebbe essere usata non solo per sviluppare un vaccino universale, ma anche per una terapia a base di anticorpi per le infezioni più gravi da influenzavirus. A maggior ragione se si riuscisse a scatenare la produzione di C05 direttamente dall’organismo.

 


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18.09.2012
Influenza, scovato l’anticorpo universale

Da: RICERCA

Un nuovo passo verso lo sviluppo di un vaccino antinfluenzale universale potrebbe essere stato fatto negli Stati Uniti: uno studio degli scienziati dello Scripps Research Institute e di Sea Lane Biotechnologies ha infatti riconosciuto un anticorpo che funziona sulla struttura con cui il virus dell’influenza si ‘aggrappa’ alle cellule: una porzione minuscola di esso, non variabile da ceppo a ceppo e per questo adatta come target universale. Fino ad oggi gli scienziati non pensavano fosse possibile sfruttare un sito tanto piccolo, ma osservando la struttura co-cristallina del particolare anticorpo, si sono oggi convinti delle enormi possibilità. Il lavoro è stato pubblicato su Nature. Da qualche tempo la ricerca sui vaccini per l’influenza, più che concentrarsi su quelli stagionali, ha guardato con speranza allo sviluppo di un vaccino universale: l’approccio negli ultimi anni, diversamente da quello dell’immunizzazione normale, si è dunque basato su quelle strutture del patogeno che non variano molto da ceppo a ceppo, che di solito si trovano alla base di una proteina chiamata emoagglutinina. Ma oggi qualcosa è cambiato, visto la preziosa scoperta di un anticorpo capace di riconoscere e sfruttare la struttura all’apice della proteina, legandosi ad essa e neutralizzando il virus in una maniera mai osservata prima. Per portare a termine questo risultato gli scienziati californiani sono partiti dallo studio di midollo osseo di pazienti che erano stati esposti a diversi ceppi di influenza: questo tessuto contenuto nelle ossa, infatti, funziona come una sorta di ‘archivio’ di tutti gli anticorpi mai prodotti da una persona, compresi quelli per i virus influenzali, dunque accedere ad esso vuol dire possedere un’intera libreria di dati su vari ceppi. Tra i miliardi di anticorpi così riconosciuti e studiati, gli scienziati di Sea Lane Biotechnologies hanno isolato quello che è oggetto di questa ricerca: si tratta di una molecola siglata C05, capace di legarsi a proteine di un grande ventaglio di diversi ceppi di influenza A, così proteggendo le cellule dall’infezione, sia in laboratorio che su modello murino. L’anticorpo, inoltre, funziona anche come agente terapeutico, salvando il 100% dei topi cui era somministrato entro tre giorni dall’infezione. Ma come agisce questa molecola? Test successivi l’hanno dimostrato: è praticamente il solo anticorpo che riconosce e blocca nello specifico il receptor binding site (Rbs), la parte del virus che serve a fissarsi alle cellule ospite e che rappresenta una zona importante dell’emoagglutinina, seppure molto piccola. Ed è proprio per quest’ultima caratteristica che lo sviluppo di un vaccino universale è così complicato: Rbs è talmente piccola che per fissarsi ad essa e neutralizzare il virus, un anticorpo deve aggrapparsi non solo al sito stesso, ma anche alla regione circostante, che varia moltissimo da ceppo a ceppo. Per questo ogni anticorpo agisce in genere solo su un tipo di virus. “Lavorare in maniera così precisa sul receptor binding site, con un anticorpo che interagisce soltanto con esso, è una cosa che fino a poco tempo fa era assolutamente impensabile”, ha spiegato Ian A. Wilson dello Scripps Research. “Ecco perché questo studio ci fornisce delle buone idee per ideare vaccini e terapie innovative”. Per osservare in che modo e dove di preciso l’anticorpo si connettesse all’emoagglutinina, gli scienziati hanno usato delle particolari tecniche di cristallografia a raggi X: è stato proprio con questo metodo che hanno scoperto che C05 evita le regioni ipervariabili e invece si lega con una singola proteina allungata allo stesso Rbs, funzionando ancora meglio quando riesce a usare due di questi filamenti per legare due Rbs su due emoagglutinine diverse. “Come se avesse bisogno di reticolare due proteine diverse per funzionare al meglio”, ha aggiunto il ricercatore. E il fatto che la funzione del receptor binding site sia così importante per il virus, fa sì che questa non vari molto da ceppo a ceppo, e che dunque C05 sia efficace contro un’ampia gamma di tipi di influenza A, quelle dei sottotipi H1, H2, H3 e H9. La scoperta potrebbe essere usata non solo per sviluppare un vaccino universale, ma anche per una terapia a base di anticorpi per le infezioni più gravi da influenzavirus. A maggior ragione se si riuscisse a scatenare la produzione di C05 direttamente dall’organismo.

 


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17.09.2012
Distrofia miotonica, a causarla il livelli scombinati di una particolare classe di proteine

Da: RICERCA

Un importante passo avanti nella lotta contro la distrofia miotonica, che tra le distrofie muscolari è quella più comune negli adulti, è stato fatto grazie all’impegno dei ricercatori dell’Istituto di Ricerca Clinica di Montréal (Ircm), del Massachusetts Institute of Technology (Mit) e dell’Università della California del Sud. I risultati, pubblicati su Cell, riguardano una particolare classe di proteine, chiamate Mbnl, e potrebbe portare a una migliore comprensione delle cause che portano allo sviluppo della patologia degenerativa, che colpisce una persona ogni 8000 in tutto il mondo. Il disordine è caratterizzato da debolezza muscolare e miotonia, ovvero la difficoltà di rilassare i muscoli a seguito di una contrazione: tipicamente coinvolge tessuti e muscoli dell’organismo diversi, e a causa dell’eterogeneità dei sintomi è descritta come una delle malattie più variabili e complicate in medicina. Inoltre, la gravità dei sintomi stessi, e l’età alla quale insorgono può variare anche di molto, persino all’interno della stessa famiglia. Per ora non c’è cura che possa far guarire dalla distrofia miotonica, e il trattamento è sintomatico. Per questo, aumentare le conoscenze sulle cause che la scatenano è fondamentale. Ed ecco anche il perché dello studio internazionale. “Abbiamo analizzato una famiglia specifica di proteine, le Mbnl (muscleblind-like proteins), scoperte per la prima volta nel moscerino della frutta, la Drosophila melanogaster: queste molecole rivestono una parte importante nello sviluppo dei muscoli e degli occhi, così come negli esseri umani in quello della distrofia miotronica”, ha spiegato Éric Lécuyer, del centro di ricerca canadese. “Ci siamo accorti, infatti, che nei pazienti con la patologia i livelli di Mbnl sono troppo bassi in diversi tipi di tessuto: pensiamo siano proprio queste alterazioni ad avere un ruolo cruciale tra le cause della malattia”, ha aggiunto Neal A.L. Cody, dello stesso laboratorio di Lécuyer. Ma perché sapere questo è importante? “L’analisi condotta in questo studio fornisce informazioni importanti sulla funzione di Mbnl, e per questo è una risorsa genomica importante per i futuri studi funzionali o clinici”, hanno aggiunto Christopher B. Burge e Eric T. Wang del Mit, che hanno condotto lo studio. “Queste conoscenze saranno importantissime per ricostruire l’ordine di eventi che accadono nella patogenesi della distrofia miotonica, e potrebbero per questo portare allo sviluppo di strumenti diagnostici, nonché di monitoraggio della progressione della malattia e della risposta alla terapia”.


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14.09.2012
Diabete, per controllare il glucosio basta un nanochip

Da: RICERCA

Pungersi le dita e controllare i livelli di glucosio è un’azione che fa parte della vita di molti pazienti diabetici, soprattutto quando affetti da diabete di tipo 1. E se fosse possibile un metodo che non implica il costante fastidio dell’uso di aghi? Dai Fraunhofer Institutes arriva oggi la soluzione: un minuscolo chip che misura e analizza digitalmente, e che può essere collegato via radio a uno strumento portatile. Ad oggi prelevare ed analizzare una goccia di sangue è l’unico modo per i pazienti di controllare il glucosio e iniettare la dose corretta di insulina. Solo che oltre al fastidio, queste punture giornaliere possono causare infiammazioni o l’indurimento anomalo della pelle. Il biosensore sviluppato dal centro di ricerca tedesco stravolgerebbe questo concetto: il chip sarebbe installato direttamente nel corpo dei pazienti, e ne monitorerebbe i livelli di glucosio continuamente tramite i fluidi corporei (non per forza sangue, ma anche sudore o lacrime). Non si tratta del primo tentativo di sviluppare questo tipo di tecnologia, ma gli esperimenti finora avevano portato alla creazione di dispositivi troppo grandi, imprecisi e che consumavano troppa energia. Tutti problemi che il nanosensore sviluppato dal Fraunhofer Institute for Microelectronic Circuits and Systems IMS non ha: le dimensioni sono di appena 0,5 x 2 mm e per funzionare ha bisogno di una corrente di appena 100 microampere a una tensione di 5V. Il fatto che oltre a mandare e ricevere informazioni via wireless esso possa anche essere ricaricato tramite onde radio, permette al dispositivo di durare settimane, o addirittura mesi, senza che il paziente debba cambiarlo. Il principio su cui si basa la misurazione è una reazione elettrochimica, attivata con l’aiuto di un enzima, la glucosio ossidasi, che converte il glucosio in perossido di idrogeno più altre sostanze e la cui concentrazione può essere misurata con un apposito strumento: questa misura può essere usata proprio per ricavare il livello di glucosio nell’organismo. Il tutto, avviene direttamente all’interno del chip. “Contiene addirittura un convertitore analogico digitale capace di trasformare i segnali elettrochimici in veri e propri dati”, ha spiegato Tom Zimmerman, business unit manager all’Istituto tedesco. “Tutto ciò prima necessitava di un circuito grande come un foglio di carta A5”, ha concluso con una punta d’orgoglio. “Oggi è contenuto in pochi millimetri”.
 


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14.09.2012
Così invecchiano i neuroni del cervello

Da: RICERCA

Svelato per la prima volta il meccanismo con cui invecchiano i neuroni del cervello: a differenza di quanto ipotizzato finora, si è scoperto che si tratta di un processo del tutto simile a quello a cui vanno incontro anche le altre cellule del corpo, come per esempio quelle della pelle. Lo rivela uno studio dell`università di Newcastle, che apre la strada a nuove strategie per combattere malattie come la demenza o la perdita dell`udito. L`invecchiamento cellulare, meglio noto come senescenza, è un processo che si attiva quando la cellula danneggiata arresta il suo ciclo di replicazione perdendo la capacità di dividersi per generare cellule figlie. Questo meccanismo molecolare è stato ben studiato finora nelle cellule capaci di dividersi (cioé di fare mitosi) come quelle della pelle, mentre poco si sapeva riguardo a quello che accadeva nelle cellule che nella loro vita non si dividono mai, come i neuroni. I ricercatori guidati da Thomas von Zglinicki hanno fatto luce sulla questione studiando una speciale colonia di anziani topi da laboratorio. In questo modo hanno scoperto con grande sorpresa che i neuroni invecchiano seguendo gli stessi meccanismi molecolari delle cellule della pelle (fibroblasti), `contagiando` anche le cellule sane vicine.    Se questa scoperta verrà confermata anche per il cervello umano, potrà aprire la strada a nuove strategie per la cura di diverse malattie come la demenza, la sordità legata all`invecchiamento e i disturbi dei neuroni del movimento.


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11.09.2012
Ecdc, 10mila casi morbillo in Ue nell`ultimo anno

Da: SANITA`

Sono stati oltre 10mila i casi di morbillo segnalati in Europa nell`ultimo anno, la maggior parte dei quali in Romania, Francia, Spagna, Italia e Regno Unito. Circa 22mila invece i casi di rosolia, di cui la quasi totalità in Polonia e Romania. E` quanto emerge dall`ultimo rapporto dell`Ecdc (European center diseases control). In particolare, nel primo semestre di quest`anno, 29 Paesi dell`Ue e dello Spazio economico europeo (See) hanno riportato 4.513 casi di morbillo, portando a 10.427 il numero di casi segnalati tra luglio 2011 e giugno 2012, con un`incidenza di 2,05 casi per 100mila abitanti. Il 90% delle segnalazioni arriva da 5 Paesi: Romania (3839), Francia (1568), Spagna (1391), Italia (1367) e Regno Unito (1270), e l`83% dei casi ha riguardato persone non vaccinate. In 10 casi ci sono state complicazioni con encefalite acuta, ma non vi è stata alcuna morte causata dal morbillo. Per quanto riguarda la rosolia, i dati raccolti in 26 Paesi indicano tra gennaio e giugno 17.821 casi, portando a 22.835 il numero delle segnalazioni tra luglio 2011 e giugno 2012. Di questi, il 99% è stato rilevato in Polonia e Romania (anche se mancano i dati di Austria e Grecia di giugno 2012 e quelli italiani rdei primi sei mesi del 2012). La Svezia è il paese che ha avuto la più vasta epidemia di rosolia dal 1996.
 
 


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11.09.2012
Genetica, scoperti gli `archivisti` della memoria, da ricerca speranze per cura schizofrenia e morbo di Parkinson

Da: RICERCA

Identificate nel cervello le molecole della memoria, gli `archivisti` che aiutano a convertire i ricordi a breve termine in ricordi a lungo termine e che in futuro potrebbero diventare bersagli per farmaci che aiutano la memoria. Lo studio, realizzato sui topi da un gruppo di ricercatori dell`Università della Pennsylvania e pubblicato sul Journal of Clinical Investigation, potrebbe portare a alleviare i sintomi di depressione, schizofrenia, morbo di Parkinson e Alzheimer. Mettendo alla prova la memoria di un gruppo di topi e analizzando un gruppo di proteine chiamate recettori nucleari, i ricercatori statunitensi hanno individuato una serie di geni legati alla memorizzazione dei ricordi nel tempo. Per comprenderne meglio il ruolo, i ricercatori hanno utilizzato alcuni topi in una serie di test progettati per creare ricordi di lungo periodo e in cui imparano a associare particolari suoni o luoghi con specifiche esperienze. Analizzando i diversi tipi di recettori molecolari attivati nelle ore successive agli esperimenti di memorizzazione, i ricercatori sono riusciti a individuare l`importanza di un particolare recettore nucleare associato con il gene Nr4a. Una volta identificato questo gene, hanno poi creato dei topi transgenici dove è stato possibile bloccarne selettivamente l`attivazione. Ripetendo nuovamente i due esperimenti, è stato verificato che i topi con il gene disattivato non erano in grado di mantenere memoria di lungo periodo per quanto riguardava le esperienze legate ai luoghi, memorizzate nell`ippocampo. “Si tratta dello stesso tipo di memoria compromessa nei soggetti affetti di Alzheimer o schizofrenia”, ha spiegato Ted Abel, uno dei responsabili dello studio. Trattati con un farmaco specifico per indurre la riattivazione temporanea del gene silenziato, i topi sono tornati a memorizzare come i compagni normali. Secondo gli stessi ricercatori, la migliore comprensione dei meccanismi molecolari alla base della memoria potrà essere un aiuto importante per la cura dei sintomi di alcune malattie come depressione, schizofrenia, morbo di Parkinson e Alzheimer.
 
 


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07.09.2012
TBC, allo studio farmaci contro ceppi resistenti

Da: FARMACI

Un gruppo di ricerca internazionale, che vede la presenza di scienziati italiani dell`Università di Pavia, sta portando avanti la scoperta di nuovi farmaci antitubercolari, molto efficaci nel trattamento della tubercolosi multi-resistente. Sulla rivista internazionale "Science Translational Medicine" sono stati pubblicati i nuovi risultati ottenuti. La tubercolosi (TBC) è una malattia infettiva e spesso letale che ha visto una riacutizzazione alla fine degli anni `80 a causa della diffusione di ceppi multi-resistenti ai farmaci, dell`aumentato flusso migratorio e dell`insorgenza di malattie che inducono immuno-deficienza, fattori ancor più importanti se combinati alle condizioni di povertà e di degrado sanitario nei paesi in via di sviluppo. Nel 2009 nell`ambito di un progetto finanziato dalla Comunità Europea (FP6) il gruppo di Microbiologia, diretto dalla Prof.ssa Giovanna Riccardi presso il Dipartimento di Biologia e Biotecnologie dell`Università di Pavia ha pubblicato su `Science` la scoperta di una nuova e promettente classe di farmaci antitubercolari, i nitro-benzotiazinoni (BTZ) ed il relativo bersaglio cellulare, l`enzima  DprE1. Questo enzima è essenziale per la sopravvivenza del patogeno e per la sua capacità di infettare l`uomo. Quando DprE1 è inattivato, la crescita batterica è completamente bloccata perché questa proteina catalizza un passaggio importante nella biosintesi della parete cellulare, l`involucro che circonda la cellula e impedisce l`accesso alla maggior parte delle molecole, inclusi gli antibiotici. L`articolo è stato definito da "Nature Medicine" uno dei "key papers" pubblicati nel 2009. Data l`importanza di questo nuovo bersaglio terapeutico, lo studio di DprE1 a livello molecolare permette di progettare nuovi farmaci ancora più efficaci che si legano specificamente al sito attivo dell`enzima e ne bloccano l`accesso. Gli sforzi combinati del gruppo di Microbiologia e di quello di Biologia Strutturale nello stesso Dipartimento (con la presenza del prof. Andrea Mattevi e della dottoressa Claudia Binda) hanno ora permesso di ottenere un altro importante risultato pubblicato su "Science Translational Medicine" con una presentazione da parte del Professor Greg Cook (Medical Research Council, Cambridge). Il lavoro ha portato alla caratterizzazione dettagliata della struttura della DprE1  nella sua forma nativa e in complesso con l`inibitore BTZ043, che è attualmente in fase di sviluppo pre-clinico come candidato per la terapia combinata nel trattamento della tubercolosi. In particolare il gruppo di Pavia ha ottenuto i cristalli che hanno permesso di determinare la struttura tridimensionale della DprE1 e ha sviluppato il protocollo per testare l`attività inibitoria dei vari composti BTZ.
 


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07.09.2012
700mila casi arresto cardiaco l`anno in Ue

Da: MEDICINA

Sono circa 300mila l`anno i casi di arresto cardiaco che si verificano negli Stati Uniti, 700mila in Europa, mentre in Italia l`incidenza è di 1 ogni 1000. I risultati sul fronte della rianimazione non sono, però, ancora buoni. Si riesce infatti a rianimare meno della metà delle persone. Di questo e degli ultimi studi per migliorare tecniche e linee guida parleranno i massimi esperti internazionali che l`8 e il 9 settembre si riuniranno a Milano presso l`istituto `Mario Negri` in un congresso su arresto cardiaco, shock e trauma. Il simposio, dedicato a Max Harry Weil, scomparso la scorsa estate e considerato l`ideatore della prima terapia intensiva al mondo, vedrà riuniti 150 tra i massimi esperti internazionali del settore, nonché i responsabili della definizione delle linee guida mondiali di trattamento dell`arresto cardiaco. Tra i principali studi che verranno presentati, ci sarà quello multicentrico condotto in Europa e Stati Uniti, che ha messo a confronto l`efficacia del massaggio cardiaco manuale con quello fatto da compressori meccanici, e un nuovo sistema di soccorso del paziente in arresto cardiaco che consente di ottimizzare i tempi e migliorare il recupero neurologico. "Uno dei problemi principali - spiega Giuseppe Ristagno, del Laboratorio di Farmacologia Clinica Cardiovascolare del `Mario Negri` - è infatti la sopravvivenza e il recupero neurologico del paziente dopo un arresto cardiaco. Di quelli che sopravvivono alla prima rianimazione, il 70% muore nei giorni successivi per cause cardiache, come scompenso e aritmie gravi. Chi sopravvive, inoltre, riporta danni neurologici gravi. Solo il 10% ha un buon recupero".

 


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07.09.2012
Creata nuova definizione dell`infarto acuto

Da: RICERCA

Un gruppo internazionale di esperti, una task force di 52 specialisti in rappresentanza delle quattro società scientifiche più importanti nell`area cardiologica ha approntato un documento in cui è riportata una nuova definizione universale di infarto miocardico, che fissa i livelli di troponina cardiaca necessari per diagnosticare un infarto in situazioni diverse. Il documento è stato presentato in anteprima a Monaco, duranti i lavori dell`ultimo congresso Società Europea di Cardiologia, da Kristian Thygesen dell`Aarhus University Hospital e sarà pubblicato sulla rivista Circulation. La definizione precedente di infarto miocardico risaliva al 2007: nella nuova versione, gli esperti convengono sul fatto che la troponina, una proteina fondamentale per la contrazione muscolare e i cui livelli si elevano in presenza di infarto, rimane il biomarker migliore per individuare l`infarto miocardico acuto e che il criterio chiave per una diagnosi di infarto miocardico acuto resta l`evidenza di necrosi del miocardio in un contesto clinico coerente con un`ischemia acuta del miocardio. Inoltre, se si utilizza la troponina cardiaca come biomarker, è richiesto un valore superiore al 99 per cento del limite superiore di riferimento nel test specifico della troponina. Nel testo si ribadisce anche che l`elettrocardiogramma è parte integrante del percorso diagnostico in pazienti con sospetto infarto e si precisa in che modo le tecniche di imaging come l`ecocardiografia, l`imaging nucleare, la risonanza magnetica e la tomografia assiale computerizzata possono essere utili per diagnosticare un infarto miocardico.
 


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31.08.2012
Cancro. Scovato l’enzima che può fermare la crescita tumorale

Da: MEDICINA

A differenza delle cellule normali, quelle tumorali usano la maggior parte della loro energia nel riprodursi: per farlo hanno bisogno di innescare dei pathway metabolici alternativi, in modo da produrre nuovi elementi base per il funzionamento della cellula, come Dna, carboidrati, lipidi. E potrebbe essere proprio questo il punto debole scoperto da alcuni ricercatori del Mit: alcuni composti chimici capaci di distruggere un enzima cruciale per questa ‘deviazione’ nel metabolismo cellulare, preverrebbe la formazione delle neoplasie, quantomeno nei topi. La ricerca che tratta l’argomento è stata pubblicata su Nature Chemical Biology. Già in precedenza era stato dimostrato che le cellule malate usano una forma particolare di questo enzima, chiamato piruvato chinasi, per incanalare la loro energia nella formazione di nuove cellule. In particolare, questa proteina controlla uno degli step finali della glicolisi, che spezza una singola molecola di glucosio in due per produrre adenosina trifosfato (Atp), la “moneta corrente” energetica della cellula. In una cellula sana il prodotto finale del meccanismo è un carboidrato, chiamato appunto piruvato, che poi viene riutilizzato per generare altre Atp. Ma quando una cellula diventa tumorale, presenta una versione alternativa dell’enzima, che è meno attiva della sua controparte: questa attività ridotta permette ai prodotti della glicolisi di non venire utilizzati per produrre nuova energia, ma di venire dirottati alla produzione di nuovi elementi costituenti come carboidrati, lipidi o acidi grassi. “Le cellule normali non hanno bisogno di costruire indefinitamente altre stanze o edifici, ma solo di tenere la luce accesa in quelli che già esistono”, ha spiegato con una metafora Vander Heiden, a capo del laboratorio che ha condotto lo studio. “Dunque bruciano soltanto l’energia necessaria a mantenere il sistema funzionante. Invece le cellule tumorali devono fare sia questo, che riprodurre loro stesse”. Il lavoro appena pubblicato però, dimostra anche che cambiare le proprietà della proteinain modo che sia più simile a quella che si trova nelle cellule sane può essere un’opzione per fermare il cancro. “Dai nostri risultati si evince che attivare la piruvato chinasi potrebbe aiutare a scardinare il meccanismo che permette alle cellule tumorali di crescere in maniera efficace”, ha aggiunto Heiden. Specificando però poi: “Se a partire da questa ricerca si possa arrivare a sintetizzare un farmaco che funzioni sull’uomo, però, è ancora da scoprire”. In altre parole, la scoperta dimostra che la crescita cellulare può essere ‘spenta’ aumentando l’attività della piruvato chinasi, ma ancora non è chiaro se e come questo potrà essere usato nella pratica clinica. Tuttavia, alcuni test promettenti su modello animale sono già stati conclusi con successo. I ricercatori hanno anche cominciato a testare composti farmaceutici sui topi, scoprendo che ci sono sostanze che sono ottimi candidati per ottenere il risultato sperato: in particolare due composti, testati su roditori su cui erano stati impiantati tessuti tumorali umani, hanno già dimostrato di bloccare la crescita tumorale. “Proprio come speravamo su modello animale è possibile riprogrammare il comportamento delle cellule perché tornino a produrre Atp e non costruiscano altro, quando non è necessario”, ha concluso Heiden. Al momento gli scienziati stanno continuando a fare ricerca su questo argomento, in particolare per capire cosa succede a livello molecolare quando avviene questo cambiamento di comportamento nelle cellule. E in più, stanno sviluppando modelli murini per scoprire se lo stesso meccanismo possa essere usato anche per ridurre tumori già formati.
 


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31.08.2012
Malattie fegato: un test predice probabilità fibrosi e cirrosi

Da: RICERCA

Un nuovo test sviluppato dall` Università di Southampton potrebbe essere usato per diagnosticare la fibrosi e la cirrosi del fegato nelle popolazioni a rischio piu` facilmente. I ricercatori hanno descritto la metodologia, che potrebbe scovare le malattie prima che rovinino il fegato irrimediabilmente, sul `British Journal of General Practice`. Il test, definito dai ricercatori `a semaforo`, combina una serie di esami clinici e del sangue che vengono combinati per dare un punteggio finale, che indica la probabilità del paziente di sviluppare fibrosi e cirrosi. Il risultato finale è distinto in tre colori: il rosso implica che la malattie è già in corso, il verde che invece la probabilità è minima almeno nei cinque anni successivi, mentre il giallo indica una probabilità del 50 per cento, sufficiente a far consigliare al paziente di smettere di bere: "Abbiamo testato la metodologia su mille persone, seguite per diversi anni - scrivono gli autori - e il test sembra avere una grande efficacia". 


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02.08.2012
Con cesareo rischio infezioni per una donna su 10

Da: MEDICINA

I parti cesarei dovrebbero essere effettuati solo se strettamente necessari, perché a seguito dell`operazione una donna su dieci rischia di sviluppare infezioni per le quali potrebbe esserle richiesto di rimanere più a lungo in ospedale. A lanciare l`allarme è uno studio della Health Protection Agency and Imperial College di Londra, che spiega come il problema coinvolga direttamente anche i neonati, ai quali le neo mamme non riescono a prestare le cure dovute nei primi giorni di vita.    Ormai un quarto delle nascite avviene col taglio cesareo - puntualizzano i ricercatori, riferendosi in particolare alla Gran Bretagna - ma bisognerebbe tornare ai vecchi standard, che lo rendevano necessario solo per parti gemellari o trigemellari e per  le donne con diabete o con ipertensione.    Per lo studio sono state analizzate 4107 donne che hanno effettuato un parto cesareo in un ospedale del sistema sanitario nazionale inglese tra aprile e settembre 2009: dai dati è emerso che circa il 9,6% aveva sviluppato un` infezione. Magari non grave, come spiega la dottoressa Catherine Wloch, della sezione del Dipartimento della Salute che si occupa di infezioni e resistenza anti-microbica, ma che comunque può rappresentare "un fardello oneroso per il sistema salute, dato l`elevato numero di donne che ricorre a questa operazione chirurgica". "Le infezioni più serie possono anche richiedere una permanenza prolungata in ospedale- spiega ancora la dottoressa Wloch - per questo prevenirle dovrebbe rappresentare una priorità". Lo si può fare ad esempio -conclude lo studio inglese - per la tocofobia, cioé la paura del parto, offrendo supporto psicologico alle donne ansiose prima di sottoporle al cesareo.


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02.08.2012
Una proteina `blocca` immortalità cellule cancro

Da: RICERCA

Le cellule di un tumori hanno una  sorta di immortalità, perché neutralizzano il naturale  meccanismo con le quali le cellule sane invecchiano e poi  muoiono. Ma è appena stato scoperto nel dettaglio il meccanismo con cui lavora una proteina capace di far ripartire questo  meccanismo di `morte cellulare`. E` stato individuato dai  ricercatori dell`Istituto nazionale tumori, con uno studio  pubblicato sul Journal of molecular cell biology. La scoperta è  stata effettuata per ora solo in provetta: ci vorranno quindi  anni per sapere se potrà trasformarsi in una terapia efficace  sull`uomo. In ogni cellula c`é una proteina, chiamata p53, che è una  sorta di `guardiano` del Dna: quando c`é una grave alterazione,  che potrebbe ad esempio scatenare un tumore, p53 si attiva e  porta la cellula ad un suicidio programmato. In questo modo  evita che si scateni la malattia. Ma le cose non sono così  semplici: in un tumore, infatti, la proteina Sirt1 è in grado  di bloccare p53, e quindi di mantenere le cellule tumorali in  vita, creando le condizioni per sviluppare la patologia. E qui  entra in gioco la proteina Dbc1: è in grado di bloccare Sirt1  (e quindi di evitare che venga ostacolato il suicidio della  cellula danneggiata). I ricercatori dell`Istituto Tumori, con il  loro studio, hanno approfondito il rapporto che lega queste due  proteine. "La nostra ricerca - spiega Domenico Delia, responsabile  della Struttura meccanismi molecolari di controllo del ciclo  cellulare dell`Istituto - ha studiato la presenza di queste  proteine e come interagiscono tra loro nel tumore del seno.  Tuttavia queste molecole sono presenti e coinvolte nel ciclo  vitale di tutte le cellule, e questo implica che i risultati di  questa ricerca sono applicabili a diverse forme di cancro. Si  aprono quindi importanti prospettive di ricerca: possiamo  studiare nuove strategie terapeutiche che aumentino la presenza  nell`organismo e nei tessuti del tumore di Dbc1, contrastando  così l`azione ringiovanitrice di Sirt1 e spingendo al suicidio  le cellule tumorali.


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27.07.2012
Atrofia muscolare spinale. Dal fegato la proteina che potrebbe curarla

Da: RICERCA

È una ricerca interamente italiana a dimostrare la potenziale efficacia di una terapia a base di Insulin Growth Factor-1 (IGF-1), una proteina sintetizzata dal fegato, nella cura dell’atrofia muscolare spinale (Sma): gli sforzi dei ricercatori dell’Università di Tor Vergata, del CNR di Napoli, dell’Ospedale San Pietro (Roma) e dell’Istituto Pasteur riportano così fiducia ai pazienti affetti da questa malattia neuromuscolare, caratterizzata dalla progressiva morte delle cellule nervose che impartiscono ai muscoli il comando di movimento (i motoneuroni). Lo studio è stato pubblicato su Molecular Medicine e per ora dimostra l’efficacia di un farmaco a base della proteina solo su modello murino. L’atrofia muscolare spinale è una patologia autosomica recessiva(i genitori portatori sani hanno il 25% di possibilità di trasmettere la malattia a ciascuno dei figli), causata da un difetto del gene SMN1 (o SMN2) che porta alla ridotta produzione di SMN (Survival Motor Neuron), proteina essenziale per la sopravvivenza dei motoneuroni. Gli individui con carenza di SMN subiscono la progressiva perdita di cellule nervose; ciò determina l’atrofia muscolare e dunque la disabilità motoria, nonché una progressiva compromissione delle capacità respiratorie. La comunità scientifica era da tempo alla ricerca di un metodo efficaceche potesse revertire, o almeno rallentare, il decorso della malattia, che nella sua forma più grave (Sma-1) si manifesta sin dalla nascita e che difatti costituisce la più comune causa genetica di morte infantile. Proprio per la natura della patologia, gli studi si erano concentrati sul potenziale terapeutico di agenti neuro-nutrienti o neuro-protettivi, come per l’appunto IGF-1 (Insulin Growth Factor-1), proteina che, tra le altre funzioni, svolge un ruolo chiave nel garantire la sopravvivenza dei motoneuroni e nel mantenere l’integrità muscolare in seguito a lesioni. Per analizzare gli effetti di un farmaco a base di IGF-1, già utilizzato per la cura dei problemi della crescita nell’infanzia e nell’adolescenza, i ricercatori italiani hanno scelto come modello dei topi da laboratorio. Il farmaco in questione, noto con il nome di IPLEX, è costituito dal complesso formato da IGF-1 con un’altra proteina, IGFBP-3. IGFBP-3 stabilizza il fattore di crescita e permette di superare la barriera emato-encefalica, in altre parole di raggiungere il sistema nervoso centrale: una caratteristica essenziale per il trattamento di malattie che colpiscono le cellule nervose. In seguito alla somministrazione di IPLEX a topi affetti da Sma-1 – si legge su Molecular Medicine – i ricercatori hanno osservato una significativa riduzione della perdita dei motoneuroni, l’aumento delle dimensioni delle fibre muscolari e, nel complesso, il miglioramento delle performances motorie degli animali. In attesa di dati che confermino questi effetti anche sull’uomo, il lavoro fornisce risultati incoraggianti per la ricerca di una cura per la Sma. 



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27.07.2012
19ª International Aids Conference. Le donne priorità della ricerca e della cura

Da: AIDS

Sono ancora le donne a pagare nel mondo il prezzo maggiore per l’Hiv/Aids, a tre decadi dall’inizio dell’epidemia. Ecco perché proprio loro devono essere una priorità nella ricerca, nella cura e nel trattamento a tutti i livelli. Questo il messaggio emerso chiaro dalle giornate della 19esima International Aids Conference che si sta svolgendo a Washington, e che si è conclusa mercoledì.

Per anni si è detto che le cosiddette ‘categorie a rischio’per l’Hiv fossero gli uomini gay o i tossicodipendenti, ma in realtà non è così. Dei 34 milioni di persone affette da Hiv e Aids nel mondo, circa la metà sono donne, ma è proprio il sesso femminile ad essere oggi la maggiore categoria a rischio, soprattutto se eterosessuali: a livello biologico le donne sono due volte più a rischio degli uomini di venire contagiate, se fanno sesso eterosessuale non protetto. Come se questo non bastasse, il pericolo di essere stuprate è tutto femminile e in molti paesi le donne non hanno neanche la possibilità di chiedere al proprio partner di indossare il preservativo.Inoltre, le donne vanno tutelate anche per la loro capacità di riprodursi, poiché gravidanza e parto sono due dei momenti in cui è possibile che si verifichi la cosiddetta trasmissione verticale, ovvero il contagio da madre a figlio.“Non possiamo nemmeno nominare la possibilità di liberarci definitivamente dell’Aids finché l’epidemia ha un impatto così drammatico sulle donne”, ha commentato Diane Havlir, co-chair di Aids 2012 e docente dell’Università della California di San Francisco. “I grandi passi in avanti che sono stati fatti grazie ai farmaci antiretrovirali nel ridurre la trasmissione dell’Hiv tra madri e figli devono essere riprodotti anche in altri ambiti, per ridurre il peso dell’epidemia sulle donne”.Oltre a questo, l’attenzione nella giornata è stata spesa anchenell’analisi della situazione nei grandi paesi che ad oggi stanno tristemente vedendo aumentare il loro ruolo nell’epidemia: dopo il Sud Africa, anche il Brasile, l’India e la Cina sono diventate tra le nazioni più colpite dall’Hiv/Aids e stanno oggi rispondendo alla diffusione del contagio rivedendo completamente i loro sistemi sanitari, come riportato in un comunicato stampa sul sito dell’evento internazionale http://www.aids2012.org. “Nel caso dell’India e del Brasile, in particolare, sono stati raggiunti risultati spettacolari con la produzione di antiretrovirali come farmaci generici”, ha spiegato Elly Katabira, chair a Aids 2012 e presidente della International Aids Society. “Queste nazioni stanno facendo fronte all’epidemia ridisegnando le politiche adottate contro l’Aids, in modo che risultino meno dipendenti dalla comunità internazionale ma allo stesso tempo ponendosi a lungo termine come i maggiori sostenitori dei programmi internazionali di trattamento, cura e ricerca”.

 



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26.07.2012
Pancreas, arriva la terapia genica, verso l’approvazione del primo farmaco in Europa

Da: FARMACI

È sempre più vicina alla commercializzazione la prima terapia genica nel mondo occidentale: in questi giorni una commissione dell’Agenzia Europea del Farmaco ha infatti raccomandato l’approvazione di un farmaco chiamato Glybera, prodotto dalla casa farmaceutica olandese UniQure per il trattamento di una rara condizione genetica ereditaria. L’ok finale dovrà però arrivare dalla Commissione Europea che entro i prossimi tre mesi potrà accogliere l’indicazione dell’Ema e far arrivare la terapia genica sul mercato. L’unico altro esempio di terapia genica approvata è rappresentato da un farmaco cinese contro il cancro. La terapia genica funziona rimpiazzando i geni danneggiati con copie sane: sebbene possa sembrare semplice da descrivere, questo tipo di terapia è molto complessa e da molti è considerata pericolosa o inutile, poiché incapace di arrivare a modificare un numero sufficiente di cellule malate. “Si tratta di una decisione che segna un momento di svolta cruciale: la terapia genica rappresenta una promessa incredibile per i pazienti, soprattutto per quelli che hanno rare malattie genetiche”, ha commentato Tim Coté, ex direttore dell’Fda statunitense e oggi consulente al Keck Graduate Institute in California. “E quello di Glybera non deve essere un esempio isolato, ma anzi segnare l’inizio di una nuova era, facendo da apripista a numerosi altri trattamenti di questo genere: sono circa 3000 le condizioni generiche rare che stanno aspettando una cura, e questa è solo la prima ad avvicinarcisi. Se me lo chiedete la terapia genica è l’unico modo in cui potremo finalmente debellare quelle 3000 patologie”. Il farmaco è stato indicato per l’uso di un disordine genetico chiamato Lpld, cioè deficit della lipasi lipoproteica: la rara condizione (colpisce una o due persone ogni milione) comporta una difficoltà dell’organismo a produrre un enzima che degrada i grassi, e per questo chi ne è affetto presenta un pancreas ingrossato e può arrivare a soffrire di pancreatite acuta. In particolare Glybera usa un virus inattivato come veicolo per far arrivare i geni alle cellule dei muscoli. Una volta raggiunto il nucleo, il gene sostitutivo inizia ad aiutare le unità biologiche a produrre l’enzima mancante. Se venisse approvato anche dalla Commissione europea, l’unica cosa ancora da stabilire per il farmaco sarebbe il prezzo, questione che preoccupa gli esperti. “Il grande punto interrogativo è come le case farmaceutiche e i sistemi sanitari affronteranno la questione dei costi”, ha aggiunto Coté. “Il vero problema è capire come in particolare le aziende vorranno rientrare dei costi di produzione, anche a ragione del fatto che questo tipo di farmaco non si prende più e più volte, come gli altri, ma rimpiazza un gene alterato una volta per tutte, eliminando la condizione alla base”. 



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26.07.2012
Minirobot per rimuovere emboli in cervello

Da: MEDICINA

Un microrobot sviluppato in Australia, della grandezza di un granello di sale, che aziona un catetere di plastica soffice dello spessore di un capello, può navigare lungo le arterie del cervello e rimuovere emboli potenzialmente letali nelle vittime di ictus. Il microrobot detto Neuroglide, presentato nel Royal Melbourne Hospital dal neurologo Bernard Yan, può manovrare il catetere con precisione lungo le piccole arterie, aiutando i medici a raggiungere e rimuovere emboli in parti del cervello che altrimenti sarebbero inaccessibili. Attualmente circa il 15% delle vittime di ictus muore perché l`embolo nel cervello non può essere raggiunto attraverso l`intricata rete di arterie, ha spegnato Yan. Si pensa che il Neuroglide possa ridurre la percentuale a meno del 5%, oltre ad accelerare il trattamento salvavita per molti altri pazienti. Attualmente i medici usano cateteri di plastica senza un motore collegato all`estremità e lo guidano manualmente spingendo e tirando da dove è inserito in un`arteria nella gamba. "Ora possiamo avere un microrobot attaccato al microcatetere per una manovrabilità e capacità di navigazione molto migliori, quindi possiamo raggiugerne arterie intricate a cui prima non potevamo accedere", ha aggiunto. Il congegno è stato testato in laboratorio, ma richiederà alcuni anni di sperimentazioni prima di potere essere usato su pazienti vivi, ha precisato Yan. 



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25.07.2012
Test `italiano` per il cancro al colon, inizia validazione

Da: ONCOLOGIA

Il primo test del Dna che permette di diagnosticare il tumore del colon retto ha superato la prima fase di sperimentazione e ora inizierà quella di validazione in più centri. Lo comunicano l`Ircss Irst di Meldola (Forlì-Cesena) e Diatech Pharmacogenetics, che l`hanno ideato. Il Fluorescence Long Dna si basa su una semplice analisi della qualità del Dna delle cellule presenti nelle feci. Rispetto alla diagnostica attualmente più utilizzata, il Fobt, che analizza la presenza di sangue, il nuovo test valuta la quantità e la qualità del Dna delle cellule di esfoliazione della mucosa del colon, e in particolare se questo materiale genetico appartenga a cellule provenienti da tessuti tumorali. Un test veloce e soprattutto maggiormente predittivo rispetto alla diagnostica Fobt. Le sperimentazioni svolte finora hanno dimostrato la possibilità di identificare forme più precoci della malattia e di ridurre i casi falsamente negativi. Inoltre il test permetterebbe di evitare colonscopie invasive e più onerose: "Una volta validato - spiega Dino Amadori, Direttore Scientifico dell`Irccs Irst - questo test potrà permettere attività di screening riducendo accertamenti colonscopici e possibilmente individuare i casi che sfuggono alle attuali indagini. Il gruppo multidisciplinare di altissime professionalità che si è formato sotto il coordinamento dell`IRST per affrontare questo percorso, affronterà lo studio anche delle cause di questo carcinoma e le caratteristiche biologiche che ne condizionano lo sviluppo". 



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25.07.2012
Presto organi umani in provetta per test farmaci, è l`obiettivo di un programma ricerca Usa

Da: RICERCA

Costruire dieci organi umani in provetta, dal cervello, ai polmoni al cuore: è l`obiettivo di un programma di ricerca finanziato negli Stati Uniti con 70 milioni di dollari, frutto della collaborazione fra l`Istituto di Sanità (Nih), l`Agenzia per la ricerca del Dipartimento della Difesa e l`ente per il controllo sui farmaci, la Food and Drug Administration (Fda). I fondi sono stati assegnati a diversi centri di ricerca per poter avere a disposizione i primi `organi su un chip` sui quali sperimentare in modo più rapido ed efficace farmaci e terapie. Della durata di cinque anni, il programma si chiama `Tissue Chip for Drug Testing` e testimonia come la ricerca stia lavorando per fare a meno della sperimentazione sugli animali. Fra gli istituti coinvolti vi sono il Wyss Institute dell`Università di Harvard e il Vanderbilt Institute per la ricerca di biosistemi integrati (Viibre). Ogni singolo organo su chip, spiegano gli esperti, sarà piccolo quanto la memoria di un computer, sarà composto da polimeri trasparenti e flessibili e conterrà popolazioni di cellule umane. Poiché i microdispositivi saranno traslucidi, permetteranno di vedere il funzionamento interno degli organi. L`obiettivo è costruire dieci diversi organi umani su chip da collegare insieme, per imitare più da vicino la fisiologia del corpo umano per permettere analisi in tempo reale delle sue complesse funzioni biochimiche. In alternativa ai modelli tradizionali di sperimentazione animale che spesso non riescono a prevedere le reazioni umane, questi organi umani su chip, sottolineano gli esperti, saranno utilizzati per valutare rapidamente le risposte a nuovi farmaci, fornendo informazioni critiche sulla loro sicurezza ed efficacia. Questa piattaforma unica, rilevano gli esperti, potrebbe contribuire a garantire che le terapie sicure ed efficaci siano identificate prima rispetto a quanto accade ora, e che le terapie inefficaci o tossiche vengono respinte nelle prime fasi del processo di sviluppo. Di conseguenza, concludono gli esperti, la qualità e la quantità dei nuovi farmaci allo studio e in fase di sperimentazione potranno essere aumentate e gli esiti per i pazienti migliorati. Gli organi su chip, ha osservato Jesse Goodman della Fda, "hanno il potenziale di essere un modello migliore per determinare le risposte umane a farmaci e terapie. La Fda attende con impazienza di lavorare allo sviluppo di questi modelli che possono essere utilizzati per lo sviluppo di nuove terapie". 



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24.07.2012
Un tipo di cellule staminali difende cervello da tumori

Da: RICERCA

Il cervello `bambino` è dotato di potenti armi di autodifesa per proteggersi dai tumori. Si tratta di molecole, prodotte da un tipo di cellule staminali, che vengono `puntate` contro le cellule tumorali per indurle al suicidio. Lo rivela su Nature Medicine una ricerca coordinata dal Max Delbruck Institute di Berlino e dalla Ludwig Maximilians University di Monaco di Baviera, cui hanno partecipato anche gli Istituti di Chimica Biomolecolare e di Cibernetica del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) di Pozzuoli (Napoli). I ricercatori hanno scoperto che nel cervello più giovane dei topi esistono delle cellule staminali nervose, le cosiddette cellule progenitrici neurali, che vengono allertate quando compare il tumore (chiamato glioblastoma). Una volta migrate sul posto, iniziano a produrre le loro armi di autodifesa, ovvero delle molecole derivate da acidi grassi note come endovanilloidi. Come delle `chiavi in una serratura`, queste molecole vanno a legarsi in modo specifico a un recettore chiamato TRPV1 presente in grandi quantità sulla superficie delle cellule tumorali, attivando una cascata di segnali che le inducono al `suicidio`.    "Questa scoperta potrebbe spiegare perché il glioblastoma é un tipo di tumore più frequente negli anziani, che hanno una produzione più bassa di cellule staminali nervose" spiega Vincenzo Di Marzo, coordinatore del gruppo di ricerca sugli endocannabinoidi del Cnr di Pozzuoli. "Ovviamente questi studi sono stati fatti in modelli animali - aggiunge l`esperto - e bisognerebbe attendere comunque i risultati di studi clinici ad hoc. Lo studio però non si limita a dimostrare il ruolo delle cellule staminali nervose nel controllo del glioblastoma, ma ne indica anche il meccanismo molecolare. Ciò potrebbe consentire l`uso come antitumorali di molecole sintetiche o naturali che attivano lo stesso meccanismo". I ricercatori hanno infatti iniziato a muoversi in questa direzione, riuscendo a ricreare lo stesso meccanismo di autodifesa nel cervello dei topi adulti usando un vanilloide sintetico chiamato arvanil, precedentemente sviluppato nei laboratori di Vincenzo Di Marzo.



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24.07.2012
Aids, scoperto meccanismo che potrebbe potenziare cure

Da: RICERCA

I virus e altri `parassiti  genetici`, come quello dell`Aids, sono in grado di nascondersi  nel nostro Dna. Quando le cellule infettate se ne accorgono si  `disattivano`, ma continuano a covare dentro di loro la malattia  (nascondendola ai farmaci), che può riemergere in qualsiasi  momento. Il meccanismo per aggirare questo problema è appena  stato scoperto dai ricercatori dell`Ospedale e dell`Università  Vita-Salute San Raffaele di Milano, con uno studio pubblicato  sulla rivista scientifica Pnas.     Alcuni virus, come quello dell`Aids (ma anche quelli che  vengono utilizzati in laboratorio per la terapia genica)  riescono a riprodursi `iniettando` il proprio Dna in quello  della cellula che infettano; per difendersi, le cellule hanno un  meccanismo di `disattivazione` utile a contenere l`infezione: il  problema però è che, `spegnendosi`, di fatto nascondono il  virus alle cure, e la malattia rimane latente.     Lo studio del San Raffaele, spiegano gli autori della  scoperta, ha permesso di "disegnare una possibile strategia per  affrontare questo grave problema": i ricercatori hanno scoperto  che disattivando un particolare enzima (Hdac4) si `riaccendono`  i virus che la cellula aveva bloccato. E dato che esistono già  farmaci capaci di bloccare questo enzima, "essi potrebbero  essere ulteriormente sviluppati per protocolli sperimentali  finalizzati alla cura, ovvero dell`eradicazione, dell`Hiv",  utilizzandoli in combinazione con le terapie antivirali. "L`attuale terapia contro l`Hiv - ha spiegato Guido Poli,  responsabile dell`Unità di Immunopatogenesi dell`Aids - è  assai efficace nel controllare e bloccare la diffusione del  virus attivato, ma non riesce a riconoscere ed eliminare le  cellule infettate in cui il virus è temporaneamente spento.  Quindi non è possibile arrivare a una vera guarigione, perché  il virus latente può sempre riattivarsi a seguito della  sospensione della terapia, come in effetti avviene nella  maggioranza dei pazienti". Questa scoperta, conclude Maria Vittoria Schiaffino,  genetista e biologa cellulare, "ha una potenziale ricaduta  importante anche per la terapia genica, perché l`utilizzo di  farmaci che inibiscono l`enzima potrebbe evitare che le cellule  spengano i vettori virali utilizzati a scopo curativo,  aumentandone così l`efficacia a lungo temine".


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23.07.2012
Autismo, sistema immunitario ha un ruolo nell`insorgenza

Da: RICERCA

Cambiamenti specifici in un sistema immunitario iperattivo possono contribuire all`insorgenza dell`autismo nei topi. Lo rivela una nuova ricerca del California Institute of Technology negli USA, che ha scoperto un collegamento tra irregolarità nel sistema immunitario durante la gravidanza e l`autismo. La ricerca, l`ultima di una serie di studi del Caltech sul ruolo del sistema immunitario nell`autismo, è stata pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences. "Abbiamo creato un modello animale con femmine di topi incinte in cui scatenato la stessa risposta immunitaria che avrebbero avuto a seguito di un`infezione virale. Questa semplice reazione si è tramutata in anomalie comportamentali e neuropatologie di tipo autistico nella prole" ha spiegato Elaine Hsia, ricercatrice a capo dello studio. "I nuovi nati presentavano i classici segnali di comportamento autistico. In seguito, abbiamo analizzato il loro sistema immunitario e scoperto numerosi parallelismi con le persone che soffrono di autismo, cioè iperattività del sistema e bassi livelli di cellule T che riducono la risposta immunitaria". I ricercatori sottolineano che i risultati sui topi non sono immediatamente trasferibili anche sugli esseri umani, ma che esiste una relazione tra cambiamenti del sistema immunitario nel periodo prenatale e l`insorgenza dell`autismo.
 


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23.07.2012
Alzheimer, per esperti potrebbe essere innescato da diabete

Da: RICERCA

L`Alzheimer potrebbe essere innescato dal diabete o da alti livelli di grassi nel sangue. In uno studio effettuato da scienziati dell`Università di Medicina e Odontoiatria del New Jersey (UMDNJ), in collaborazione con la Northwestern University dell`Illinois, alcuni ricercatori hanno analizzato la retina (considerata un`estensione del cervello e più accessibile per esami diagnostici), trovando l`evidenza sperimentale che il diabete è legato alla comparsa del morbo di Alzheimer. In base a questo test, gli studiosi avrebbero trovato aumenti sostanziali di amiloide beta peptide - una caratteristica della malattia di Alzheimer - nella corteccia cerebrale e nell`ippocampo, in concomitanza con il diabete. Inoltre, avrebbero osservato anche una significativa patologia beta-amiloide nella retina stessa. Per contrasto, in assenza di diabete non era rilevata nessuna patologia nel cervello o nella retina. Da un ulteriore studio dallo U.S. National Institute on Aging è emerso poi che alti livelli di grassi nel sangue possono aumentare il rischio di sviluppare l`Alzheimer. Pubblicato sulla rivista ``Neurology``, lo studio attesta che alti livelli sierici di ceramidi, una famiglia di molecole lipidiche, sono stati associati a un aumentato rischio di demenza, indipendentemente da fattori come età, glicemia e indice di massa corporea.


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19.07.2012
Trovato nuovo gene che causa Sla

Da: RICERCA

C`é un legame tra la proteina `profilina 1` e la Sclerosi laterale amiotrofica: lo hanno scoperto i ricercatori del Dipartimento di Neurologia dell`Università del Massachusetts guidati da John E. Landers, in collaborazione con l`Istituto Auxologico Italiano, il Centro Dino Ferrari dell`Università degli Studi di Milano e diversi altri centri italiani ed europei. Lo studio, pubblicato su Nature, è stato realizzato grazie al finanziamento della Fondazione per la ricerca sulla Sla (AriSla).    La Sla, spiegano gli esperti, è una malattia neurodegenerativa che colpisce i motoneuroni, cioé le cellule del sistema nervoso che comandano i muscoli. Per questa malattia, nota anche per aver colpito famosi atleti e calciatori, non esiste ad oggi una cura. I ricercatori, nel dettaglio, hanno scoperto che il 2-3% di tutti i pazienti affetti da una particolare forma genetica di Sla sono anche portatori di mutazioni nel gene Pfn1, il cui compito è quello di produrre la profilina 1. "Questa proteina - spiega Vincenzo Silani, direttore di Neurologia del Centro Dino Ferrari - è fondamentale per quell`insieme di strutture che costituiscono l`impalcatura delle cellule, ed è indispensabile per la maturazione e il corretto funzionamento dei motoneuroni. Con le nostre ricerche abbiamo dimostrato che le mutazioni di Pfn1 trovate nei pazienti affetti da Sla alterano il legame con l`actina", proteina importante per il funzionamento dei muscoli, "riducendo la formazione di microfilamenti e impedendo il corretto sviluppo delle fibre nervose". Ancora, "gli esperimenti hanno evidenziato che la proteina mutata forma degli aggregati che `soffocano` la cellula". Ad oggi, però, la causa genetica rimane ancora sconosciuta in circa la metà dei casi di Sla famigliare. Per questa ragione é stato fondato nel 2010 il consorzio ExomeFals, diretto da Silani, "con l`obiettivo di sequenziare il genoma di tutti i pazienti italiani affetti da Sla famigliare e di individuare nuovi geni e nuovi meccanismi patogenetici indispensabili per decifrare le cause della malattia".
 


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19.07.2012
Malaria, scoperto come parassita inganna il sistema immunitario

Da: RICERCA

Il parassita che provoca la malaria crea una propria versione di un ormone del sistema immunitario umano, in modo da impedire al corpo di ricordare l`infezione e sviluppare una risposta immunitaria. Lo rivela un nuovo studio pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences. Il plasmodio della malaria produrrebbe infatti la Pmif, una versione alterata dell`ormone immunitario citochina responsabile della reazione alla malattia. "La citochina stimola la produzione di cellule T, cellule immunitarie a lunga vita che registrano e ricordano la presenza di elementi estranei nel corpo umano. Per contrastarle il plasmodio introduce un ormone sostitutivo, il Pmif, che non stimola la produzione di cellule T, ma solo di celle immunitarie affettori", ha spiegato Tiffany Sun della Yale University, autrice dello studio. "Di fatto, il plasmodio inganna l`organismo nel produrre una risposta immunitaria inadatta. L`assenza di cellule T e la poca efficacia delle cellule affettori, che muoiono durante l`infezione, consentono - ha concluso - la sopravvivenza del plasmodio della malaria".


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17.07.2012
FDA lancia piano contro abusi antidolorifici oppiacei

Da: FARMACI

La Food and Drug Administration ha lanciato un piano di gestione del rischio per gli antidolorifici oppiacei contro rischi e abusi, in particolare per quelli a rilascio prolungato e a lunga durata per la terapia del dolore da moderato a grave. Come spiega lo stesso ente americano sul suo sito, il piano è finalizzato a formare i medici sull`appropriatezza prescrittiva, che a loro volta dovranno istuire i pazienti a un uso sicuro. "Ci sono un numero limitato di opzioni disponibili per il trattamento del dolore. Gli oppioidi sono una possibilità, ma comportano un rischio significativo di abuso, overdose e decesso - spiega Sharon Hertz, medico e vice direttore della divisione Anestesia, Analgesia e Medicina delle Dipendenze dell`Fda - Stiamo cercando di aiutare i medici a gestire i rischi e a migliorare la sicurezza dell`utilizzo di questi farmaci". Secondo il Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie dell`Fda infatti, 14.800 americani sono morti per overdose da oppiacei nel 2008, e 15.597 nel 2009, quasi quattro volte il numero di decessi rispetto al 1999. Il piano di gestione del rischio messo a punto dall`Fda riguarda più di 20 aziende produttrici di oppioidi a rilascio prolungato e a lunga durata, che dovranno rendere disponibili per gli operatori sanitari programmi di formazione sulla sicurezza della prescrizione, nonché svolgere altre nuove attività per ridurre i rischi di questi farmaci. L`iniziativa, avviata già dallo scorso aprile, rientra nel programma `Risk Evaluation and Mitigation Strategy (REMS)` promosso dalla Casa Bianca sull`appropriatezza prescrittiva. Nelle farmacie sarà anche distribuita una brochure aggiornata, che verrà consegnata ai pazienti al momento dell`acquisto degli oppiodi, su cui sarà spiegato in modo semplice come utilizzare in sicurezza questi farmaci.

 


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17.07.2012
Scoperti due nuovi virus del gruppo Enterovirus

Da: RICERCA

Scoperti due nuovi virus appartenenti al gruppo degli Enterovirus, particolarmente insidiosi per i bambini e che possono determinare malattie dell`intestino e disturbi a carico dell`apparato respiratorio. Ad identificarli è stato il laboratorio di ricerca dell`Unità di Pediatria 1 clinica dell`Università degli Studi di Milano, nell`ambito di uno studio collaborativo europeo. Le caratteristiche strutturali dei due nuovi virus sono state inviate all`organismo internazionale deputato alla classificazione delle diverse entità virali (GenBank) che ha riconosciuto la novità del ritrovamento indicando i nuovi virus con il nome di Enterovirus 117 e 118. La scoperta risulta particolarmente importante in quanto l`infezione da Enterovirus, abbastanza frequente in Italia, ha recentemente provocato in Cambogia 52 casi di morte, soprattutto tra bambini di età inferiore a tre anni. "Questo passo avanti della ricerca offre un importante contributo alla possibile identificazione di più precise forme di terapia e di prevenzione contro questi agenti virali" ha spiegato la professoressa Susanna Esposito, che dirige il laboratorio.


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13.07.2012
Tumori, migliora la sopravvivenza a 5 anni da diagnosi

Da: ONCOLOGIA

I 5 big killer, i tumori (colon retto, polmone, seno, prostata e stomaco) che ogni anno fanno registrare il maggior numero di decessi, oggi fanno meno paura. Il merito è dell`ampia diffusione dei programmi di screening e di terapie più efficaci che hanno cambiato radicalmente la storia di queste malattie. A 5 anni dalla diagnosi è vivo l`88% di chi è colpito da neoplasia della prostata, l`87% al seno e il 58% al colon-retto. I dati emergono dal Convegno Nazionale dei giovani oncologi dell`AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), che si è appena concluso a Perugia, con la partecipazione di oltre 150 specialisti under 40 provenienti da tutta Italia. "Dall`analisi delle cifre disponibili relative al periodo 1998-2005 - spiega Stefania Gori, tesoriere AIOM e oncologa all`Ospedale S. Maria della Misericordia di Perugia - emerge una riduzione significativa della mortalità complessiva per tumore, in entrambi i sessi. Il calo è del 12% nei maschi e del 6% tra le femmine. E` la conferma che l`Oncologia italiana è fra le migliori al mondo, grazie anche al contributo dei giovani specialisti. La nostra società scientifica da sempre è impegnata nella loro formazione, garantendo scambi continui con i professionisti `senior`. Negli ultimi anni, numerose novità terapeutiche hanno caratterizzato il trattamento di quasi tutte le neoplasie solide. In particolare, molti farmaci a meccanismo d`azione bio-molecolare, sulla base dei risultati ottenuti nelle sperimentazioni cliniche, sono diventati parte integrante dell`armamentario terapeutico dello specialista. Anche il trattamento dei principali `big killer`, che rappresentano la quota più importante di attività quotidiana di una divisione di oncologia medica, si è oggi arricchito dell`impiego di nuove armi, in aggiunta ai classici farmaci citotossici". Per alcune patologie meno frequenti, come il tumore del rene e del fegato, la disponibilità di molecole innovative ha radicalmente rivoluzionato l`approccio al trattamento della malattia avanzata. "E` sufficiente rileggere un testo di pochi anni fa - continua Massimo Di Maio, coordinatore dei giovani oncologi dell`AIOM - per rendersi conto di quanto velocemente le nuove evidenze scientifiche abbiano determinato cambiamenti nella pratica clinica. Congresso dopo congresso, aumentano le evidenze a sostegno dell`efficacia di nuovi trattamenti e la conoscenza dei fattori predittivi che dovrebbero aiutare le decisioni terapeutiche rendendole mirate e personalizzate per il singolo paziente. In questo Convegno gli oncologi senior hanno svolto il ruolo di moderatori e i giovani sono stati i relatori".


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12.07.2012
Nanomedicina, ecco la nuova chemioterapia al platino più efficace e meno tossica

Da: RICERCA

Nell’ambito della lotta al cancro sempre più spesso farmacologia e nanotecnologie si incontrano. L’ultima unione felice delle due discipline riguarda un nuovo approccio che non usa le piccole dimensioni solo per il trasporto dei farmaci nei tessuti malati – come succedeva finora – ma per la loro stessa formulazione. Il metodo è stato sviluppato dai ricercatori del Brigham and Women`s Hospital (BWH) e pubblicato su Pnas. In particolare si tratta di un nuovo approccio che sfrutta la nanochimica sopramolecolare, una disciplina dal nome complicato in cui si sviluppano sistemi chimici complessi usando come mattoncini proprio le molecole: i ricercatori hanno utilizzato questo metodo per creare nanoparticelle che migliorano significativamente l’attività antitumorale dei farmaci che si usano contro cancro al seno e alle ovaie, diminuendone la tossicità. Già oggi le nanotecnologie sono usate spesso in ambito oncologico, come veicoli per trasportare i farmaci chemioterapici. Ma finora la formulazione di vere e proprie nanomedicine era risultata molto difficile, poiché spesso servono molecole che hanno proprietà fisicochimiche incompatibili. Ed è proprio questo problema ad essere stato risolto oggi. Come base di partenza, come ‘tela’ di lavoro, gli scienziati di Boston hanno scelto la cisplatina, un medicinale normalmente usato nella lotta al cancro. A partire da essa hanno sviluppato nanoparticelle di farmaco che incorporavano varie componenti, come ad esempio un`unica molecola di platino legata a una struttura di molecole di colesterolo: questo schema favoriva la costruzione di un ambiente che permetteva al nanofarmaco di essere stabile e dunque efficiente. I ricercatori hanno anche scoperto che le nanoparticelle sviluppate erano più efficaci rispetto alle molecole precedentemente sviluppate in vitro. Un risultato sorprendente, anche perché il platino è già usato in chemioterapia, ma ad oggi ha pesanti effetti collaterali dovuti alla sua tossicità. Poter creare farmaci più efficaci permetterebbe ai ricercatori di limitare anche questo pressante problema delle cure oncologiche. “Negli ultimi 30 anni ci sono state solo tre platine che sono state approvate per l’uso in quasi tutti i tipi di cancro”, ha spiegato Shiladitya Sengupta, autore senior dello studio. “Una quarta molecola a base di platino, ma più efficace, potente e sicura potrebbe avere un impatto enorme sulla chemioterapia”.
 


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12.07.2012
Ormone anti-diabete combatte la depressione

Da: RICERCA

Un ormone con proprietà anti-diabetiche potrebbe ridurre i sintomi della depressione. La ricerca è stata effettuata sui topolini di laboratorio da parte di studiosi dello University of Texas Health Science Center di San Antonio, e pubblicata sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences". Tutti i tipi di antidepressivi attualmente usati incrementano il rischio di diabete di tipo 2. L`ormone in questione si chiama adiponectina, è secreto dal tessuto adiposo e rende il corpo più sensibile all`azione dell`insulina, un ormone che abbassa il livello degli zuccheri nel sangue. Nello studio, è stato indotto stress `sociale` a dei topolini per 14 giorni, valutando poi l`effetto delle concentrazioni di adiponectina. Quando questi livelli erano ridotti, il topo era più suscettibile allo stress indotto e mostrava anedonia (incapacità di provare piacere). I topi che avevano obesità e diabete di tipo 2 a cui era stata somministrata una alta dose di adiponectina riacquistavano il peso normale e mostravano l`effetto antidepressivo dell`ormone.


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10.07.2012
Farmaci antitumorali, mozione anti-ritardi della commissione Igiene e Sanità del Senato

Da: FARMACI

La commissione Igiene e Sanità del Senato impegna il Governo «ad intervenire, nell`ambito delle proprie competenze, affinché l`effettiva disponibilità dei nuovi farmaci antitumorali sia garantita in tutte le Regioni immediatamente dopo la loro registrazione da parte dell`Aifa, a garanzia dell`uniformità assistenziale sancita dalla Carta costituzionale, dato che si tratta di presidi farmaceutici che hanno già ricevuto una valutazione positiva, a livello sia europeo sia nazionale». Con la mozione approvata dalla commissione presieduta da Antonio Tomassini (Pdl) i senatori accolgono in toto il grido d`allarme lanciato dalla Favo, la Federazione delle associazioni di volontariato in oncologia, sulle disuguaglianze territoriali nell`accesso alle nuove terapie contro i tumori. Difformità legate ai diversi meccanismi previsti nei prontuari terapeutici regionali. Oggi i farmaci innovativi oncologici sono infatti immediatamente disponibili, dopo l`autorizzazione dell`Aifa, soltanto in un pugno di Regioni e nella Provincia autonoma di Bolzano. Nelle altre aree del Paese i ritardi possono arrivare anche a 50 mesi e si traducono - denuncia Favo - in discri09/`0minazioni per i malati che non possono usufruire subito dei progressi della scienza. In una lettera inviata al ministero della Salute, Renato Balduzzi, la Favo, insieme all`Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) e alla Società italiana di ematologia (Sie), ha denunciato questa situazione preoccupante. «Apprezziamo la capacità delle istituzioni - hanno affermato Francesco De Lorenzo, presidente Favo, e Stefano Cascinu, presidente Aiom - di ascoltare la voce dei pazienti, che non possono essere lasciati soli». I senatori della XII commissione hanno compreso. «Le difformità - si legge nella mozione - dipendono dall`inessenziale ripetizione costituita da un terzo livello di valutazione nelle Regioni dotate di un proprio prontuario terapeutico farmaceutico, ad opera di commissioni localmente costituite, la cui competenza scientifica e completezza di documentazione non possono certo essere superiori a quelle della Commissione europea Ema e dell`Agenzia nazionale Aifa». Un passaggio ulteriore che «determina, nelle Regioni dove è vigente, ritardi pregiudizievoli per la salute dei malati di tumore ed è in palese contrasto con l`atto d`intesa, con il quale le Regioni si sono impegnate a ridurre le diseguaglianze». Soddisfatto Francesco De Lorenzo, presidente Favo: «La difformità di trattamento rappresenta una violazione del principio contenuto nell`articolo 32 della Costituzione, che garantisce la tutela della salute come fondamentale diritto dell`individuo e interesse della collettività, in forza del quale i malati di tumore hanno diritto, data la gravità della patologia, a ricevere sempre, e ovunque residenti, la migliore assistenza possibile, in condizioni di uniformità nazionale».

 


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10.07.2012
Proteina seta aiuta a conservare vaccini e antibiotici

Da: FARMACI

Una proteina della seta può essere usata per stabilizzare vaccini e antibiotici permettendo di  conservarli a temperatura ambiente e minimizzare le perdite di questi prodotti durante lo stoccaggio e la distribuzione anche in zone con limitate infrastrutture come i Paesi in via di sviluppo. Lo dimostra uno studio condotto negli Stati Uniti dalla Tufts University e pubblicato sulla rivista dell`Accademia di Scienza Americana (Pnas). Il risultato supera, sottolineano gli esperti, un serio ostacolo all`uso efficace di molti farmaci salva-vita: il loro mantenimento a freddo per evitare la degradazione indotta da temperature e umidità. La maggior parte dei vaccini, enzimi e anticorpi e molti antibiotici e altri farmaci richiedono la refrigerazione costante dalla produzione alla consegna per mantenere la loro efficacia. Si stima che in tutto il mondo circa la metà dei vaccini siano persi a causa dell`interruzione della catena del freddo. I ricercatori hanno scoperto che una proteina della seta, chiamata fibroina, funziona come stabilizzante conservando l`efficacia sia di vaccini sia di farmaci anche se esposti a temperature superiori ai 60 gradi. La funzione della proteina dipende dalle catene degli aminoacidi che si piegano in forme specifiche e che sono composte da fogli cristallini che hanno numerose piccole tasche che intrappolano le biomolecole e le proteggono da umidità e temperature elevate. In pratica funzionano come un imballaggio di plastica a bolle, il pluriball, su scala nanometrica. Gli esperimenti sono stati condotti usando la proteina come  stabilizzante per i vaccini di morbillo, parotite e rosolia e per farmaci come penicillina e antibatterici. La proteina della seta ha conservato l`efficacia di questi prodotti farmaceutici in un ampio intervallo di temperature (fino anche a 60 gradi). "La proteina della seta usata come stabilizzante - ha osservato Jeney Zhang, principale autore del lavoro - ha il potenziale di cambiare significativamente il modo in cui immagazzinare e distribuire prodotti farmaceutici, in particolare nei Paesi in via di sviluppo".


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10.07.2012
Melanoma, trovata la molecola che blocca la crescita del tumore

Da: FARMACI

Da decenni ormai si cerca di trovare la cura definitiva al cancro, anche se nessuno ci è ancora riuscito. Forse oggi un passo in avanti verso questo traguardo è stato fatto, o quantomeno per quanto riguarda il melanoma: su Nature Medicine è stato infatti pubblicato uno studio – condotto dal Brigham and Women’s Hospital – nel quale si parla di una preziosa proprietà di una delle interleuchine, proteine secrete dal sistema immunitario, e più precisamente dell’Il-9, che secondo le ultime ricerche sarebbe capace di inibire la crescita del cancro della pelle. La scoperta deriva dall’osservazione di topi sprovvisti dei geniche permettono lo sviluppo di una particolare classe di linfociti T (i T helper 17): gli scienziati hanno scoperto che questo particolare gruppo di cellule favoriva una naturale resistenza al tumore e, in particolare, che i topi che presentavano più T helper 17 mostrassero anche una maggiore presenza di interleuchina-9 nell’organismo. Per dimostrare il ruolo di questa proteina, i ricercatori hanno allora provato a trattare topi affetti da melanoma con i linfociti della classe T helper 9 (TH9), che producono proprio Il-9. Così gli scienziati si sono accorti che era in effetti la proteina a innescare una profonda resistenza allo sviluppo del melanoma. Un’ottima notizia, a maggior ragione visto che gli stessi ricercatori hanno anche scoperto che le cellule TH9 si trovano sia nel normale sangue umano che nella pelle, e più precisamente nei linfociti T memoria nel derma e nelle cellule mononucleate del sangue periferico. Al contrario, non sono presenti o lo sono in numero molto basso nei tessuti malati. “Ci troviamo di fronte all’era dell’immunoterapia contro il cancro, e in effetti grandi risultati sono stati ottenuti in pazienti affetti da melanoma trattati con farmaci che stimolano il sistema immunitario”, ha commentato Thomas S. Kupper, ricercatore dell’ospedale statunitense. “Ora speriamo che i risultati possano tradursi in trattamenti efficaci in ogni paziente, anche se in questo senso dobbiamo fare ancora molti passi in avanti”.


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10.07.2012
Melanoma, trovata la molecola che blocca la crescita del tumore

Da: FARMACI

Da decenni ormai si cerca di trovare la cura definitiva al cancro, anche se nessuno ci è ancora riuscito. Forse oggi un passo in avanti verso questo traguardo è stato fatto, o quantomeno per quanto riguarda il melanoma: su Nature Medicine è stato infatti pubblicato uno studio – condotto dal Brigham and Women’s Hospital – nel quale si parla di una preziosa proprietà di una delle interleuchine, proteine secrete dal sistema immunitario, e più precisamente dell’Il-9, che secondo le ultime ricerche sarebbe capace di inibire la crescita del cancro della pelle. La scoperta deriva dall’osservazione di topi sprovvisti dei geniche permettono lo sviluppo di una particolare classe di linfociti T (i T helper 17): gli scienziati hanno scoperto che questo particolare gruppo di cellule favoriva una naturale resistenza al tumore e, in particolare, che i topi che presentavano più T helper 17 mostrassero anche una maggiore presenza di interleuchina-9 nell’organismo. Per dimostrare il ruolo di questa proteina, i ricercatori hanno allora provato a trattare topi affetti da melanoma con i linfociti della classe T helper 9 (TH9), che producono proprio Il-9. Così gli scienziati si sono accorti che era in effetti la proteina a innescare una profonda resistenza allo sviluppo del melanoma. Un’ottima notizia, a maggior ragione visto che gli stessi ricercatori hanno anche scoperto che le cellule TH9 si trovano sia nel normale sangue umano che nella pelle, e più precisamente nei linfociti T memoria nel derma e nelle cellule mononucleate del sangue periferico. Al contrario, non sono presenti o lo sono in numero molto basso nei tessuti malati. “Ci troviamo di fronte all’era dell’immunoterapia contro il cancro, e in effetti grandi risultati sono stati ottenuti in pazienti affetti da melanoma trattati con farmaci che stimolano il sistema immunitario”, ha commentato Thomas S. Kupper, ricercatore dell’ospedale statunitense. “Ora speriamo che i risultati possano tradursi in trattamenti efficaci in ogni paziente, anche se in questo senso dobbiamo fare ancora molti passi in avanti”.


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09.07.2012
Chirurgia, laparoscopia, due esami migliorano interventi

Da: MEDICINA

I chirurghi che hanno a disposizione un esame di laparoscopia a testa ottengono migliori risultati nelle operazioni successive piuttosto che i chirurghi che condividono lo stesso esame. Lo rivela uno studio della Brown University negli USA. Punti di vista differenti di questo esame non invasivo permette ai chirurghi di concentrarsi ognuno su un aspetto diverso dell`intervento, e consentire quindi un maggior controllo della situazione. La ricerca, che ha confrontato i risultati di 20 chirurghi, e` stata pubblicata sul Journal of Laparoendoscopic and Advanced Surgical Techniques. 



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09.07.2012
Staminali, da liquido amniotico cellule pluripotenti come embrioni

Da: RICERCA

Uno studio pubblicato su ``Molecular Therapy`` ha mostrato che le cellule staminali presenti nel liquido amniotico possono essere trasformate in cellule quasi del tutto identiche alle staminali embrionali. La ricerca, condotta dagli scienziati della Imperial College di Londra, ha dimostrato la possibilità di riprogrammare cellule staminali del liquido amniotico senza doverle modificare geneticamente. I risultati dello studio suggeriscono quindi che le cellule staminali derivanti dal liquido amniotico donato potrebbero essere conservati in apposite biobanche a come avviene ad esempio con il sangue cordonale - e utilizzate per terapie e ricerca, fornendo una valida alternativa alle staminali embrionali. Anche se le cellule derivate dal liquido amniotico hanno lo svantaggio di una capacità di differenziazione limitata rispetto alle staminali embrionali hanno, al contrario, il vantaggio di non presentare problemi di tipo etico. In questo studio i ricercatori hanno utilizzato cellule donate dalle madri durante l`amniocentesi, test diagnostico che si effettua durante il primo trimestre di gravidanza. Le cellule sono state coltivate in laboratorio e riprogrammate a uno stato primitivo aggiungendo un farmaco chiamato acido valproico durante la coltura. Una serie di test hanno rilevato che tali cellule riprogrammate hanno caratteristiche molto simili alle staminali embrionali, sono cioè pluripotenti, in grado di svilupparsi in qualsiasi tipo di cellula del corpo. La pluripotenza è stata mantenuta anche dopo il congelamento e lo scongelamento. Queste cellule potrebbero quindi essere utilizzate nel trattamento di un`ampia gamma di malattie e la disponibilità di queste cellule non sarebbe un problema. La utilizzo di queste cellule, prive di materiale genetico inserito artificialmente, potrebbero eliminare il rischio di tumori dovuti dalla trasformazione del Dna.

 



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06.07.2012
60% malattie umane trasmesse da animali

Da: MEDICINA

Le zoonosi, le malattie che sono trasmesse all`uomo dagli animali come l`aviaria o la tbc, ogni anno colpiscono direttamente o tramite contagi successivi tra uomo e uomo 2,5 miliardi di persone, uccidendone 2,7 milioni. Lo ha scoperto uno studio pubblicato dalla rivista Nature, secondo cui tra gli `hotspot` delle epidemie ci sono aree nei paesi in via di sviluppo ma anche negli Usa e in Europa. Secondo lo studio coordinato dall`International Livestock Research Institute inglese il 60% di tutte le malattie umane e il 75% di tutte le infezioni emergenti sono di origine animale. La più letale è la brucellosi, malattia batterica che colpisce i bovini ma che si può trasmettere all`uomo, ma sotto osservazione ci sono anche quelle `emergenti`, come l`influenza aviaria, che potenzialmente possono espandersi in tutto il mondo: "Le zoonosi sono uno dei pericoli maggiori per l`uomo - spiega Delia Grace, principale autrice dello studio - debellare le epidemie nei paesi più colpiti è cruciale per proteggere anche il resto del mondo. La domanda sempre maggiore di carne per l`alimentazione probabilmente aumenterà i rischi nei prossimi anni per molte patologie". La `classifica` degli hotspot per le zoonosi vede ai primi posti Etiopia, Nigeria e Tanzania in Africa e India in Asia, ma anche la parte nord occidentale degli Usa, l`Europa occidentale con in testa la Gran Bretagna e il Brasile sono a rischio per le `zoonosi emergenti`, quelle cioé che hanno appena iniziato a infettare l`uomo, hanno una nuova virulenza o stanno diventando resistenti ai farmaci: "La differenza è che c`é una correlazione stretta tra povertà del paese e effetti delle epidemie - spiegano gli esperti - in occidente ci sono allevamenti intensivi e, come nel caso della mucca pazza, molti casi tra gli animali, ma la mortalità rimane bassa, al contrario di quelli più poveri".

 



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06.07.2012
Scoperta nuova proteina di divisione cellulare, è la chiave per prevenire la nascita di nuove malattie

Da: RICERCA

 Un altro tassello è stato aggiunto alla conoscenza delle reazioni biochimiche che permettono la divisione cellulare. I ricercatori del Centro di Ingegneria genetica (Ceinge-Biotecnologie avanzate) di Napoli hanno chiarito un nuovo passaggio della duplicazione delle cellule, individuando uno dei fattori determinanti in questo processo attraverso cui una cellula si divide dando vita a due cellule figlie. Lo studio, finanziato dall`Airc (Associazione italiana ricerca contro il cancro), è stata pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications. I ricercatori in particolare hanno identificato il ruolo di una proteina, la fosfatasi Fcp1, che sarebbe necessaria ai fini della corretta esecuzione della mitosi, la fase cioé della divisione cellulare in cui il dna della cellula madre, replicato nella fase precedente, viene separato e segregato in due set identici che formeranno il genoma delle cellule figlie. "Il processo di divisione cellulare è fondamentale per lo sviluppo di ogni individuo, a partire da quando è un uovo fecondato in poi, e per la sua sopravvivenza - spiega Domenico Grieco, coordinatore del gruppo di ricerca - La corretta esecuzione della mitosi è necessaria anche per prevenire l`insorgere di patologie, quali malattie degenerative e tumori".



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06.07.2012
Scoperta israeliana per prevenzione Parkinson, passo importante per lo sviluppo di nuovi farmaci

Da: RICERCA

Ricercatori israeliani dell`Ospedale Beilinson e dell`Università di Tel Aviv hanno identificato una proteina in grado di proteggere le cellule del cervello dal morbo di Parkinson: un passo importante - scrive Haaretz, annunciando lo studio - che fa avanzare la possibilità di sviluppare di nuovi trattamenti o di prevenire la malattia. La proteina scoperta previene in primo luogo la morte o la degenerazione di queste cellule intervenendo così sulla causa primaria della malattia. La ricerca della neurologa Nirit Lev dell`Ospedale Beilinson (insieme ai professori Israel Steiner, Daniel Offen e Eldad Melamed) si è concentrata su un gene, il DJ-1, in grado di sostenere i meccanismi di autodifesa delle cellule nervose, visto che proprio le sue mutazioni sono correlate - secondo vari studi - al rischio di sviluppo del Parkinson, di sclerosi multipla e di complicazioni neurologiche associate al diabete. Per proteggere le cellule nervose, occorreva dunque mettere a punto un farmaco in grado di riprodurre le attività del gene DJ-1. Nel corso delle ricerche è stato così identificato un peptide (proteina di basso peso molecolare) che, attaccato ad un altro peptide, riesce a penetrare la barriera sanguigna del cervello e ad entrare nel sistema nervoso che produce la dopamina, proteina a difesa delle cellule nervose. La molecola - chiamata dai ricercatori NID-13 - negli ultimi tre è stata testata su topi di laboratorio progettati per sviluppare i sintomi del Parkinson: i risultati hanno dimostrato che funziona. "La nostra capacità di `correggere` il livello di DJ-1 - ha detto Nirit Lev - era determinante, visto che il Parkinson di norma si manifesta dopo una così massiccia distruzione di cellule nervose che le rimanenti non ce la fanno a compensare quelle morte. Quando avremo successo nel proteggere queste cellule e di prevenire la loro graduale distruzione, i pazienti potranno vedere la loro qualità di vita recuperata".



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06.07.2012
Autismo, scoperto legame con gene del cervelletto

Da: RICERCA

Un singolo gene nel cervelletto dei topi è apparso collegato all`insorgere di sintomi autistici. Gli scienziati della Harvard Medical School, a quanto si legge su ``Nature``, cancellando questo gene da topi in cui era stato indotto l`equivalente murino del comportamento autistico, sono riusciti a guarire la malattia. Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che la rapamicina, un comune immunosoppressore, previene questi sintomi. Il gene in questione è associato alla Tuberous Sclerosis Complex (Tsc): circa il 50 per cento di coloro che soffrono di Tsc sviluppano autismo. E` la prima volta che si scopre un coinvolgimento del cervelletto nell`autismo. Gli studiosi hanno anche scoperto che la somministrazione della rapamicina, soprattutto durante il periodo di sviluppo dei topolini, preveniva la comparsa di sintomi comportamentali di tipo autistico. Presto partiranno alcuni trial clinici che proveranno la efficacia della everolimus, un composto della stessa famiglia della rapamicina, sui disordini neurocognitivi dei bambini.



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03.07.2012
Iss, da 2007 aumentati casi di dengue in Italia

Da: SANITA`

Dopo l`epidemia autoctona di Chikungunya in Emilia-Romagna nel 2007, in Italia c`é stato un aumento del numero dei casi importati di Dengue e una riduzione di quelli di Chikungunya. E` quanto emerge dal rapporto Istisan dell`Istituto superiore di sanità che arriva proprio in coincidenza con la segnalazione di un caso di dengue dal dipartimento di Sanità pubblica della Usl di Bologna, in un  paziente di ritorno da un Paese del Sud-Est asiatico, dove ha contratto la malattia, trasmessa da una puntura di zanzara infetta. In particolare, nel 2009 le segnalazioni di queste due malattie, trasmesse da vettori (generalmente zanzare del genere Aedes) hanno visto, distribuiti tra 9 regioni, 13 casi importati di Dengue e 2 casi importati di Febbre Chikungunya; nel 2010 invece sono stati 7 i casi importati di Febbre Chikungunya e 51 quelli di Dengue e, nel 2011 2 i casi importati di Febbre Chikungunya e 47 quelli di Dengue. Per quanto riguarda il virus West Nile, nel 2009 sono stati 18 casi segnalati nell`uomo di malattia neuro-invasiva, poi scesi nel 2010 a 5 casi (di cui 2 importati) e di nuovo risaliti nel 2011 con 14 casi. Le regioni con il maggior numero di casi di Dengue sono state Emilia Romagna e Veneto. Il ministero della Salute ha emesso da poco una nuova circolare per la sorveglianza dei casi umani delle malattie trasmesse da vettori, in particolare Chikungunya, Dengue e West Nile Disease. Nel documento si spiega entro quanto tempo fare la segnalazione alle autorità sanitarie, a secondo che si tratti di un`area dove è presente la zanzara che trasmette la malattia o meno, le precauzioni che devono prendere i familiari, il tipo di terapia e come riconoscere un caso probabile o confermato.


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03.07.2012
Botulino riduce tremore in sclerosi multipla

Da: RICERCA

Il trattamento a base di botulino comunemente utilizzato contro le rughe e che ha l`effetto di rilassare i muscoli ha mostrato risultati promettenti per i pazienti di sclerosi multipla che soffrono di tremori negli arti superiori. La scoperta, pubblicata sulla rivista Naurology, arriva dall`australiano Royal Melbourne Hospital. Nella sperimentazione, guidata dalla neurologa Anneke Van Der Walt, il botulino è stato somministrato a 23 pazienti di sclerosi multipla.    In tutti i pazienti è stata osservata una riduzione di circa il 40% della gravità del tremore. La capacità di scrivere e di disegnare è migliorata di circa il 30% nella maggioranza dei pazienti, che hanno tutti registrato miglioramenti in una gamma di attività quotidiane, scrive Van Der Walt. Il botulino, una tossina derivata dal germe Clostridium botulinum, ha già dimostrato in precedenza benefici contro la rigidità muscolare dei pazienti di sclerosi multipla, sulle persone colpite da ictus e paralisi cerebrale. "Anche se lo studio è di portata ridotta, i risultati sono molto significativi e potranno tradursi in un trattamento efficace per i pazienti di sclerosi multipla che soffrono di tremore negli arti superiori", osserva la studiosa. Il botulino può essere iniettato ogni tre o quattro mesi, ma lo studio indica che nella maggior parte dei casi è stato necessario solo ogni sei mesi. Il principale effetto collaterale osservato è debolezza muscolare, che spesso scompare dopo una o due settimane, sostiene Van Der Walt.


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02.07.2012
Cause Alzheimer, la malattia passa da un neurone all`altro

Da: RICERCA

Le proteine che uccidono i neuroni provocando la malattia di Alzheimer possono passare da una cellula cerebrale all`altra. Lo hanno dimostrato i ricercatori dell`Università di Linköping (Svezia) in uno studio pubblicato sul Journal of Neuroscience. Lo studio si è concentrato sui movimenti di piccoli aggregati – detti oligomeri – di proteina beta-amiloide. In caso di Alzheimer questa molecola forma dei depositi che si accumulano all`esterno delle cellule. Tuttavia, i problemi cognitivi tipici di questa malattia sono associati più strettamente alla forma solubile di beta-amiloide, che uccide i neuroni. Gli autori hanno iniettato questa forma di beta-amiloide, precedentemente marcata con un colorante rosso, in neuroni di ratto coltivati in laboratorio. E` stato, così, osservato che una volta nelle cellule gli oligomeri si aggregano in granuli che si diffondono nelle cellule circostanti. Non solo, se cellule contenenti marcate di rosso vengono mischiate a neuroni marcati con un colorante verde è possibile osservare la graduale formazione di contatti e interazioni tra i due tipi di cellule nervose, il passaggio della beta-amiloide rossa nelle cellule verdi e i primi segni della morte delle cellule in cui è entrata la proteina. “La comprensione di questo fenomeno – spiegano gli autori – getta luce sui meccanismi patofisiologici della progressione dell`Alzheimer. Ulteriori chiarimenti aiuteranno a scoprire nel dettaglio i meccanismi responsabili del modo in cui l`Alzheimer progredisce attraverso connessioni anatomiche e faciliterà lo sviluppo di nuove strategie per bloccare la progressione di questa malattia disabilitante”.


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02.07.2012
Distrofia muscolare, cellule staminali geneticamente modificate per rigenerare i tessuti

Da: RICERCA

Un aiuto per i malati di distrofia muscolare potrebbe arrivare da una ricerca sulle staminali pluripotenti.  Una ricerca pubblicata su Science Translational Medicine, condotta da un team dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, ha infatti dimostrato come un particolare tipo di queste cellule – se modificate geneticamente – sia in grado di rigenerare i tessuti e ripristinare le funzionalità dei muscoli nei pazienti affetti da distrofia. Dopo che si è decantata a lungo l’utilità delle staminali in ricerca medica, da qualche anno si è cominciato a lavorare anche con loro versioni geneticamente modificate, proprio per aiutare nel trattamento delle patologie che arrivano da alterazioni del Dna. Le iPSC (dall`inglese Induced Pluripotent Stem Cells), staminali pluripotenti analoghe a quelle embrionali ma create in laboratorio da normali cellule somatiche, sono al centro anche di questo studio italiano: i ricercatori le hanno ricreate a partire da fibroblasti (cellule dell’epidermide) e mioblasti (cellule muscolari) di pazienti con distrofia dei cingoli da deficit di a-sarcoglicano (LGM2D), e poi indotte a differenziarsi in mesoangioblasti. Queste ultime sono particolari staminali, normalmente associate ai vasi sanguigni, in grado di rigenerare il tessuto muscolare danneggiato e di ripristinare la sua funzionalità e risultano in misura ridotta nei pazienti affetti da questa patologia. Le cellule sono state dunque modificate geneticamente con un vettore virale che esprime il gene umano per l’a-sarcoglicano, gene che se mutato causa la distrofia dei cingoli di tipo LGM2D, e successivamente trapiantate in topi modello per la patologia. Nell’organismo dei topi i mesoangioblasti sono stati in grado di colonizzare il tessuto muscolare dando luogo alla formazione di fibre che esprimevano l’a-sarcoglicano umano. Inoltre, test di valutazione della funzionalità muscolare hanno evidenziato un miglioramento nei topi trapiantati con simili cellule derivate dalle iPSC murine rispetto a quelli non trattati. I risultati ottenuti sono molto incoraggianti e indicano l`efficacia di questa nuova strategia cellulare in un modello animale. Infine, i ricercatori hanno mostrato come la stessa strategia possa essere applicata anche alla distrofia muscolare di Duchenne, utilizzando in questo caso un cromosoma artificiale umano per la correzione genetica delle cellule. La distrofia muscolare di Duchenne, rara patologia che porta alla degenerazione muscolare in un bambino maschio su 3.500, è dovuta a una mutazione nel gene della distrofina, proteina con ruolo strutturale e regolatorio nella cellula muscolare. Nell’età adulta, la degenerazione muscolare determina una grave compromissione del muscolo cardiaco, del diaframma e dei muscoli intercostali fino a rendere necessaria l`assistenza respiratoria. Attualmente non esiste una cura specifica ma, un trattamento clinico multidisciplinare e la presa in carico garantita attraverso la preparazione delle famiglie, hanno consentito di migliorare le condizioni generali e raddoppiare le aspettative di vita. In Italia sono oltre 5.000 i pazienti affetti da distrofia muscolare di Duchenne/Becker. “Questo risultato rappresenta un passo importante per la terapia cellulare basata su trapianto di tipo autologo, ovvero con cellule del paziente stesso senza bisogno di un donatore, e pone le basi per un nuovo approccio che potrebbe essere applicato anche nella distrofia di Duchenne/Becker”, ha dichiarato Filippo Buccella, presidente di Parent Project Onlus, associazione di genitori impegnata nel finanziamento della ricerca scientifica e nell’elaborazione di programmi socio-sanitari mirati a sostenere le persone affette dalla distrofia di Duchenne e Becker e le loro famiglie. “Bisogna ricordare, però, che si tratta di risultati ancora preliminari e ci vorrà del tempo prima che si possa parlare di una futura applicazione sull’uomo.”


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28.06.2012
Osteoporosi, nel 2050 costerà all’Europa 76,7 miliardi all’anno

Da: MEDICINA

Efficacia e sicurezza dei nuovi trattamenti farmacologici per l’osteoporosi, aderenza alla terapia e impatto socio-economico. E, in generale, la necessità di più attenzione nei confronti di questa malattia, ancora troppo sottovalutata e poco conosciuta. Questi i temi affrontati in Senato in occasione della conferenza stampa promossa dall’Associazione Parlamentare per la Tutela e la Promozione del Diritto alla Prevenzione, con il contributo non condizionato di Amgen Dompè. Anche se negli ultimi anni sono stati fatti dalla ricerca notevoli progressi, infatti, la lotta all’osteoporosi nel nostro Paese deve ancora compiere un grande salto culturale. “La sanità ha già da tempo comunicato come l`osteoporosi rappresenti uno dei maggiori problemi per la salute non solo italiana ma europea, ed è per questo che è necessario che si continuino a promuovere progetti formativi e di aggiornamento per sensibilizzare sempre di più gli stakeholder verso una corretta prevenzione, diagnosi e trattamento di questa grave patologia”, ha precisato il senatore Antonio Tomassini, presidente della commissione Igiene e Sanità del Senato e presidente dell’Associazione Parlamentare per la Tutela e la Promozione del Diritto alla Prevenzione. “La terapia dell’osteoporosi - ha dichiarato Silvano Adami, direttore della Scuola di Specializzazione in Reumatologia, Università di Verona - è finalizzata alla prevenzione delle fratture da fragilità. La prevenzione si basa in primo luogo sulla correzione dei rischi prevenibili, come ad esempio, l’inadeguato apporto di calcio e vitamina D, fumo, eccesso di alcool, rischio ambientale di cadute. Le fratture più frequenti sono quelle a carico dei corpi vertebrali, del polso o del femore, con importanti implicazioni non solo sanitarie, ma anche socio-economiche: tra i soggetti anziani, le fratture osteoporotiche sono infatti una delle cause principali di mortalità, portando a una riduzione del livello di autosufficienza e richiedendo spesso un ricovero a lungo termine”. È per questo, ha sottolineato Adami, che “la prevenzione svolge un ruolo fondamentale: nel caso dell’osteoporosi deve cominciare in età precoce, soprattutto nell’adolescenza, quando l’apporto di calcio attraverso gli alimenti viene assorbito dall’organismo e contribuisce effettivamente al consolidarsi della densità ossea, così come è necessario che giovani e bambini partecipino regolarmente ad attività fisiche sin da piccoli”. L’intervento farmacologico è giustificato solo se la riduzione del rischio di frattura sia prevalente rispetto ai potenziali effetti collaterali della terapia e abbia un costo economico sostenibile. Secondo i dati Aifa 2011, illustrati da spiegato Francesco Saverio Mennini, professore al Ceis Sanità, Facoltà di Economia, Università Tor Vergata di Roma, “il mercato italiano dei farmaci anti-osteoporotici rimborsati dal Ssn copre una quota pari a quasi il 3% della spesa territoriale in termini di valore, circa 379 milioni di euro. Di questi circa due terzi è rappresentato dai bisfosfonati. L’aderenza alla terapia, anche per l’osteoporosi, rappresenta un obiettivo primario tanto in termini di miglioramento dello stato di salute quanto in relazione ad una riduzione dei costi. Infatti, si è visto come, per donne con frattura dell’anca in condizione post-menopausa, l’esposizione al trattamento farmacologico riduce il rischio di fratture del 39,5% ed il rischio di morte del 55,1%, unitamente al fatto che i costi generati dal trattamento farmacologico e dal test diagnostico vengono compensati dalla riduzione dei costi ospedalieri”. In Italia si stima che il 57% dei costi per il trattamento delle fratture sia relativo all`assistenza ospedaliera, il 13% alle cure ambulatoriali e il 30% all`assistenza a lungo termine. La prevalenza dei costi ospedalieri è data dalla durata media dei ricoveri per fratture di origine osteoporotica, che è la più lunga tra tutte le patologie ad eccezione dei disturbi mentali.

 


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28.06.2012
Terapie personalizzate molecolari per tumore al polmone

Da: RICERCA

Fino a qualche anno fa un paziente con una diagnosi di tumore al polmone aveva a disposizione esclusivamente la chemioterapia. "Oggi abbiamo intrapreso la strada giusta, quella della terapia biomolecolare", afferma Cesare Gridelli, presidente della 3 Conferenza internazionale di Oncologia toracica (CIOT), Direttore del dipartimento di Onco-ematologia AORN "S.G. Moscati" di Avellino. "Abbiamo scoperto che la forma più frequente di tumore al polmone-il carcinoma polmonare non a piccole cellule- forma che colpisce anche i non fumatori, si caratterizza con alterazioni genetiche specifiche e così - spiega Gridelli nel corso di una conferenza stampa- sono stati messi a punto farmaci "intelligenti" in grado di colpire questi bersagli, risparmiando le cellule sane". I farmaci bersaglio hanno rivoluzionato l`approccio terapeutico al trattamento del tumore al polmone: "si va incontro alla terapia personalizzata, è importante quindi che i pazienti non si perdano d`animo e cerchino il Centro che possa garantire la terapia in modo completo", continua l`esperto, che riporta numeri sorprendenti: "abbiamo nella pratica clinica farmaci per una mutazione, l`EGFR, che rappresenta il 10 per cento circa dei casi. Questi farmaci nei pazienti con mutazione, hanno dimostrato grande efficacia con percentuali di regressione, anche in pazienti pretrattati con chemio, del 60-70 per cento e un raddoppiamento della sopravvivenza". Dati assolutamente sorprendenti, concordano gli esperti, se confrontati con quelli della chemioterapia. Ma non tutte le strutture oncologiche hanno la possibilità e nel caso di diagnosi superficiali questo è un grosso limite, perché priva il paziente di possibilità terapeutiche. "Significa che nel nostro Paese c`è ancora una buona percentuale di pazienti, la maggioranza, che accede solo alla chemio. In un futuro molto vicino - conclude Cesare Gridelli – sarà possibile, inserendo il tessuto in un`apparecchiatura, effettuare tutti i test genetici contemporaneamente, dando subito l`identikit genetico del tumore”.
 


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27.06.2012
Tumori alle ovaie, nei geni la chiave per efficaci terapie

Da: RICERCA

Le donne che soffrono di cancro alle ovaie dovrebbero sottoporsi a screening per individuare possibili mutazioni genetiche, sostengono ricercatori australiani, dopo uno studio che dimostra come i geni possano far prevedere l`efficacia dei trattamenti. Secondo lo studio pubblicato sul Journal of Clinical Oncology, il 14% delle donne con cancro alle ovaie ha una mutazione nei geni BRCA1 e BRCA2, ma il 44% di queste non ha precedenti in famiglia di cancro al seno o alle ovaie e pertanto non si sottopone a screening. I ricercatori del Centro Peter MacCallum per il Cancro di Melbourne hanno osservato che le donne con tale mutazione hanno un tasso di sopravvivenza del 55% dopo cinque anni, contro un tasso del 40% fra le donne senza la mutazione. Lo screening è importante - scrive l`oncologa clinica Gillian Mitchell che ha guidato lo studio - perché la mutazione può determinare sia la prognosi della paziente, sia il trattamento più efficace. Le donne con la mutazione rispondono meglio alla chemioterapia al platino, la più usata per trattare il cancro alle ovaie, che dovrebbe essere continuata anche se non riesce nel breve termine. "Finora se il tumore ricorre dopo un certo periodo dopo l`ultima dose di platino, la paziente è ritenuta resistente al trattamento, che viene interrotto. Ma lo studio indica che se il trattamento viene ripreso, anche poco dopo, la risposta può essere positiva. Lo studio indica inoltre che le donne con la mutazione rispondono meglio anche ad altre forme di chemioterapia, prosegue la studiosa. I risultati hanno importanti implicazioni per future sperimentazioni di farmaci per trattare il cancro alle ovaie. Nella prossima fase, la ricerca cercherà di individuare quali donne hanno le mutazioni BRCA e quindi maggiori probabilità di sopravvivenza, e quali no.



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25.06.2012
Sviluppata tecnica per individuare encefalopatia da trauma

Da: RICERCA

L`Encefalopatia traumatica cronica (CTE) è stata fino ad oggi diagnosticata soltanto attraverso l`autopsia. La malattia, che colpisce molti giocatori di football, baseball e di boxe dal momento che deriva da forti traumi cranici, è sotto esame per individuare metodi che consentano di individuarle quando un soggetto è ancora vivo. Tra questi, quello ideato dalla University of California, Los Angeles, un biomarcatore in grado di attaccarsi a grovigli di proteine tau così da mostrarsi su scansioni PET di persone vive. Gary Small della UCLA è attualmente al lavoro per uno studio pilota su giocatori di National Football League in pensione, che vengono sottoposti a scansioni cerebrali. Se l`esperimento ha successo, il suo lavoro andrebbe a ri-orientare la branca delle lesioni alla testa per salvare vite umane, piuttosto che limitarsi ad accertarle dopo la morte. Il mese scorso il giocatore Junior Seau si è tolto la vita nell`appartamento di Oceanside, California: il suo cervello è stato richiesto sia dal Brain Injury Research Institute della UCLA sia dal Boston University`s Center for the Study of Traumatic Encephalopathy, le due banche cerebrali più importanti per lo studio di danni in ex giocatori. Se otterranno il consenso della famiglia, il cervello di Seau sarà analizzato per verificare se, come ci si aspetta, i tessuti mostrano un accumulo di proteina tau in grovigli simili a quelli presenti nei malati di Alzheimer. "La scansione delle tau è come il S anto Graal del danno cerebrale cronico", ha detto Julian Bailes, uno dei fondatori del Brain Injury Research Institute. Il marcatore sotto esame alla UCLA è il più promettente tra i vari progetti di ricerca sulla CTE. 



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25.06.2012
Identificata proteina che fa ricrescere nervi degli arti

Da: RICERCA

Identificata una proteina che fa ricrescere i nervi danneggiati degli arti. La scoperta potrebbe avere implicazioni per il recupero fisico dei pazienti che hanno i nervi periferici danneggiati. Questi nervi sono responsabili per il senso del tatto e guidano i muscoli che muovono gambe, braccia e piedi. A differenza dei nervi del midollo spinale, questi nervi possono ricrescere, se sono recisi, anche se finora non si era ben capito come. A quanto si legge su `Neuron`, gli scienziati hanno individuato una proteina, la leucine zipper kinase (Dlk), che da` il via al processo di rigenerazione. Gli scienziati della Washington University in St Louis hanno mostrato che, nei modelli animali, la mancanza di questa proteina induceva la impossibilità di ricrescita dei nervi periferici. Studi di questo genere potrebbero essere anche utili a capire il processo di rigenerazione nel sistema nervoso centrale, dato che la Dlk potrebbe svolgere anche in questo caso una importante funzione di segnalazione.33 



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22.06.2012
Da esame Dna prevenzione arresti cardiaci improvvisi

Da: RICERCA

Dal Portogallo arriva una nuova tecnica di sequenziamento del Dna, il microchip Dna, che permetterà di prevenire gli arresti cardiaci improvvisi. La nuova metodologia è stata presentata a Milano da Spgh, la società che ha sviluppato il metodo. "Questo microchip identifica le mutazioni genetiche alla base di patologie come la cardiomiopatia ipertrofica, la cardiopatia dilatativa, la cardiomiopatia antimogena ventricolare destra, la sindrome del Qt breve e lungo", ha spiega Alexandra Fernandes dell`Università di tecnologia umanitaria di Lisbona. "La morte cardiaca improvvisa colpisce circa 350mila individui ogni anno negli Stati Uniti e in Italia causa più di 70mila decessi l`anno", spiega Nuno Cardim, primario di cardiologia dell` Hospital da Luz di Lisbona. La ricerca, denominata `Hearth Genetics` e condotta da Fernandes, insieme a Susana Santos (Facoltà di Farmacia dell`Università di Lisbona) e Ana Teresa Freitas, bioinformatica, per la società Shpg è durata sette anni fino alla messa a punto un microchip all`interno del quale s`inserisce il Dna ottenuto da un prelievo di sangue, e che una volta amplificato viene letto da un laser. Il costo di questo test, fa sapere l`amministratore delegato di Shpg Sa, Pedro De Ribeiro, sarà reso noto a fine luglio. Probabilmente, spiegano fonti vicine all`entoruage, "intorno ai mille dollari". Il prodotto sarà disponibile a partire dalla seconda metà dell`anno, con il completamento dei laboratori di Lisbona. I risultati di questa ricerca sono stati pubblicati sulla rivista ufficiale della società portoghese di cardiologia e sulla Bmc Medical Genetics. "I test attuali sono costosi e di difficile utilizzo - ha dichiarato Italo Richichi, cardiologo e presidente dell`Associazione di prevenzione cardiovascolare - l`obiettivo principale della ricerca è quello di sviluppare un nuovo test cardiaco grazie alla quale analizzare patologie complesse che se non prevenute, possono portare al decesso per morte improvvisa in giovane età". Una quota importante di morti cardiache improvvise, nella fascia under 35 e negli sportivi, è causata dalla cardiomiopatia ipertrofica, una patologia genetica caratterizza da "un inspessimento delle pareti cardiache" e che colpisce una persona su 500. La ricerca portata avanti dal team lusitano, con la messa a punto del microchip Dna, aiuterà i medici a identificare gli individui apparentemente sani e probabilmente che non hanno una storia famigliare della patologia ma che possono andare incontro a una morte cardiaca improvvisa se sottoposti a sforzi eccessivi, ad esempio un`attività sportiva agonistica. "Attualmente - afferma Fernandes - lo screening con questa tecnica sta coinvolgendo le giovanili di alcune squadre portoghesi, di calcio e rubgy".



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20.06.2012
Tbc, individuate molecole che potenziano sistema immunitario

Da: RICERCA

Cellule che divorano se stesse: così i ricercatori dell`Istituto Superiore di Sanità e dell`Istituto Nazionale per le Malattie Infettive (INMI) "Lazzaro Spallanzani", hanno utilizzato il meccanismo dell`autofagia per mettere a punto un adiuvante vaccinale contro il Mycobacterium tuberculosis (Mtb), l`agente eziologico della tubercolosi. Nel lavoro, pubblicato sulla rivista specializzata Autophagy, è stato monitorato il fenomeno dell`autofagia in cellule dendritiche umane infettate. L`autofagia, meglio nota come processo biologico che determina la degradazione o il riciclaggio di componenti della cellula stessa, siano essi organelli o macromolecole, svolge anche un ruolo fondamentale nell`eliminazione di patogeni intracellulari e nell`induzione della risposta immunitaria adattativa. "I risultati di questo studio - dice Eliana Coccia del Dipartimento Malattie Infettive Parasittarie e Immomediate dell`ISS - individuano negli induttori dell`autofagia, finora utilizzati in altri campi applicativi, come l`oncologia e i trapianti, una nuova classe di molecole con proprietà immunoadiuvanti in grado di potenziare la risposta del sistema immunitario verso un patogeno così complesso come Mtb". E` stato inizialmente osservato che, a differenza di altri sistemi cellulari finora studiati, nelle cellule dendritiche primarie umane è presente un`elevata attività autofagica basale che è verosimilmente associata alla funzione di presentazione dell`antigene peculiare in queste cellule. Successivamente all`internalizzazione del tubercolare è stato osservata una forte riduzione di questo processo, cosa che non avviene nelle cellule infettate con il ceppo vaccinale BCG. "Questo evento - spiega Gian Maria Fimia del Laboratorio di Biologia Cellulare dell`Istituto Nazionale per le malattie IRCCS - determina un blocco della fusione dei fagosomi contenenti Mtb con i lisosomi, distretto in cui avviene il killing del patogeno. Questi risultati suggeriscono che la capacità di Mtb di alterare il flusso autofagico potrebbe rientrare in una strategia di immunoevasione messa a punto da questo patogeno per bloccare la presentazione antigenica da parte delle cellule dendritiche e, di conseguenza, un`efficace espansione della risposta T effettrice".



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20.06.2012
Identificato batterio intestinale che riduce le infiammazioni

Da: RICERCA

Identificato per la prima volta un ceppo batterio intestinale capace di produrre una molecola che riduce il dolore e l`infiammazione. La ricerca degli scienziati del Baylor College of Medicine è stata pubblicata sul `Journal of Applied Microbiology`. Gli studiosi hanno scoperto che il Bifidobacteriuum dentium è capace di rilasciare il Gaba (gamma-aminobutryc acid) una sostanza che ha un ruolo importante come neurotrasmettitore inibitorio nel sistema nervoso centrale ed enterico. L`acido Gaba è infatti coinvolto nella regolazione del dolore e gli studiosi hanno scoperto che il B. dentium è uno dei più prolifici produttori di questa sostanza che aiuta a sopravvivere in un ambiente acido. Inoltre, pare che i macrofagi, le cellule del sistema immunitario, quando esposti alle secrezioni di questo batterio, incrementino l`espressione dei recettori Gaba, provocando una riduzione nei composti che sono responsabili delle infiammazioni. Dunque, il B. dentium potrebbe giocare un ruolo importante in patologie come il morbo di Crohn oppure le infiammazioni intestinali 



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19.06.2012
Morte per parto, in Italia tasso fra i più alti in Ue

Da: SANITÀ

Non siamo i migliori al mondo per la mortalità materna legata al parto. Anzi, a sorpresa, il nostro tasso è uno dei più alti dell`Europa occidentale. Colpa dell`età sempre più avanzata delle neo-mamme. A contraddire la classifica stilata dalla rivista `Lancet` nel 2010 è l`Istituto superiore di sanità, che ha studiato 5 regioni rappresentative del 32% delle donne italiane in età fertile con criteri diversi: oltre ai certificati di morte dell`Istat, ha usato le schede di dimissione ospedaliere. Così il valore non è più di 4 morti ogni 100mila nati vivi, ma di 11,8, il 63% in più, contro una media dell`Europa occidentale di 7-8.Lo studio, condotto dal Reparto salute della donna e dell`età evolutiva del Cnesps-Iss, ha raccolto i dati dal 2000 al 2007 di Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Sicilia. Tra il 2000 e il 2007 in queste Regioni sono stati registrati 1.001.292 nati vivi e 260 morti materne con un`età media di 33 anni. La mortalità materna è 3 volte più alta in Sicilia (24,1) rispetto a Toscana ed Emilia Romagna (7,6), ma influiscono anche fattori come l`età e il taglio cesareo. Per le donne con gravidanza oltre i 35 anni il pericolo di morire è doppio, mentre è triplo per chi fa il taglio cesareo, anche se in molti casi il cesareo è indicato per donne a rischio per patologie. Anche il basso livello di istruzione e la cittadinanza straniera sono associati a un maggior rischio di mortalità. "Il valore di 11,8 non è un dato nazionale, ma di queste 5 regioni, ed è una valore medio tra i paesi sviluppati occidentali - spiega Serena Donati, ricercatrice Cnesps-Iss - L`Europa dell`est ha valori peggiori dei nostri, mentre Francia e Danimarca migliori. La Gran Bretagna è poco migliore di noi con 11,4. Il 50% delle morti è evitabile, in parte perché legate a casi di emorragia ostetrica, preeclampsia e tromboembolia, che possono essere ridotte". Le cause più frequenti di mortalità sono emorragie e disordini ipertensivi in gravidanza in caso di complicazioni legate al parto, e neoplasie, patologie cardiovascolari e i suicidi tra cause indirette (malattie preesistenti o insorte durante la gestazione e da essa aggravate). Per Nicola Surico, presidente della Società italiana di Ginecologia e ostetricia (Sigo), "questi dati non sono una sorpresa. L`età avanzata delle partorienti, soprattutto in chi ricorre a procreazione assistita, è in crescita e molte donne non vengono studiate adeguatamente prima della gestazione. Inoltre l`accordo Stato-Regioni sui punti nascita è rimasto sulla carta, tranne che in Puglia e Sicilia. Come Sigo stiamo formando i ginecologi per ridurre le emorragie post partum". Il Ministero della Salute ha ora finanziato un progetto pilota dell`Iss di sorveglianza della mortalità materna in 7 regioni. 



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19.06.2012
Onda, legame tra proteina programulina e demenza

Da: RICERCA

Tumore del seno, demenza frontotemporale e una proteina in comune, la progranulina. C`è infatti una relazione diretta tra progranulina e demenza frontotemporale, in cui le alterazioni della proteina si associano a mutazioni genetiche che provocano la malattia, e un`esclusione, anche se parziale, per il carcinoma mammario. Sono i risultati dello studio promosso dall`Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna (Onda) e finanziato dalla Regione Lombardia, che ha coinvolto 400 pazienti (200 con tumore del seno, 200 con demenza). Lo studio ha inoltre rilevato che questa condizione di demenza é particolarmente diffusa in Lombardia, in cui numerose famiglie sembrano avere ereditato nel corso dei secoli il medesimo difetto genetico in progranulina: circa il 20% di tutte le demenze. Una condizione non riscontrata in altre zone d`Italia. "Lo studio - spiega Giuliano Binetti, Responsabile del Laboratorio di Neurobiologia-Centro per la Memoria dell`Irccs di Brescia - era partito per trovare i collegamenti comuni tra demenza e tumore del seno, pensando fossero provocati dalla progranulina, ed invece ci ha consentito di escludere il suo ruolo nella patologia mammaria e di determinarne l`importanza per la sopravvivenza dei neuroni". La ricerca punta ora a valutare se i livelli di progranulina, oltre ad essere strumento diagnostico, siano da considerarsi anche efficaci per l`identificazione di terapie future per la regolazione del livello della proteina. "Alla luce dei risultati raggiunti - osserva Elena Piazza, Direttore del Dipartimento Oncologico dell`Ospedale Sacco di Milano - resta da chiarire il ruolo fisiologico della proteina nella proliferazione cellulare, interagente nello sviluppo di entrambe le condizioni cliniche".

 

 



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18.06.2012
Da ricerca italiana nuova molecola anti-melanoma

Da: ONCOLOGIA

Arriva dalla ricerca italiana un nuovo passo nella lotta al melanoma, tumore della pelle particolarmente aggressivo che solo in Italia causa 7mila nuove diagnosi ogni anno e 1500 decessi. I ricercatori dell`università Cattolica del Sacro Cuore (UCSC) di Roma hanno infatti scoperto una molecola, HINT1, che potrebbe aprire la strada allo sviluppo di nuovi farmaci poiché impedisce la crescita delle cellule tumorali ed è, guarda caso, `guasta` o assente nelle cellule malate di quasi la metà dei pazienti esaminati. Ma la lotta contro il melanoma - che in 40 anni è aumentato di 8 volte tra le donne ed è quadruplicato tra gli uomini - si combatte con più armi, inclusa quella dell`informazione. Così a `scendere in campo` sono anche i campioni dello sport. E` il caso dell`iniziativa promossa dall`Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), che ha pubblicato un opuscolo informativo destinato ai ragazzi, scegliendo come testimonial il campione olimpico di scherma Aldo Montano. - LA MOLECOLA ANTI-MELANOMA: la scoperta di HINT1 si deve al gruppo di Alessandro Sgambato dell`Istituto di Patologia Generale dell`UCSC, con colleghi della Columbia University di New York e della Harvard University di Boston. HINT1 è `spenta` (assente, ridotta o disattivata) in almeno il 40% dei casi di melanoma e i ricercatori hanno dimostrato che riattivandola la crescita delle cellule malate si arresta. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Cell Cycle. HINT1 inibisce dunque la trasformazione maligna di una cellula normale: "Abbiamo dimostrato che HINT1 è frequentemente assente in cellule di melanoma umano e che la sua riattivazione riduce la crescita e la malignità del tumore", spiega Sgambato. I risultati suggeriscono che ripristinando l`attività della proteina si potrebbe bloccare lo sviluppo del tumore e, potenzialmente, delle sue metastasi. La speranza, quindi, è sviluppare farmaci che mimino l`attività di HINT1. Inoltre, poiché HINT1 è alterata anche in altri tumori, quali il cancro di colon e stomaco, un eventuale farmaco sarebbe efficace anche in queste patologie. - CONTROLLO NEI E LETTINI ABBRONZANTI OFF-LIMITS PER PREVENIRE: L`incidenza del melanoma è cresciuta negli ultimi decenni a un ritmo superiore a quello di qualsiasi altro tipo di tumore, aumento attribuito sia a una scorretta esposizione solare, sia all`uso esagerato delle lampade solari. Per prevenire tale patologia, le indicazioni principali sono dunque: `no` al sole nelle ore centrali, controllo costante dei nei, possibilmente una volta l`anno, e divieto assoluto dei lettini abbronzanti, equiparati al fumo per rischio cancerogeno. E questi sono anche alcuni dei consigli contenuti nella pubblicazione realizzata dall`Aiom e che invita i ragazzi a proteggersi contro il `lato oscuro` del sole. Testimone del messaggio è Aldo Montano: "Rappresentiamo un esempio per i giovani e questo ci dà grande responsablità - afferma - io sono di Livorno e sono cresciuto facendo la lucertola al mare, ma con questo opuscolo possiamo far capire ai ragazzi quali siano i comportamenti positivi e quelli da evitare". L`opuscolo verrà distribuito per tutta l`estate negli impianti sportivi, palestre, piscine e luoghi di aggregazione. 



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18.06.2012
Un gene lega due gravi malattie, diabete e Alzheimer

Da: RICERCA

Scovato un gene che potrebbe legare il diabete all`Alzheimer, spiegando perché avere la prima condizione fa impennare il rischio di ammalarsi di demenza senile. La scoperta si deve al team di Chris Li del City College of New York ed è frutto di uno studio su animali pubblicato sulla rivista Genetics. Finora era stata trovata una possibile associazione tra diabete e Alzheimer ma senza comprenderne i motivi di fondo. I ricercatori hanno scoperto che un difetto genetico (mutazione) legato alla demenza senile, che riguarda la proteina APP, ha anche un profondo impatto sulla regolazione del metabolismo e sul funzionamento dell`ormone insulina che regola la glicemia. I ricercatori hanno guardato a mutazioni nel gene APL-1 di un animale molto usato in laboratorio (il vermetto C. elegans), equivalente ad APP umano, e visto che tali mutazioni influenzano in modo irrimediabile il funzionamento dell`insulina. Aver trovato un legame tra diabete e Alzheimer è importante, anche in considerazione del fatto che le due malattie stanno divenendo entrambe sempre più diffuse nel mondo occidentale.



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15.06.2012
Aifa, Francesca Tosolini rimpiazza Lucchina alla guida del Comitato prezzi e rimborso

Da: FARMACI

A poche ore dalle dimissioni di Carlo Lucchina, indagato in un’inchiesta per turbativa d’asta in Lombardia, è già stata scelta la persona che lo sostituirà alla guida del Comitato prezzi e rimborso dell’Aifa. Il ministro della Salute, Renato Balduzzi, ha infatti proceduto con la nomina di Francesca Tosolini, vice direttore generale dell`assessorato alla salute della Regione Friuli Venezia Giulia e ora nuova presidente del Comitato prezzi e rimborsi dell’Aifa. A darne notizia è stata una nota del ministero della Salute, sottolineando che Tosolini è una “riconosciuta esperta di politiche del farmaco”. Il Comitato prezzi e rimborso, che era stato riformato il 6 giugno scorso, dopo la sostituzione di Lucchina con Tosolini risulta ora così composto. Presidente: Francesca Tosolini, scelta dal ministro della Salute. Componenti: Americo Cicchetti e Claudio De Giuli, scelti dal ministro della Salute, Giuseppe Massimo Claudio Rosano su indicazione del MEF, Nerina Dirindin, Camillo Riccioni, Filippo Drago e Loredano Giorni su indicazione delle Regioni. Ricordiamo che insieme al Comitato prezzi e rimborsi lo scorso 6 giugno era stato ricomposta anche la Commissione consultiva tecnico-scientifica dell’Aifa, composta da: Presidente: Maria Antonietta Martelli, scelta dal ministro della Salute. Componenti: Massimo Fini e Rosa Maria Moresco, scelti dal ministro della Salute, Massimo D`Incalci su indicazione del MEF, Giovambattista De Sarro, Pierluigi Viale, Roberto Dall`Aglio e Sergio Morgagni su indicazione delle Regioni. Di entrambi gli organi sono componenti di diritto il Direttore generale dell`Agenzia italiana del Farmaco, Luca Pani, e il presidente dell`Istituto superiore di sanità, Enrico Garaci.



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15.06.2012
Diabete, le donne rispondono meno ai farmaci rispetto agli uomini. Il primo studio di "genere"

Da: RICERCA

Pubblicato il primo rapporto interamente dedicato alle differenze uomo-donna nel diabete. Si tratta del documento “Monografie degli Annali AMD: le differenze di genere”, redatto dal Gruppo Donna dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD). Lo studio ha coinvolto 236 Servizi di Diabetologia, oltre 1/3 di quelli attivi sul territorio nazionale e che seguono la popolazione diabetica. “L’obiettivo che ci siamo prefisse nella compilazione della prima edizione degli Annali di genere è quello di tracciare un quadro ampio dell’assistenza, della prevenzione e delle cure erogate ai pazienti uomo e donna, per capire quali sono i bisogni comuni e quali invece quelli genere-specifici”, ha spiegato Mariarosaria Cristofaro, Coordinatrice del Gruppo Donna AMD. “Questa fotografia fornisce un’immagine reale del mondo del diabete: i dati esaminati riguardano circa 1 sesto degli italiani che soffrono della malattia: le donne analizzate sono più di 188.000, oltre il 12% della popolazione femminile con diabete.” Secondo le ultime stime Istat, relative al 2011, sarebbero oltre 1,5 milioni le donne con diabete in Italia, una ogni 20. Rispetto agli uomini, le connazionali con diabete sono meno giovani (il 30% delle donne contro il 20% degli uomini ha un’età superiore a 75 anni) e in media hanno 68,4 anni contro i 65,7 degli uomini. Inoltre le donne hanno in media il diabete da più tempo, con i loro 11,1 anni, in rapporto ai 10 anni degli uomini. Anche per quanto riguarda l’obesità la situazione femminile risulta sfavorevole: non solo l’indice di massa corporea (BMI) medio è superiore (30,2 contro 29,2 degli uomini), ma le donne gravemente obese sono quasi il doppio rispetto agli uomini: il 18,8% contro il 10,1%. Tra le persone con diabete le donne che fumano sono meno degli uomini. Precisamente è fumatore un uomo su 5, mentre tra le donne solo una su 10 ha questa abitudine, che mantengono questo vizio nonostante sia ormai nota la stretta correlazione tra fumo di sigaretta e rischio di complicanze microvascolari, soprattutto per chi soffre della malattia. Andando nel dettaglio dei dati del Rapporto, non sembrano emergere differenze significative per quel che riguarda il numero di persone con diabete che effettuano la misurazione, almeno una volta l’anno, dell’emoglobina glicosilata (HbA1c), il parametro che valuta se la malattia è sotto controllo: le percentuali sono estremamente elevate, superiori al 90%, sia per gli uomini sia per le donne. Lievi differenze tra i generi si riscontrano invece per quanto riguarda altri esami specifici, come il controllo del profilo lipidico (colesterolo e trigliceridi) e della pressione arteriosa, entrambi indicatori strettamente legati al rischio cardiovascolare. Le donne che effettuano almeno una volta l’anno questi esami sono un po’ meno rispetto agli uomini: 72,4% contro 74,1% per il controllo del profilo lipidico e 78,4% contro 79,1% per la misurazione della pressione arteriosa. “Questi dati, pur se non drammatici, devono far riflettere soprattutto in relazione al fatto che una donna con diabete ha un rischio maggiore di infarto di 3-5 volte, e di malattie al cuore e disturbi della circolazione di 3 volte, rispetto a una donna non diabetica di pari età e peso, mentre nell’uomo con diabete questi rischi aumentano ‘solo’ di 2 volte”, spiega Valeria Manicardi, Consigliere del Gruppo Donna AMD. Le donne hanno la peggio anche per quanto riguarda il grado complessivo di controllo della malattia: il 58%, rispetto al 54% degli uomini, non raggiunge un buon controllo metabolico, ciò vuol dire che l’HbA1c risulta superiore al 7%, valore stabilito dalle linee guida come obiettivo da raggiungere per prevenire le complicanze della malattia. Anche i valori del colesterolo e della pressione risultano più elevati: il colesterolo LDL è in media 112,5 mg/dl nelle donne contro 106,6 mg/dl nell’uomo; le donne con valori pressori superiori a 140/90 mmHg sono il 58,1%, contro il 56,1% degli uomini. “Soprattutto, le donne con valori di LDL - fattore di rischio cardiovascolare di primaria importanza - inferiori a 100 mg/dl sono sistematicamente di meno (-7%) alla diagnosi e durante la malattia”, aggiunge Manicardi. Ma da cosa dipendono queste differenze? Secondo Maria Franca Mulas, Consigliere del Gruppo Donna AMD, e Titti Suraci, Consigliere del Gruppo Donna AMD, anche da una diversa risposta di genere ai farmaci. “Un attento esame della cura del diabete con i farmaci, divisa per generi, ha rivelato che il tipo di trattamento farmacologico, le classi di farmaci usate, le terapie combinate, sono uguali per l’uomo e per la donna. Non si evidenziano quindi diversità nella qualità della cura, ma nonostante questo la donna ottiene risultati peggiori”, ha detto Mulas. “È possibile dunque, che le differenze nei risultati possano dipendere da una diversa risposta ai farmaci e ai trattamenti a seconda del genere di appartenenza; e possono inoltre esistere altre differenze biologiche nello stesso sviluppo della malattia e delle sue complicanze”, ha commentato Suraci. Specificando poi: “Tendiamo ad escludere, invece, che fattori come l’aderenza, e la persistenza in terapia, in pratica il prendere i farmaci con regolarità e nelle dosi indicate, abbiano un ruolo, in quanto le donne, è stato più volte dimostrato, hanno in genere una migliore attenzione alla salute e alle cure prescritte”. “In conclusione, questi risultati offrono sicuramente molti spunti e aprono una nuova visione dell’assistenza: le differenze di genere emerse ci devono far riflettere sulla necessità di ‘personalizzare’ la cura, ad esempio intensificando il trattamento fino a ottenere i risultati desiderati per i maggiori fattori di rischio cardiovascolari, in particolare nelle donne”, ha poi concluso Cristofaro. “Il primo rapporto degli Annali AMD dedicato alle differenze di genere fornisce quindi un’ottima base per le analisi della prossima edizione 2012, che la comunità diabetologica attende già con vivo interesse. Un ringraziamento d’obbligo, infine a LifeScan e Lilly che ci hanno sostenuto in questo impegno”.



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14.06.2012
Donazione sangue, +1,5% donazioni nel 2011, ma meno tra giovani

Da: SANITÀ

Aumentano le donazioni di sangue in Italia: +1,5% nel 2011 rispetto al 2010, anche se a donare di meno sono i giovani che rappresentano circa il 28% sul totale dei donatori. La situazione del comparto sangue è stata illustrata al ministero della Salute, dal direttore del Centro Nazionale Sangue, Giuliano Grazzini, alla vigilia della Giornata mondiale del donatore di sangue promossa dall`Oms. Il numero dei donatori di sangue in Italia, ha detto Grazzini, è pari nel 2011 a 1.733.398 (69,9% maschi e 30,1% femmine) di cui 35,5% donatori frequenti. Il numero di donazioni totali è stato invece pari a 3,3 milioni e i pazienti trasfusi nel 2001 hanno raggiunto quota 685.419. In media si sono effettuate 1,9 donazioni per ogni donatore l`anno, in linea con i livelli Ue. Nel comparto sangue, ha commentato il ministro della Salute Renato Balduzzi, "siamo oggi in grado di presentare dati positivi e siamo verso la riduzione della naturale disomogeneità tra le regioni. L`obiettivo - ha aggiunto - è avere standard e livelli di programmazione che siano comuni su tutto il territorio nazionale". 



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14.06.2012
Con pet possibile diagnosi precoce dell`Alzheimer

Da: MEDICINA

Grazie alla pet e un particolare tracciante è possibile fare una diagnosi precoce dell`Alzheimer già nei primi stadi della malattia. Lo hanno dimostrato alcuni ricercatori dell`ospedale San Raffaele di Milano, che in uno studio pubblicato sul Journal of Alzheimer e coordinato da Daniela Perani, hanno dimostrato che l`uso di una nuova "spia" molecolare funziona da `neurotermometro`, consentendo di valutare la presenza dell`Alzheimer anche quando i sintomi di decadimento clinico sono lievi. Gli scienziati hanno visto che l`alterazione dell`attività colinergica (cioé quella del sistema molecolare composto dalle sinapsi e dai neurotrasmettitori, in grado di modulare l`invio degli impulsi elettrici tra i neuroni), avviene non solo quando l`Alzheimer è in fase conclamata, ma anche quando il deficit cognitivo è minimo. Una valutazione possibile grazie all`uso della Pet (Tomografia ad emissione di positroni) e di un particolare tracciante, l`11C MP4, in grado di misurare l`attività della colinesterasi, un enzima fondamentale nell`attività colinergica. In questa ricerca 11C MP4 si è quindi rivelato un `neurotermometro` molto sensibile e specifico delle fasi precliniche di questa forma di demenza. In altre parole, l`alterato funzionamento della trasmissione degli impulsi su base biochimica precede l`insorgenza della malattia e spiega in parte anche i deficit di memoria. Dallo è ha infatti emerso che in un intervallo di 12-18 mesi, nel 95% dei pazienti con questo biomarker positivo si è manifestata successivamente la malattia. Usare questo biomarker e la Pet può quindi essere utile per monitorare la progressione della malattia e per intervenire nella fase preclinica, quando cioé l`intervento terapeutico può essere più efficace.3 



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14.06.2012
Tumori, con età DNA cambia e perde capacità di `combattere`

Da: RICERCA

Con l`invecchiamento il DNA va incontro a impercettibili cambiamenti che, se accumulati, possono però avere grandi conseguenze sulla nostra capacità di combattere il cancro e altre malattie tipiche della vecchiaia. L`età, infatti, causerebbe alterazioni chimiche nei processi che regolano la metilazione di determinare sequenze genetiche, come rivela uno studio pubblicato su `Proceedings of the National Academy of Sciences` e che ha messo a confronto il genoma di un neonato e di un centenario. "In generale il processo di metilazione, che consiste nel legame di un gruppo metile con una delle basi azotate del dna, è capace di disattivare alcuni geni specifici", ha spiegato Manel Esteller del Bellvitge Biomedical Research in Spagna. "Abbiamo riscontrato che nei neonati vi è una maggiore concentrazione di citosina metilata: l`80 per cento rispetto al 73 per cento degli ultracentenari". Risultati confermati da un altro studio effettuato su anziani. "Geni che aumentano il rischio di infezione e di diabete perdono la metilazione nel corso dell`età, mentre quei pochi che rimangono metilati, cioè inattivi, sono proprio quelli che aiutano a resistere al cancro. I cambiamenti nella metilazione rendono più suscettibili ai problemi tipici della vecchiaia", ha conlcuso Esteller. 



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13.06.2012
gas scarico motori diesel causano cancro classificazione emissioni da cancerogeni `probabili` a `certi`

Da: OMS

Non è più solo un`ipotesi, bensì una certezza: i gas di scappamento dei motori diesel sono "cancerogeni certi" per gli esseri umani e l`esposizione a tali gas è associata ad un "rischio accresciuto di tumore al polmone" ed anche ad un maggior rischio di cancro alla vescica. Il `verdetto` arriva dal Centro internazionale di ricerca sul cancro (Circ/Iarc) dell`Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), che nel 1988 aveva classificato le emissioni dei motori diesel tra i cancerogeni "probabili" per l`uomo. Gli esperti Oms, riuniti oggi a Lione, hanno dunque stabilito che ci sono oggi "prove sufficienti" dell`associazione tra emissioni dei motori diesel e insorgenza del cancro: "Le prove scientifiche sono inconfutabili e le conclusioni del gruppo di lavoro sono state unanimi: le emanazioni dei motori diesel causano il tumore del polmone", ha dichiarato il presidente del Circ Christopher Portier, sottolineando la necessità che "l`esposizione a questa miscela di prodotti chimici sia ridotta in tutto il mondo". I gas di scarico sono stati dunque oggi classificati nel `gruppo 1`, quello appunto delle sostanze cancerogene certe, mentre in precedenza erano annoverati nel `gruppo 2` delle sostanze "probabilmente" cancerogene per l`uomo. La pronuncia dell`Oms "apre nuovi scenari" secondo l`associazione dei consumatori Codacons: "Ora le Procure della Repubblica - afferma l`organizzazione - potranno finalmente procedere contro i sindaci che non bloccano la circolazione dei veicoli e non prendono provvedimenti seri per scongiurare il superamento del valore limite di 50 µg/m3 di PM10, che per legge non andrebbe superato per più di 35 volte in un anno". Finalmente, commenta il Codacons, "spariscono le parole `probabilmente` e `potenzialmente`, e ciò rende possibile procedere con maggior successo non solo per il reato di getto pericoloso di cose (674 cod. penale) ma anche per omissione d`atti d`ufficio nei confronti dei sindaci e dei presidenti di regione inadempienti". Possibile anche, annuncia l`associazione, una class action con persone ammalate di tumore ai polmoni. La notizia riguarda un mercato non da poco: Le vetture diesel sono molto diffuse principalmente nell`Europa occidentale, dove incentivi fiscali, a costruttori e automobilisti, ne hanno favorito la diffusione. In Italia, nei primi cinque mesi del 2012 sono state vendute 371.995 vetture diesel, con una flessione del 20,74% rispetto all`anno scorso. La percentuale di vetture diesel vendute nello stesso periodo è stata pari al 54,5% del totale. Al di fuori dell`Europa la trazione diesel è confinata quasi esclusivamente ai veicoli commerciali, soprattutto grazie ai migliori consumi. Costruttori tedeschi stanno tentando di aumentare la diffusione del diesel negli Usa, dove le lunghe distanze da coprire in autostrada sono adatte a questo tipo di motori.



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13.06.2012
Individuate cellule da cui parte il tumore alla cervice infettate da Hpv

Da: RICERCA

Individuate le cellule che causano il cancro alla cervice uterina dopo essere state infettate dal papillomavirus. I ricercatori dell`Harvard Medical School hanno pubblicato lo studio sulla rivista ` roceedings of the National Academy of Sciences`. Si tratta di un gruppo di cellule localizzato ein una regione di transizione fra l`utero e la vagina conosciuta come "giunzione squamo colonnare". Secondo gli scienziati, queste cellule sarebbero responsabili di quasi tutti i casi ci cancro alla cervice. In piu`, una volta rimosse sembrano non essere in grado di rigenerarsi, il che potrebbe aprire la strada a potenziali nuove terapie. Il papillomavirus (Hpv) attacca queste cellule, che tendono subito a diventare cancerogene a differenza delle altre. Si tratterebbe di una popolazione di cellule che rappresenta un residuo dell`embriogenesi, cioe` del passaggio da feto a embrione. Queste cellule, una volta esaurita questa fase, dovrebbero sparire ma un piccolo numero di esse resiste: quelle che risiedono nella giunzione squamo colonnare sembrerebbero essere responsabili del cancro alla cervice dovuto al papillomavirus

 



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