Selezione di notizie riguardanti il mondo farmaceutico, a cura della Direzione Corporate Communication.
02.02.2012 Con apnea del sonno maggiori rischi ictus silente
Da: RICERCA
Le persone che soffrono di apnee del sonno gravi possono avere un aumentato rischio di ictus e di piccole lesioni nel cervello. E` quanto si afferma in uno studio presentato alla conferenza internazionale `Stroke 2012` dell`American Stroke Association. ``Abbiamo trovato una frequenza sorprendentemente alta di apnea del sonno nei pazienti con ictus che ne sottolinea la rilevanza clinica come fattore di rischio``, ha detto Jessica Kepplinger, autrice principale dello studio e docente dell`Università di Tecnologia di Dresda in Germania. ``L`apnea notturna - ha continuato – è un disturbo ampiamente riconosciuto ma ancora trascurato. I pazienti che ne soffrono hanno più probabilità di avere un ictus silenzioso``. I ricercatori hanno scoperto che il 91 per cento (51 su 56) dei pazienti (media di età analizzata 67 anni), che avevano avuto un ictus durante l`apnea del sonno, avevano anche una maggiore probabilità di subire un ictus silente. Più di cinque episodi di apnea durante il sonno per notte è un numero da associare a un rischio maggiore di ictus silente. Più del 50 per cento dei pazienti con ictus silente avevano anche l`apnea del sonno. Anche se gli uomini avevano una maggiore probabilità di subire un ictus silente, la correlazione tra apnea notturna e ictus è rimasta la stessa anche dopo una rivalutazione dei dati dalla prospettiva delle differenze di genere. I ricercatori hanno suggerito che l`apnea del sonno dovrebbe essere trattata alla stregua di altri fattori di rischio vascolari come ipertensione.
31.01.2012 Con notti insonni rischio sei volte maggiore diabete
Da: MEDICINA
In alcuni casi bastano tre notti insonni per essere soggetti a un rischio sei volte maggiore di sviluppare diabete e problemi cardiaci. E` quanto emerge da una ricerca pubblicata sulla rivista "Nature Genetics", condotta dagli studiosi dell`Imperial College di Londra. Secondo gli scienziati, che hanno esaminato i comportamenti di 20mila persone, sarebbe colpa di una proteina difettosa, la Mt2, che interrompe il nostro ritmo giornaliero sonno-veglia, variando anche quello del rilascio dell`insulina. Ciò porterebbe a un controllo anomalo dello zucchero nel sangue e a un conseguente maggiore rischio di sviluppare il diabete di tipo due. "`Il controllo dello zucchero del sangue è uno dei molti processi regolati da orologio biologico del corpo- spiega il professor Philippe Froguel, dell`Imperial College di Londra - questo studio ci fa comprendere meglio come il gene che ha con sé un componente chiave per questo orologio possa influenzare il rischio di diabete". I risultati a cui sono giunti gli studiosi potrebbero contribuire a spiegare anche una ricerca precedente, che ha mostrato come i lavoratori dei turni di notte siano inclini a sviluppare diabete di tipo 2 e malattie cardiache.
31.01.2012 In Italia sempre meno bimbi ma più sani
Da: MEDICINA
Sono sempre di meno, in generale in buona salute anche se in sovrappeso e con un`assistenza non omogenea sul territorio. E` il ritratto dei bambini italiani fornito dal `Libro Bianco 2011, La salute dei bambini`, realizzato da Società Italiana di Pediatria (Sip), Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane dell`Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Società Italiana Medici Manager, presentato a Roma. Secondo i numeri dal 1871 al 2009 la natalità si è quasi dimezzata (-74,25%) e attualmente si assesta a 9,5 bebè ogni mille abitanti contro, ad esempio, 12,8 della Francia: "L`Italia non è un Paese a misura di bambino - spiega Walter Ricciardi, direttore dell`Istituto di Igiene della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell`Università Cattolica di Roma - tutte le politiche del welfare non sono orientate ai bisogni dell`infanzia e non incentivano le giovani coppie a mettere su famiglia". A dimostrazione di questo ora nascono più bambini al nord, dove ci sono migliori misure di welfare: nel biennio 2008-2009 i valori più alti di natalità si registrano nella Pa di Bolzano (10,7 per mille), nella Pa di Trento (10,4) e, a pari merito, in Valle d`Aosta e Campania (10,3), mentre i valori più contenuti si riscontrano in Molise (7,6), Liguria (7,7) e Sardegna (8,1). Proprio la Liguria è la regione più vecchia, con il 14,6% di under 18, mentre i più giovani sono i campani (21,6%), gli abitanti della Pa di Bolzano, i siciliani e i pugliesi. Sul fronte della salute nel periodo 2003-2008 sia la mortalità infantile (entro i 12 mesi) sia quella neonatale (entro il primo mese) sono notevolmente diminuite, rispettivamente dell`8,7% e del 9,9%. Ci sono però forti differenze regionali, con quella infantile al minimo (1,6 casi per 1.000) per la Pa di Trento mentre il primato negativo (4,82 casi per 1.000) è della Calabria. Con la crescita iniziano i problemi con la bilancia: crescono le cattive abitudini alimentari, segnala il rapporto, soprattutto per le ragazzine.
31.01.2012 Diabete: da ricerca Italia passo avanti contro quello giovani. Colpiti 500mila; molecola migliora trapianto cellule pancreas
Da: RICERCA
Arriva dalla Ricerca italiana un contributo significativo per la cura del diabete giovanile, ovvero il diabete di tipo I che colpisce circa 500mila under-14 nel mondo (circa 20mila in Italia) e, in fase ritardata più rara, a volte anche gli adulti. Una nuova molecola (Reparixin), frutto della Ricerca dell`azienda farmaceutica Dompé, ha infatti dimostrato di migliorare l`efficacia del trapianto di cellule (isole) pancreatiche, nuova frontiera per la cura di tale patologia. I risultati della sperimentazione clinica di fase II su pazienti della nuova molecola sono stati presenti a Innsbruck in occasione del Congresso internazionale Aidpit-Epita, appuntamento fondamentale della comunità scientifica per l`approfondimento sul trapianto di isole, secondo gli esperti uno dei più promettenti approcci terapeutici (ancora in fase sperimentale) per la cura del diabete giovanile di tipo I. Questa forma, la più diffusa tra le malattie croniche pediatriche, porta ad una rapida distruzione delle cellule pancreatiche che producono insulina a causa di un`anomala reazione del sistema immunitario, rendendo così necessaria per questi pazienti la somministrazione esterna dell`insulina per il controllo della glicemia.
27.01.2012 Alzheimer, ideato test diagnosi con un prelievo di sangue
Da: RICERCA
Il morbo di Alzheimer si potrebbe diagnosticare un giorno con un semplice prelievo di sangue, in modo economico, rapido e non invasivo. Infatti uno studio pilota su 70 persone dimostra la validità di un test del sangue per fare diagnosi precocissima di Alzheimer. Il test è semplice: a dire se c`è o no la malattia sono i globuli bianchi estratti dal prelievo analizzati usando i raggi infrarossi. Lo studio è stato condotto da Pedro Carmona dell`istituto spagnolo di Struttura della Materia a Madrid e i promettenti risultati pubblicati sulla rivista Analytical & Bioanalytical Chemistry. Attualmente l`Alzheimer si diagnostica in modo preciso solo con un test invasivo che consiste nell`esame del fluido cerebro-spinale che nei malati contiene i frammmenti proteici patologici beta-amiloidi. Gli esperti, però, ritengono che questi frammenti finiscano anche nei globuli bianchi che circolano nel sangue dei pazienti. Per verificarlo Carmona ha confrontato con la spettroscopia i globuli bianchi di 50 pazienti in fase diversa di malattia con quelli di 20 soggetti sani. Con un prelievo di sangue Carmona ha estratto i globuli bianchi e ha visto con la spettroscopia come reagiscono ai raggi infrarossi. E` emerso che i globuli dei pazienti, anche all`esordio di malattia, riflettono ed assorbono i raggi infrarossi in modo diverso e riconoscibile rispetto ai globuli dei soggetti sani. Da questo esame si potrebbe far dunque diagnosi precoce di malattia con un prelievo di sangue.
27.01.2012 Brachiterapia efficace contro il cancro alla prostata
Da: ONCOLOGIA
La brachiterapia è solitamente considerata come una strategia meno efficace nei confronti dei pazienti daffetti da cancro ad alto rischio di mortalita`, ma un nuovo studio condotto da un team di oncologi del Kimmel Cancer Center di Jefferson sembra suggerire il contrario. Un`analisi basata su una popolazione di quasi 13mila pazienti ha rivelato che gli uomini sottoposti alla sola brachiterapia o a questo trattamento in combinazione con la radioterapia esterna (EBRT) hanno ridotto significativamente i tassi di mortalità. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sull`International Journal of Radiation Oncology, Biology, Physics. La brachiterapia consiste nel posizionamento delle sorgenti di radiazioni direttamente sul sito di un tumore e, di prassi, è utilizzata per il trattamento di tumori della prostata a basso e a medio rischio. Tuttavia il trattamento brachiterapico per pazienti ad alto rischio è meno comune e controverso, soprattutto a causa di studi che parevano aver messo in evidenza che questo tipo di interventi fosse associato a livelli molto bassi di guarigione. Ora, a detta di molti esperti, queste prime ricerche vengono considerate come l`effetto di una cattiva tecnica brachiterapica, mentre l`attuale progresso delle tecnologie ad essa connessa viene ora considerato come uno strumento efficace contro l`alto rischio di cancro alla prostata. "Lo studio contraddice le politiche tradizionali di utilizzo delle tecniche brachiterapiche, suggerendo invece che ci può essere un miglioramento della sopravvivenza al cancro alla prostata per pazienti ad alto rischio", ha detto Timothy Showalter, docente presso il Dipartimento di Radiation Oncology del Thomas Jefferson University Hospital e coautore della ricerca. "Anche se studi come questo non possono certo ritenersi come una prova della superiorita` della brachiterapia, il nostro rapporto - a proseguito - suggerisce comunque che essa non è meno efficace dell EBRT e che dovrebbe essere considerata, perlomeno per alcuni uomini ad alto rischio di cancro alla prostata, come un intervento preferenziale". I ricercatori americani hanno identificato 12.745 pazienti dal database `Surveillance, Epidemiology and End Results` diagnosticati nel periodo 1988-2002 con un alto grado di tumore alla prostata e trattati con brachiterapia (7,1 per cento), solo con EBRT (73,5 per cento) o con brachiterapia più EBRT (19,1 per cento). Il team ha utilizzato modelli multivariati per esaminare le caratteristiche del paziente e del tumore, associandole alle probabilità di trattamento diversificate per modalità di radiazioni sullo specifico cancro alla prostata. Il trattamento con la sola brachiterapia o in combinazione EBRT, si è rivelato associato a una significativa riduzione nel cancro alla prostata. "Oggi, per la maggior parte di queste patologie, la brachiterapia non viene utilizzata e nemmeno consigliata", ha detto Shen. "Questi dati dimostrano invece che le strategie di intervento dovrebbero essere urgentemente riviste", ha concluso.
26.01.2012 Parkinson, scoperta proteina che aggrava i sintomi
Da: RICERCA
Identificata una proteina che aggrava i sintomi del morbo di Parkinson. Una scoperta che potrebbe un giorno condurre a nuovi trattamenti per le persone che soffrono di questa devastante malattia neurodegenerativa. Pubblicata online Neuron, la ricerca promossa dall`Università della California di San Francisco e dal Gladstone Institute descrive come una proteina chiamata RGS4 che normalmente aiuta a regolare l`attività dei neuroni nello striato, la parte del cervello che controlla i movimenti nei modelli sperimentali del morbo di Parkinson, contribuisca a innescare problemi sul controllo motorio. Il risultato è il deterioramento dei movimenti e della coordinazione motoria, i sintomi distintivi del Parkinson che attualmente colpiscono più di 10 milioni di persone. Gli scienziati sanno da tempo che un calo di dopamina, sostanza chimica importante nel cervello, è associato al Parkinson. E per decenni i pazienti hanno assunto un farmaco chiamato `levodopa` per aumentare i livelli di dopamina nel cervello. Purtroppo, però, l`efficacia del farmaco comincia ad attenuarsi con il progredire della malattia. Così gli scienziati hanno iniziato a cercare altre strategie terapeutiche. Adesso la scoperta del ruolo di RGS4 getterà le basi per percorsi terapeutici indipendenti dalla dopamina. Il team ha scoperto che RGS4 è richiesto dalla dopamina per regolare i circuiti del cervello durante l`apprendimento. Ma quando i livelli di dopamina subiscono un calo drammatico, come nel Parkinson, RGS4 diventa iperattiva e distrugge questi circuiti, determinando così i sintomi del morbo. Pertanto, i ricercatori hanno testato se rimuovendo RGS4 si possano prevenire questi sintomi. Intervenendo su topi privi di RGS4 con una sostanza chimica che abbassa i livelli di dopamina per simulare gli effetti del Parkinson, gli studiosi hanno monitorato i livelli di abilità motoria degli animali comparati alle capacità di muoversi dei topi con Parkinson in cui l`RGS4 era rimasto intatto. Come previsto, questi ultimi hanno manifestato grossi problemi con il movimento. Mentre il Parkinson nei topi senza RGS4 lasciava la possibilità di effettuare movimenti fluidi e coordinati senza grosse difficoltà, anche a più bassi livelli di dopamina. "Per scoprire come la rimozione di RGS4 colpisca i circuiti cerebrali a livello molecolare - hanno spiegato gli studiosi - abbiamo acquisito una più profonda comprensione del ruolo della proteina e messo in luce un meccanismo finora sconosciuto che provoca i sintomi del Parkinson. Speriamo il nostro lavoro possa aprire la strada a una necessaria alternativa alla levodopa, ad esempio un farmaco che abbia la capacità di inattivare RGS4 nei pazienti".
26.01.2012 Studio svela rapporto ipertensione-surrene
Da: RICERCA
Uno studio internazionale condotto da ricercatori dell`Università di Padova in collaborazione con il College de France di Parigi, altri importanti Centri europei, e pubblicato sulla prestigiosa rivista "Hypertension", la più autorevole voce in materia di pressione arteriosa, chiarisce i meccanismi della più comune forma di ipertensione arteriosa da causa endocrina: la ricerca ha messo in evidenza, in un terzo circa di pazienti affetti da tumori del surrene, con una maggiore frequenza tra le donne e i pazienti con gradi maggiori di iperaldosteronismo, mutazioni in quegli "interruttori" che nella membrana cellulare sono preposti alla regolazione del sodio e del potassio. "Si tratta di una serie di mutazioni - spiega il professor Gian Paolo Rossi, direttore del dottorato internazionale in Ipertensione Arteriosa e della Clinica medica 4 dell`Università di Padova - che comportano la perdita di selettività del "filtro" del canale attraverso il quale il potassio esce dalla cellula (KCNJ5). Il "filtro" così funziona male, e anziché far solo uscire potassio, lascia anche entrare sodio". L`alterazione di questi meccanismi comporta l`ingresso del calcio nelle cellule del tumore e quindi aumenta cronicamente la produzione di aldosterone, un ormone che aumenta la pressione arteriosa e, in presenza di un introito alimentare elevato di sale, danneggia cuore, reni e arterie. Questo studio, condotto per Padova da un team di ricercatori coordinato dai professori Gian Paolo Rossi, Franco Mantero (direttore dell`Endocrinologia) e Francesco Fallo (Clinica medica 3), chiarisce un `puzzle` che da oltre 50 anni rimaneva irrisolto, e cioè perché questi tumori continuino a produrre aldosterone, mantenendo elevati i valori della pressione arteriosa, nonostante la mancanza di angiotensina II e la riduzione del potassio, che sono i principali stimoli alla produzione di aldosterone. "Si tratta di una ricerca di particolare importanza - sottolinea il prof. Rossi -, che potrebbe aprire nuove prospettive al trattamento farmacologico della più importante causa di ipertensione, oggi guaribile solo chirurgicamente".
25.01.2012 Celiachia, una molecola alleata dei pazienti
Da: RICERCA
Sarebbe un decapeptide, cioè una molecola costituita da 10 aminoacidi, la possibile risposta contro la celiachia, l`intolleranza al glutine che colpisce un soggetto su 100 della popolazione generale. L`annuncio è dato dato in uno studio pubblicato on line dalla rivista Journal of Cereal Science, frutto della collaborazione tra un gruppo di esperti e di ricercatori: Marco Silano, Direttore del Reparto Alimentazione, Nutrizione e Salute del Dipartimento di Sanità Pubblica Veterinaria e Sicurezza Alimentare dell`Istituto Superiore di Sanità e i team di Luigi Cattivelli CRA-Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura presso i Centri di Ricerca di Foggia e di Fiorenzuola D`Arda (Piacenza) e di Luigi Maiuri, docente di Pediatria presso l`Università di Foggia e Direttore di Ricerca dell`Istituto Europeo per la Ricerca in Fibrosi Cistica (IERFC) presso l`Istituto Scientifico San Raffaele di Milano. Il decapeptide, naturalmente presente nella frazione proteica di alcuni cereali, potrebbe combattere la tossicità della gliadina, la proteina presente nelle farine di grano, segale e orzo, responsabile della celiachia. Tale decapeptide, denominato pRPQ, è in grado di prevenire la tossicità della gliadina in vari modelli in vitro di malattia, compresa la coltura di mucosa intestinale di pazienti celiaci che riproduce i meccanismi di tossicità del glutine in vivo. Si potrebbe quindi ipotizzarne, qualora studi in vivo sul paziente ne confermassero l`azione protettiva, l`uso in terapia per consentire ai soggetti celiaci un normale consumo di glutine e garantire un miglioramento della qualità di vita dei pazienti.
23.01.2012 Ogni anno 13 mln nati prematuri, 40 mila in Italia
Da: MEDICINA
Il problema della nascita pretermine, cioè prima della 37/a settimana di gestazione, riguarda ogni anno nel mondo circa 13 milioni di bambini, di cui 500mila in Europa e 40mila in Italia, pari al 6,9% delle nascite che avvengono nel nostro Paese. Ci sono diversi fattori che influiscono e possono portare ad un parto prematuro, spiegano gli esperti: Oltre alle cause e le patologie che possono colpire la madre, il feto o entrambi, in questi ultimi anni hanno senz`altro inciso le nascite tramite fecondazione assistita, che nel 30% dei casi avvengono pretermine, anche per il numero di parti gemellari pari al 50%. Ad incidere, poi, può anche essere una gravidanza male organizzata a livello assistenziale e le malattie sessualmente trasmesse. Il tasso dei prematuri che muoiono nel primo anno di vita è alto. Nel mondo ci sono quattro milioni di decessi correlati alla prematurità. In Italia la mortalità nel primo anno di vita è pari al 3,7%, di cui il 71,2% nel primo mese. Molti dei bambini nati prematuri che sopravvivono si trovano, inoltre, a dover vivere con disabilità più o meno gravi per il resto della vita. Oltre ai `grandi prematuri`, ricordano gli esperti, vi sono poi i cosiddetti `late preterm,` cioè i bambini nati nelle tre settimane precedenti il termine previsto. Questi hanno tassi di mortalità e disabilità molto più alti dei bambini nati a termine e sono molto numerosi.
23.01.2012 Statine inibiscono la crescita del cancro al seno
Da: RICERCA
Le statine ipocolesterolemizzanti sembrano tenere a bada il tumore al seno in alcune pazienti. Almeno questo è quanto emerso da una ricerca della Columbia University pubblicata sulla rivista Cell. I risultati suggeriscono anche che le mutazioni in un singolo gene possono essere usate per identificare i tumori a maggiore probabilità di risposta positiva alla terapia con statine. ``Potremmo identificare sottogruppi di pazienti i cui tumori possono rispondere alle statine``, ha spiegato l`autore dello studio Carol Prives della Columbia University. ``Naturalmente non possiamo trarre delle conclusioni definitive fino a quando non ne sapremo di più``, ha precisato. Si tratta di uno studio clinico sulle statine nel carcinoma mammario basato sullo stato di mutazione del soppressore del tumore, p53. L`oncosoppressore p53 agisce nel regolare molti aspetti della proliferazione cellulare, in genere mettendo un freno alla crescita incontrollata. Più della metà di tutti i tumori umani sono portatori di mutazioni nel gene p53. Molte di queste mutazioni non si limitano semplicemente a disturbare la normale funzione del p53, ma anche a dotare p53 di nuove funzioni che promuovono, invece di inibire, la formazione del cancro. ``I topi senza p53 sviluppano il cancro e muoiono - ha spiegato Prives - ma quelli portatori di forme mutanti tumorali derivate del gene p53 si ammalano in maniera più aggressiva. Come queste forme mutanti di p53 agiscano in realtà è una delle grandi domande della ricerca sul cancro``. La squadra di Prives promuove i suoi esperimenti proprio per risolvere questo mistero. E studiando cellule tumorali coltivate in un sistema artificiale che assomiglia alla struttura tridimensionale del seno umano, i ricercatori hanno scoperto che le cellule che trasportano p53 mutante crescono in modo disordinato e invasivo, caratteristica dei tumori al seno. Basandosi su quanto appurato da ulteriori studi che avevano tracciato le modifiche strutturali della via metabolica del mevalonato, importante per la sintesi del colesterolo e presa a bersaglio dalle statine per abbassarlo. Prives e il team hanno trattato le cellule p53 mutanti con le statine, e le cellule hanno bloccato il comportamento disorganizzato e la crescita invasiva. Dall`analisi dei tessuti tumorali mammari prelevati dalle pazienti è stato, inoltre, scoperto che le mutazioni di p53 e l`elevata attività dei geni della via del mevalonato tendono a svilupparsi insieme nei tumori umani.
20.01.2012 Il 67% degli italiani soffre di dolore cronico
Da: MEDICINA
Il 67,3% degli italiani soffre di dolore cronico, eppure solo il 5,8% si cura nel modo giusto, e cioè andando dal `terapista del dolore`. Sono alcuni dei dati significativi presentati dall`Associazione `Vivere senza dolore`, raccolti durante la campagna itinerante Cu.p.i.do. Secondo questa indagine, come ha spiegato Marta Gentile, presidente dell`Associazione, la sofferenza fisica colpisce oltre 6 cittadini su 10 ma meno della metà segue un trattamento che però si rivela inefficace nell`83% dei casi. La fotografia che emerge dalla campagna è preoccupante ma al tempo stesso mette in luce un problema: serve più informazione sulla Legge 38 che dal Marzo 2010 tutela il diritto di chi soffre di dolore cronico, a un`assistenza qualificata. In base alle informazioni raccolte da Cupido (il tour promosso con il patrocinio del Ministero della Salute e un grant di Mundipharma, ha toccato 14 città), le persone 7 volte su 10 hanno difficoltà ad individuare i centri di cura specializzati e non conoscono la Legge 38. Solo nella metà dei casi si rivolgono a un clinico - di solito il medico di famiglia (57,9%), raramente il terapista del dolore (5,8%) - e reputano non adeguati i farmaci prescritti, rappresentati per il 38,5% dai FANS e soltanto per il 3,1% dagli oppioidi forti. Analizzando in dettaglio i risultati (hanno risposto 1.830 cittadini), si evince che l`origine della sofferenza è di natura non oncologica per il 93,4% del campione e, nel 45,2% dei casi, è dovuta all`artrosi; benché la sua intensità sia di grado moderato-severo, gli antinfiammatori non steroidei sono i farmaci analgesici più impiegati ma alleviano i sintomi solo al 16,9% degli intervistati. Si conferma, infine, il pesante impatto del dolore sulla vita quotidiana, che risulta compromessa per quasi 9 pazienti su 10. "E` emerso - spiega Marta Gentili, Presidente dell`Associazione vivere senza dolore - un mondo di dolore sommerso rispetto ai dati che avevamo fino a oggi e che parlano di un 20% di persone affette da dolore cronico, mentre noi registriamo il 67,3%. L`indagine ha evidenziato che occorrono un`idonea formazione dei clinici e una maggiore informazione dei pazienti. Il nostro auspicio è che il Ministero e la Commissione dolore proseguano l`ottimo lavoro svolto finora a tutela di chi soffre". Sulla stessa linea di pensiero Guido Fanelli, Coordinatore della Commissione Ministeriale sulla terapia del dolore e le cure palliative. "La Legge 38 - ha detto durante la conferenza stampa - `obbliga` il medico a prendersi cura del dolore, qualunque ne sia la causa. Un approccio così innovativo va inevitabilmente a scardinare abitudini ormai consolidate e richiede quel cambiamento culturale che solo un`adeguata formazione può favorire". E a questo proposito c`è una novità importante: "il Ministero della Salute ha predisposto con il MIUR - ha detto Fanelli - un documento tecnico sui percorsi formativi degli addetti ai lavori, approvato a dicembre dal Consiglio Superiore di Sanità. Con le varie sigle della medicina generale, abbiamo inoltre stabilito di prevedere un unico iter didattico sulla terapia del dolore e le cure palliative, per garantire ai medici di famiglia una preparazione uniforme". L`auspicio univoco degli specialisti presenti riguarda l`appropriatezza delle prescrizioni: meno fans e più oppioidi. "Proprio per vigilare sulla qualità dell`assistenza erogata - ha aggiunto Fanelli - abbiamo istituito il Cruscotto, un software che monitora le prestazioni ospedaliere e la tipologia delle prescrizioni". Sempre nell`ambito dell`informazione ai cittadini, una giornata del tour, ha visto il coinvolgimento del Policlinico Tor Vergata di Roma, sede di un rinomato centro di terapia del dolore (Hub). Ebbene è emerso che il 93,5% dei pazienti che si recava in quell`ospedale, non sapeva dell`esistenza dell`Hub. Un dato che ha fatto riflettere e ha fornito lo stimolo per una nuova iniziativa dell`attivissima Marta Gentili. Come anticipato oggi, l`Associazione vivere senza dolore, organizzerà, dal 15 febbraio al 30 giugno 2012, una nuova campagna itinerante denominata HUB2HUB, coinvolgendo circa 15 importanti centri di terapia del dolore in tutta Italia.
20.01.2012 Uomini più a rischio cancro fegato per ormoni
Da: RICERCA
Gli uomini sono quattro volte più a rischio di sviluppare cancro al fegato rispetto alle donne. Anche se questa differenza di genere è nota da lungo tempo, i meccanismi molecolari con cui gli estrogeni prevengono e gli androgeni promuovono il cancro del fegato rimangono poco chiari. Ora, una nuova ricerca pubblicata su Cell dal laboratorio di Klaus Kaestner, docente di Genetica presso la Scuola Perelman di Medicina presso l`Università della Pennsylvania, ha scoperto che la differenza dipende da come le proteine si legano gli ormoni sessuali. In particolare un gruppo di proteine regolatrici della trascrizione chiamato Foxa. Normalmente, quando ai topi è somministrata una sostanza cancerogena del fegato, i maschi sviluppano molti tumori mentre le femmine pochi. Sorprendentemente, l`incidenza del cancro al fegato legata al genere era completamente invertita nei topi geneticamente modificati dal team per la mancanza dei geni Foxa dopo l`induzione del tumore.
13.01.2012 Camera, ok alla mozione sull’etichettatura del cibo per celiaci
Da: SANITÀ
Sì dell`Aula della Camera alla mozione unitaria sulle misure per l`etichettatura degli alimenti destinati ai celiaci. In base al testo approvato il governo è impegnato, tra l`altro: "ad esprimere parere negativo all`abolizione della normativa europea relativa alla composizione e all`etichettatura dei prodotti alimentari adatti alle persone intolleranti al glutine; a promuovere, in sede comunitaria e nell`ambito delle rispettive competenze, tutte le iniziative necessarie al fine di tutelare una categoria di cittadini sensibili, come i celiaci, dai rischi alla salute connessi all`abrogazione del regolamento Ue n.41/2009.
13.01.2012 Sclerosi multipla, l’Aism boccia i finanziamenti alla ricerca sul metodo Zamboni
Da: MEDICINA
“Il comitato scientifico ha ritenuto che finanziare uno studio clinico randomizzato in un gran numero di soggetti sarebbe al momento prematuro, almeno sino a quando non si abbia una forte evidenza di un`associazione causale tra CCSVI e sclerosi multipla, o non siano disponibili dati convincenti, provenienti da studi di fase 2, riguardo un effetto benefico del trattamento di venoplastica”. Questo quanto si legge nel comunicato con cui l’Aism ha annunciato che non finanzierà il progetto Brave Dreams, la sperimentazione clinica guidata da Paolo Zamboni dell’Università di Ferrara che avrebbe dovuto testare la sicurezza di un intervento di flebografia con angioplastica venosa su pazienti affetti da sclerosi multipla. Non si usano mezzi termini nel comunicato con cui il Comitato scientifico della FISM si è espresso con un parere negativo sul finanziamento del progetto di ricerca: “Non c’è evidenza scientifica sul nesso causale tra CCSVI e SM tale da giustificare uno studio interventistico; non è giustificato condurre una sperimentazione clinica su un gran numero di persone senza aver condotto preliminarmente, come da prassi scientifica, sperimentazioni con un numero più limitato di soggetti; non è giustificato sottoporre un gran numero di persone ai possibili rischi di esposizione alle radiazioni di procedure invasive come la flebografia o al rischio di altri eventi avversi legati al trattamento di venoplastica”. Il parere negativo arriva al termine di un iter "accelerato", partito appena sei mesi fa, alla consegna di tutta la documentazione da parte dell`Azienda Ospedaliera di Ferrara. Una presa di posizione che ha fatto insorgere le associazioni di pazienti, che aspettavano l’inizio del progetto Brave Dreams proprio per fugare ogni dubbio. Lo studio randomizzato avrebbe dovuto testare l’efficacia e la sicurezza dell’intervento che secondo Zamboni e il suo team potrebbe risolvere i problemi dei pazienti affetti da insufficienza cerebrospinale venosa (CCSVI) e sclerosi multipla. “Ci sono voluti due anni per elaborare il progetto di ricerca – ha commentato aspramente l’associazione di pazienti Associazione CCSVI nella SM Onlus, in una nota apparsa sul sito – l’AISM ha concorso al suo gruppo di studio e alla stesura del suo protocollo, promesso ripetutamente il proprio sostegno economico, promosso campagne di marketing mirate al suo finanziamento, raccolto soldi da malati e donatori in occasione dei vari eventi di raccolta fondi susseguitesi in questo lungo periodo. Per poi concludere con una valutazione negativa che lascia delusi e carichi di rabbia i malati che nel sostegno di AISM ancora credevano”. Uno studio preliminare sull`efficacia del trattamento mediante angioplastica dilatativa era stato effettuato più di due anni fa su 65 pazienti, operati a Ferrara. “Ma il numero sembrava a tutti statisticamente poco significativo, tanto che da più parti si chiedevano conferme scientifiche reali, che si sarebbero potute ottenere solo dopo la verifica degli stessi esiti su un numero elevato di pazienti”, hanno specificato dalla Onlus. “Se non si finanziano studi interventistici, come sarà mai possibile dimostrare il nesso causale tra CCSVI e SM? Inoltre, non era lo studio preliminare sui 65 di oltre due anni fa una sperimentazione, ‘come da prassi scientifica, con un numero più limitato di soggetti’?”. Domande alle quali per ora non c’è risposta. Numerosi sono i neurologi che non credono che la CCSVI possa essere causa della sclerosi e che non sono convinti della sicurezza o del reale beneficio offerto dal trattamento. Ma sono molti anche i chirurghi vascolari che nelle cliniche private già offrono l’intervento a pagamento, spesso con buoni risultati. Sembra dunque che per valutare questa procedura, che spacca in due il mondo accademico bisognerà contare solo sui finanziamenti approvati a dicembre dalla regione Emilia Romagna.